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"Non chi dice Signore Signore entrerà nel Regno dei Cieli, ma chi fa la volontà del Padre".

Dobbiamo passare dall'ortossia alla prassi. Resta più importante  il retto modo di agire che il retto modo di credere.

E' questione di coerenza!

Tutto passa solo Dio resta.

 

 

p.Dalmazio Mongillo o.p

Trascrizione non rivista dall'autore delle lezioni tenute in occasione della "Due Giorni Nazionale del CPM". Albisola 7-8 aprile 1984.) Un evento proclamato "Quindi se uno è in Cristo, è una creatura nuova; le cose vecchie sono passate, ecco ne sono nate di nuove. Tutto questo, però, viene da Dio, che ci ha riconciliati con sé mediante Cristo e ha affidato a noi il ministero della riconciliazione.

E' stato Dio, infatti, a riconciliare a sé il mondo in Cristo, non imputando agli uomini le loro colpe e affidando a noi la parola della riconciliazione. Noi fungiamo quindi da ambasciatori per Cristo, come se Dio esortasse per mezzo nostro. Vi supplichiamo in nome di Cristo: lasciatevi riconciliare con Dio. Colui che non aveva conosciuto peccato, Dio lo trattò da peccato in nostro favore, perché noi potessimo diventare per mezzo di lui giustizia di Dio. E poiché siamo suoi collaboratori, vi esortiamo a non accogliere invano la grazia di Dio. Egli infatti dice: Al momento favorevole ho esaudito e nel giorno della salvezza ti ho soccorso. Ecco ora il momento favorevole, ecco ora il giorno della salvezza!" (II Cor. 5, 17 sg.) In questo testo di Paolo ci troviamo di fronte alla proclamazione di un evento: Dio ha riconciliato il mondo con sé in Gesù Cristo. Questa frase, che riassume in qualche modo il messaggio paolino, l'interpretazione che Paolo dà di tutta quanta l'economia del Nuovo Testamento, è quella che orienta il cammino della comunità credente nella storia, che è in qualche modo illuminata, attratta e spinta da questa convinzione radicale. Dio in Cristo Gesù ha voluto radunare, richiamare a sé, raccogliere intorno a sé il mondo. L'apostolo Paolo non parla di una setta particolare o di un popolo speciale e utilizza il termine "mondo", perché in Cristo Gesù la riconciliazione ha dimensione cosmica; la creazione è stata in Lui iniziata ad essere presente a Dio. Questo fatto segna la condizione nuova della storia umana nella prospettiva della salvezza; l'apostolo dice: "Quindi se uno è in Cristo è una creature nuova", non nel senso che sia opposta alla vecchia, ma nel senso che la creazione è nella sua condizione di novità, ha raggiunto la realtà piena definitiva, quella nella quale non invecchia, non diventa mai passata. Questo evento salvifico sta lievitando la storia umana, si sta attuando nel tempo, da quando Cristo è stato glorificato presso il Padre fino alla Parusia.

 

Ora, la comunità credente ritiene che non solo Gesù Cristo è colui che ci svela questo disegno di Dio, ma è anche colui che nella sua vita ha indicato attraverso quale processo è avvenuta la liberazione dal peccato, la Riconciliazione: "non imputando agli uomini le loro colpe", "Colui che non aveva conosciuto peccato, Dio lo trattò da peccato in nostro favore, perché noi potessimo diventare per mezzo di lui giustizia di Dio". Ne consegue che il mondo diventa giustizia di Dio, quando delle creature che in Cristo Gesù sono state liberate dal peccato si caricano in qualche modo del peccato dell'umanità e aiutano l'umanità a diventare libera presso Dio. L'evento salvifico compiuto da Dio in Gesù Cristo è un evento aperto, nel senso che gli esseri umani sono stati invitati ad essere associati a lui. Ci è stato affidato il messaggio della riconciliazione, ma anche il compito di realizzarla; ci è stato affidato un ministero. Il termine greco è "diaconia": Dio ci ha costituiti diaconi, cioè servitori, ministri, coloro che portano nel mondo questo grande annuncio; potremmo dire, con un'espressione che ci è più vicina, i Samaritani della riconciliazione. Dunque ci troviamo di fronte a questo dato che comprende, come notiamo, tre elementi fondamentali: il fatto, la via al fatto e gli operatori del fatto.

Ora, diventare credenti, cioè accettare di far parte della comunità dei credenti, significa in qualche modo consentire a queste cose e cioè credere che la riconciliazione del mondo con Dio è un programma in atto. L questo il disegno di Dio sulla storia, oggi: non viviamo in un mondo nemico di Dio, ma in un mondo chiamato ad essere con Dio. L'opera di Gesù non si attua nella storia attraverso un processo automatico, ma attraverso un processo di aggregazione, di assimilazione che unisce nelle due prerogative del Cristo: "Egli fu grande nella parola e nelle opere". Uniti a Cristo gli uomini diventano cooperatori di riconciliazione. Pertanto, se essere credenti significa questo, tutta l'opera che sviluppiamo per diventare credenti è un prenderne coscienza, un arrenderci al disegno di Dio, tanto da dire sì, amen, è così, voglio che sia. Diventeremo tanto più credenti nel senso radicale del termine, quanto più ci risveglieremo alla nostalgia di un mondo pacificato con Dio, il che significa pacificato con se stesso, perché Dio non vuole altro da noi che viviamo in pace nella storia. Diventare credenti da parte nostra è in qualche modo aprire gli occhi al modo di fare di Dio. Qual è la volontà di Dio sulla storia? che tutti gli esseri umani arrivino alla salvezza, che non ci sia nessun essere umano nel mondo che non si renda conto di essere figlio di Dio, che tutti vivano come fratelli e sorelle e insieme si aprano al riconoscimento del fatto che tutti noi siamo chiamati a vivere definitivamente nella pienezza di luce e nella pienezza della vita di Dio. Pertanto il ministero della riconciliazione sconvolge radicalmente il nostro sistema di vita, perché ci aiuta a centrare la nostra fede. Il credente è colui che consente di fare della sua vita un segno visibile del disegno di Dio, che vuole che altri esseri umani si risveglino alla consapevolezza di appartenere alla stessa vita di Dio.

Il risveglio dei senso dei peccato

Qual è la realtà che chiamiamo male, peccato? Quando contempliamo il disegno di Dio che ha creato il mondo e in Cristo lo ha rac. colto a sé, diciamo: "Peccato! Tutti gli esseri se ne vanno per la propria strada, non riescono a fare pace tra di loro". In fondo il nostro peccato consiste nel fatto che non ci rassegnamo a vivere, uomini e donne, nella storia, amandoci l'un l'altro, che non sappiamo aiutarci a riconoscere che siamo tutti quanti condivisori della medesima sorte e tutti chiamati a riconoscere la nostra sorgente e il nostro fine. Basterebbe avere un cuore di padre o di madre per capire il mistero di Dio, ma non riusciamo a convincerci della semplicità della nostra storia. Pertanto il primo passo per assecondare un processo di riconciliazione è che ci nasca la nostalgia di un mondo unito. Finché non avremo il desiderio, ma non il desiderio cerebrale, ma il desiderio fisico, che l'umanità viva in pace, non saremo mai ministri di riconciliazione. Per desiderare la riconciliazione, bisogna desiderare che il piano di Dio si realizzi sulla storia e il piano di Dio è che gli esseri umani diventino giustizia di Dio a misura dei disegno che Egli ha sull'umanità. Pertanto oggi volere la riconciliazione e volere che il mondo viva in pace è esattamente la stessa cosa. Qual è il peccato, oggi? Che gli esseri umani non riescono a vivere in pace, che nessuno di noi sta in pace, perché nessuno di noi si rassegna a comportarsi da figlio di Dio. E' possibile che nasca questa nostalgia di un'umanità pacificata? o è un'utopia? Questa rivelazione che abbiamo accolto in Paolo è una rivelazione destinata ad immettere negli esseri umani un'inquietudine mortale o è veramente l'annuncio della pace? Se riteniamo che la parola di Dio è veramente luce per la storia non troveremo pace finché non diventeremo operatori di pace.

Quale sarà il segno che stiamo venendo fuori dal peccato? Qual è il segno che ci mette di dire che stiamo acquistando coscienza? Il fatto che soffriamo delle di divisioni umane. Le divisioni che sono tra me e me, le divisioni che ci sono tra i preti, tra mariti e mogli, tra genitori e figli, tra nord e sud, tra russi e americani. Ogni divisione è il segno dell'inimicizia; ogni divisione è il segno che il disegno di Dio sta andando in fallimento; per cui, ovunque c'è divisione, c'è "non Dio". Quando constatiamo questo e ne soffriamo, abbiamo il senso del peccato: questo peccato mi dispiace, mi pento. Finché non soffriamo per il male che c'é nella storia, non facciamo il primo passo per la riconciliazione. E, quando questa sofferenza viene da Dio? Quando non è una sofferenza che distrugge, ma una sofferenza che inquieta, che tormenta; non il tormento dell'autolesionista, ma il tormento di chi dice: "Questo problema lo devo risolvere, finché non l'ho risolto non mi fermo". Allora, se riteniamo che si possa vivere questa inquietudine positiva e cominciamo a fare qualcosa perché la nostra vita cambi, in modo da diventare operatori di consenso, potremo vivere con quella serenità che è propria di un figlio di Dio: "Signore, abbi pietà di me, voglio fare quello che tu vuoi da me". Questo significa vivere una vita da riconciliati, cioè non una vita senza peccato, ma una vita che si carica del peccato perché lo vuole togliere; non una vita pacificata perché senza preoccupazioni, ma una vita che ha come preoccupazione fondamentale quella di volere che l'umanità diventi diversa e si ostina a volerlo perché l'ha rivelato Dio, perché Lui ha detto di aver riconciliato il mondo con sé. Questa è la convinzione basilare che fonda la realtà del credente: non possiamo vivere da riconciliati se non facciamo riconciliazione; il desiderio di riconciliazione implica una prassi di riconciliazione; se non si traduce in una prassi, è una pura velleità. La riconciliazione non è un miracolo, è un processo; la salvezza non è un miracolo, si realizza perché ci sono le persone che la attuano. La salvezza è come la procreazione; vi saranno dei figli della vita nuova, se ci sono delle creature che li generano, non dalla carne, non dal sangue, ma dall'amore che Iddio ha immesso nella loro vita Per cui la comunità credente deve imparare ad essere una riconciliatrice nella storia, non dichiarando quali sono i mali della storia, ma come si eliminano. Bisogna imparare ad entrare nella storia, a sporcarsi le mani con la realtà. Questo dobbiamo farlo tutti, non possiamo delegarlo ai preti: il ministero della riconciliazione è stato affidato agli esseri umani. Siamo noi che dobbiamo prendere in mano la storia della nostra vita, riportarla dove noi vogliamo, facendo riconciliazione con noi stessi, col marito o con la moglie, con i nostri figli. Ognuno di noi è il segno della riconciliazione con Dio. Ci vogliono dei Samaritani, ci vogliono delle persone che dicano: io lo voglio fare, voglio cambiare la storia, voglio che l'umanità diventi diversa. Per fare questo ci vogliono grandi progetti. Anche, se diciamo una parola ad una sola persona, diciamola perché vogliamo la pace del mondo. Se non vogliamo la primavera per tutti, non la possiamo aspettare per nessuno, perché i beni di Dio vengono per tutti: Egli non ha dei figli e dei figliastri; sono tutti figli di Dio, che si chiamino cristiani, maomettani o atei; quanto più hanno nomi terribili, tanto più sono figli amati. Per cui, finché siamo protesi a cercare il bene del nostro gruppo, della nostra chiesa, dei nostro mondo e non condividiamo la nostalgia del Padre che vuole che tutti i figli tornino a casa, siamo su una strada che va, ma non è ancora la strada maestra. E questo mi sembra il grosso problema che tormenta noi credenti; in fondo, se siamo inqueti, se siamo infelici - e penso che nessuno di noi è veramente felice - è perché troviamo delle grosse resistenze a consentire al piano di Dio. Perché ognuno di noi ha il suo orticello che gli dà già tanti problemi; perché caricarsi anche dei problemi degli altri? I nostri problemi ci bastano, sono già troppi! E poi ci accorgiamo che il nostro orticello non lo possiamo in alcun modo coltivare, perché c'è il ghiaccio intorno, per cui tutto quello che seminiamo, si brucia anche nel nostro orto. Prendiamola in mano questa storia! L'abbiamo abbandonata troppo a se stessa, chi per un motivo, chi per un altro; abbiamo temuto di sbagliare, di non avere la competenza; ma ora stiamo toccando il fondo e credo che tutti quanti noi cominciamo a capire che i sistemi di vita che ci siano costruiti fanno acqua da qualche parte. Lasciamoci riconciliare con Dio, cioè facciamo pace con Dio! e vedremo che più ci impegneremo a cercare pace, più il volto di Dio diventerà trasparente!

L'esercizio della missione di riconciliazione

Riconciliarsi con Dio che è Amore, significa riconciliarsi con la chiamata ad essere segni visibili dell'amore di Dio. Lasciamoci amare da Lui e impareremo anche a camminare con altri verso il suo amore, perché siamo come un metallo, che, quando entra in una fornace e non è refrattario, quanto più si lascia pervadere, si lascia trasformare, tanto più irradia calore. Per cui l'essere umano deve fare pace con la sua condizione di soggetto d'amore, cioè con la sua capacità di far sorgere amore, là dove l'amore non è ancora sviluppato, non c'è ancora. Questa meta è sempre in sviluppo, è sempre davanti a noi, intorno a noi, ci attira, ci spinge, ci trasforma, perché non siamo ancora quali saremo quando la famiglia umana sarà liberata con la creazione dalla schiavitù, dall'incapacità dì coesistere in una comunione dai confini senza confini. Per guarire l'incapacità di amare, per guarirla dentro di noi e intorno a noi, dobbiamo far emergere dalla nostra storia la valenza terapeutica di cui i credenti sono depositari. Un credente è un guaritore: più aderisce a Cristo che guarisce, più egli diventa guaritore, da lui esce un'energia capace di guarire la malattia dell'amore, ossia l'incapacità di stare insieme in un mondo di conflitti, di resistenze e di paure senza essere schiacciati da queste realtà, ma cercando di elaborarle e di portarle avanti nella precarietà del quotidiano. Guarire dall'incapacità di amare significa, prima di tutto, imparare a comprendere esattamente che cosa ci blocca, significa credere che possiamo superare questi ostacoli e significa investire le nostre capacità, le nostre energie in modo tale che questi ostacoli vengano superati. La riconciliazione ciascuno la deve fare dov'è; ognuno deve far pace con la sua realtà: e questo fare pace significa imparare a diventare soggetto d'amore.

Nessuno di noi prende soltanto e nessuno di noi porta soltanto; la realtà cresce quando ciascuno di noi si moltiplica con l'altro. Uso un'espressione che mi è stata suggerita da un amico genetista: nella vita noi fecondiamo quelli che ci fecondano; ognuno di noi feconda la realtà che lo feconda; tutte le realtà si fecondano ad intreccio. Per un certo tempo abbiamo pensato che fosse uno che trasmetteva la vita e l'altra l'accogliesse soltanto, adesso noi ci rendiamo conto che la vita è proprio un intreccio di fecondazione. Allora, rigenerare la vita, accrescere la pace dell'umanità significa non considerarsi delle persone che portano, delle persone che ricevono, ma delle persone che sanno moltiplicare le loro prerogative. Per cui cessiamo di essere operatori di riconciliazione tutte le volte che non sappiamo vivere il processo di fecondazione reciproca. Vivere questo processo è imparare a morire e a risorgere, imparare ad essere. Ci sono tante tombe che sono chiuse perché non c'è nessuno che ha la fede di dire, come Gesù a Lazzaro: "Vieni fuori!". E' questo il ministro della riconciliazione: uno che crede che la vita non è totalmente morta. Se c'è tanta morte, è perché sono così poche le persone che credono nella Resurrezione; noi crediamo nella Resurrezione finale, ma la Resurrezione si fa nel tempo. L'atto d'amore è un grandissimo atto di fede: noi credenti crediamo solo nell'amore, l'oggetto di fede è l'amore, è la capacità dell'essere umano di diventare soggetto d'amore, se non si chiude all'azione di Dio. Sottrarre all'altro la fiducia che può diventare soggetto d'amore significa odiare; ti aiuta chi crede che puoi diventare un altro. Perché lo crede? Non perché è ottimista, ma perché egli crede in Dio e Dio è colui che risuscita i morti. lo credo, Signore, che puoi dare la vita; io voglio che questa creatura l'abbia. Questa è la forza del credente.

L'atto di riconciliazione non è un atto di buon senso, è fare all'altro il dono della fiducia di Dio. Credente è chi consente che attraverso le sue parole, i suoi gesti, le sue opere, la sua misera persona passi la forza di Dio; egli è il sacramento di Dio, è la parola vivente di Dio. Nelle comunità cristiane tutte queste realtà le abbiamo rese statiche, perché fondamentalmente siamo dei credenti ignavi: vogliamo ascoltare la parola di Dio, - grazie a Dio la si ascolta la parola - però sono rare le persone che dicono: "Ascolto la parola di Dio, perché devo diventare Parola vivente di Dio". Perché dunque la ascoltiamo? Se i nostri figli ascoltano il primo anno, ascoltano il secondo anno e non incominciano a parlare, cominciamo a preoccuparci. Possibile che una comunità credente ascolti la parola per decine di anni e non diventi Parola? A che pro? Noi dobbiamo essere la Parola vivente di Dio. "Signore, tu vuoi che io sia la tua Parola, il tuo Sacramento nella storia, tu vuoi che io sia colui che fa le opere della vita, fa di me lo strumento della tua pace. Dove c'è l'odio, che io porti l'amore. Io so che sono una persona indegna, piena di conflitti, di miserie, però so che tu puoi trarre dei figli dalle pietre; allora serviti di me." Questo è l'atto dell'abbandono a Lui. Finché la fede la vogliamo veicolare con delle parole è come se io dicessi "Vorrei avere un figlio", ma io non sono sposato, non lo posso avere. 1 figli si fanno, non si dicono. E se le parole non sono quelle che fanno i fatti, sono pure parole. La riconciliazione si fa, come si fa chi nasce non dalla carne, né dal sangue, ma dalla parola vivente di Dio: "Il Signore cambierà la tua storia, lasciati trasformare da Dio". E' questa la parola che veicola la fiducia; sono questi gli operatori di riconciliazione di cui abbiamo bisogno, Anche la riconciliazione sacramentale o è di questo tipo o non serve a nulla. "Nella parola di Dio, nel nome del Padre e del Figlio io ti sciolgo dai tuoi peccati; nella parola del Signore la tua vita diventa diversa". L'atto sacerdotale è quello che mette un compimento e proclama che in Gesù Cristo, Dio ha fatto pace col mondo. Questo noi annunciamo con le parole, realizziamo con la vita, celebriamo nel mistero; ma quando tra l'annuncio verbale, l'opera della vita e la celebrazione non c'è continuità, la Pace non avviene. Il problema di come si moltiplica l'amore nella storia, di come le comunità diventano comunità, di come le famiglie si fanno famiglie è un problema serio. Tutto ciò può avvenire quando le persone diventano vulnerabili alla miseria dell'altro; gli esseri che amano soffrono, non è possibile amare senza soffrire; ma la sofferenza dell'amore è la sofferenza della vita che cresce: soffrire fino a quando un altro essere non è arrivato alla luce; soffrire fino a quando non è entrato nel mondo dei viventi. E questa sofferenza è di entrambi, di colui che viene a114 luce e di colui che porta alla luce. In questo contesto il discorso sulla riconciliazione acquista un significato. Dovremmo diventare più credibili quando parliamo dell'amore, perché i discorsi sull'amore sono intrisi di sofferenza. E il dolore di che? Di un'umanità diversa. Noi non soffriamo perché l'umanità va male, a stento soffriamo dei danni che ce ne derivano; non vogliamo il bene dell'altro, vogliamo soltanto non avere disagi; così il processo di riconciliazione non va avanti. La pace delle famiglie non va, perché non ci sono persone disposte ad investire delle risorse; ma tra l'investimento e la rendita a volte passano degli anni e la forza di continuare a farlo chi ce la dà? Il credente ha la risorsa, egli sa che quando è unito al suo Dio, a lui può chiedere di alimentare la sorgente. L'agonia di Cristo è l'agonia della storia; tutte le volte che ci troviamo immersi in problemi di conflitti, di ostilità, di persone che non riescono a parlarsi, che non vogliono amarsi, che si uccidono, sentiamo questa agonia che ci continua dentro, che ci lacera fino al midollo. Dunque, se abbiamo delle risorse da offrire, mettiamole a disposizione del mondo di Dio e Lui vedrà come farle fruttificare; bisogna riprendere fiducia per affrontare .questo cammino, bisogna essere disposti a soffrire di più; preferendo la sofferenza feconda a quella agonica, avremo la speranza di soffrire per qualcosa di positivo.