Possiamo perdonare solo se ci sentiamo perdonati e oggetto  di misericordia da parte di Dio.

Possiamo dare grazia solo se siamo consapevoli di aver ricevuto grazia.

Il perdono ci aiuta e libera da chi ci ha offeso perché ritrovi la sua umanità.

Tutto passa solo Dio resta.

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Un giorno, un dottore della legge, pose a Gesù questa domanda: «Maestro, qual’è il più grande comandamento della legge?». Gesù gli rispose: «Amerai il Signore Dio tuo con tutto il cuore, con tutta l’anima e con tutta la mente. Questo è il più grande e il primo dei comandamenti. Il secondo è simile al primo: Amerai il prossimo tuo come te stesso. Tutto dipende da questi due comandamenti. Vangelo di Matteo, 22, 34 ss.
Nella dolce Galilea, terra di colline, villaggi e pescatori, duemila anni fa comparve un giovane rabbi ebreo chiamato Gesù. Andava di villaggio in villaggio, frequentava le sinagoghe, discuteva le Scritture, sedeva a tavola con persone rispettabili e anche con uomini e donne che non lo erano affatto. Parlava di un mondo nuovo che chiamava regno di Dio. E questo era la forza sovversiva del suo messaggio che introduceva nella vita una possibilità diversa: si può vivere altrimenti.
Con la pratica dell’amore Gesù costruiva un nuovo modo di vivere costituito dall'incontro e dalla relazione. Tutto il messaggio evangelico era contro la tentazione di sostituire al rapporto immediato tra le persone, quello delle immagini, dei ruoli, delle merci, delle funzioni, con il rischio di diventare spettatore della propria esistenza, senza più viverla. Gesù riportava continuamente gli individui dall'apparenza all'esperienza, dalla rappresentazione alla relazione, dalla legge alla vita. E ancora più radicalmente domandava: «Sei capace di amare?».
Il messaggio evangelico nasce da questa scandalosa uguaglianza ontologica nella quale l’esistenza (ex-sistere) viene prima delle appartenenze, la relazione prima della legge e la vita vissuta prima dello spettacolo della vita. Persino noi stessi possiamo diventare spettacolo di noi stessi, occupati a costruire l'immagine della nostra vita invece di viverla. Il giovane rabbi della Galilea non ha lasciato un sistema filosofico, ma dei racconti, incontri e un comandamento che finisce quasi per dissolvere la forma stessa del comandamento. Un mondo nel quale ciascuno possa dire all'altro, semplicemente è bene che tu esista.
La domanda del dottore della Legge a proposito del comandamento più grande è quindi molto più importante di quanto sembri. Gesù avrebbe potuto scegliere uno dei molti precetti della Torah, e invece compie un gesto più sorprendente, concentrando l'intero universo religioso intorno alla relazione inseparabile di amare Dio e amare l'altro. Non due comandamenti, ma uno unico, poiché l'amore di Dio si verifica nell'amore dell'altro. E l'altro non è più soltanto colui che appartiene al mio gruppo, alla mia religione, alla mia cultura, alla mia comunità; ma colui che è oltre il confine.
Il libro del Levitico comandava: «Amerai il prossimo tuo come te stesso». Ma nel messaggio evangelica il prossimo non è quello di appartenenza, ma quello che diventa prossimo attraverso l'incontro. La parabola del buon Samaritano lo mostrerà con una forza straordinaria. Rimane il comandamento antico, ma liberato dal confine che lo imprigionava. È probabilmente una delle frasi più ‘antisociali’ pronunciate da Gesù. Ogni società tende a rendere il mondo ordinato e governabile attraverso classificazioni, quali amico e nemico, vicino e straniero. Gesù, al contrario, introduce un elemento di disordine, poiché l'altro non coincide più con l'immagine sociale che gli è stata attribuita. Dietro a ogni rappresentazione sociale di pubblicano, prostituta, samaritano, lebbroso riappare una persona. Per questo Gesù ha rapporti con quanti dovrebbe evitare, attraversa i confini religiosi e sociali e non proclama soltanto un mondo differente, ma lo mette in scena nella sua vita quotidiana.
In tale contesto l’amore evangelico – che Giovanni evangelista chiamerà poi agápe – è oltre le altre forme di amore quali la philia, l’eros, la passione corporea, che non devono essere disprezzate. La parola greca agápe, introduce qualcosa di ulteriore, cioè l'amore che non chiede per prima cosa una ricompensa. Per questo l’agápe rompe la logica dominante dello scambio che il mondo della merce fatica a comprendere. L'amore evangelico, quale valore che non possiede prezzo e interrompe ogni contabilità, assume una dimensione quasi ontologica, poiché prima di essere una norma morale è un modo di guardare l'essere. Amare significa riconoscere che l'esistenza dell'altro possiede un valore che precede l'utilità che può avere per me. Per tale ragione il comandamento dell'amore non può essere ridotto al “dovere amare”, espressione paradossale, come se si potesse comandare l'amore. L'amore nasce piuttosto quando la legge viene interiormente superata, come nella madre che si alza nella notte per il pianto del figlio. Secondo il messaggio evangelico l’amore precede quindi la legge e rimane il solo modo di vivere con altri.
Anche la filosofia della Hannah Arendt aiuta a comprendere questo passaggio secondo cui la condizione umana è irriducibilmente plurale e vivere significa apparire in un mondo comune abitato da altri. La pluralità non è un incidente della condizione umana, ma ne costituisce la struttura fondamentale, nella quale l'altro non è un ostacolo alla mia esistenza, ma la condizione del mondo. Se un individuo fosse solo, non esisterebbe propriamente un mondo umano, ma solo un universo privato.
Il mondo nasce tra gli uomini. Questo tra è decisivo e l'amore evangelico abita il tra, non eliminando le differenze e non pretendendo di produrre individui identici dissolvendo l'uno nell'altro. Per questo l'agápē non è fusione, ma relazione, anche se è difficile restituire all'altro la possibilità di apparire come qualcuno e non come qualcosa. É questo il significato più radicale del comandamento di “amare il prossimo tuo come te stesso” e riconoscere nell'altro lo stesso mistero di esistenza che riconosci in te.