Don Giacomino Piana
Un amico sempre presente San Giovanni rivela il mistero dell'incarnazione del Figlio di Dio con l'espressione: "In principio era la Parola... e la Parola divenne carne e piantò la sua tenda in mezzo a noi" (Gv 1,1-14). L'espressione è efficacissima per indicare la condivisione piena, inferiore ed esteriore, di Gesù, Verbo incarnato, con tutti i fratelli. Farsi carne, diventare come noi, piantare la sua tenda in mezzo a noi è dire piena solidarietà con l'uomo, è considerare la propria vita come "dono totale di sé" per gli uomini. Tutto l'Antico Testamento è una preparazione a questo mistero.
Solidarietà dell'uomo col creato
Già dal racconto della creazione nelle due tradizioni riportate dai due primi capitoli della Genesi, l'uomo, voluto da Dio come immagine somigliante a sé, è collocato nel cosmo come suo "signore" (Gn 1,26) e la tradizione jahvista precisa: "Dio prese l'uomo e lo pose nel giardino di Eden perché lo coltivasse e lo custodisse" (Gn 2,15). Tutto il cosmo è orientato verso l'uomo come suo vertice ed è attraverso di lui - sacerdote della natura - che tutte le cose fatte per lui, cantano la gloria del creatore: "I cieli narrano la gloria di Dio e l'opera delle sue mani annunzio il firmamento" (Sai 19). Ed è tale la solidarietà dell'uomo col cosmo che, quando egli tradisce la sua funzione di sacerdote del creato (portare se stesso e le cose a Dio) e cade nel disordine del peccato, volendo essere lui "padrone" di decidere ciò che è bene e ciò che è male (cf Gn 3,5-6), tutto precipita con lui; alla "benedizione" si sostituisce la "maledizione" (cf Gn 1,28.3,17). Bene commenta la Bibbia di Gerusalemme: "II peccato sconvolge l'ordine voluto da Dio: invece di essere l'associata dell'uomo e sua eguale (cf Gn 2,18-24), la donna diventerà la seduttrice dell'uomo che la asservirà per averne figli; invece di essere il giardiniere di Dio in Eden, l'uomo lotterà contro un suolo divenuto ostile. Ma il grande castigo sarà la perdita della famigliarità con Dio".'
San Paolo sottolinea questa solidarietà del creato con l'uomo, responsabile col suo peccato di avere sottomesso alla caducità tutta la creazione che attende di essere liberata dalla schiavitù della corruzione e soffre e geme nelle doglie del parto, aspettando anch'essa, attraverso noi che possediamo lo Spirito, di poter giungere alla redenzione (cf Rm 8,19-23). San Paolo afferma cioè che il mondo materiale, che egli chiama "creazione", creato per l'uomo, come affermano anche i primi due capitoli della Genesi, è partecipe del suo destino. Maledetto a causa del peccato dell'uomo (cf Gn 3,17), si trova attualmente in una condizione violenta: è "sottomessa alla caducità (più propriamente alla vanità): ha perso cioè il suo orientamento morale a causa del peccato dell'uomo; è caduto nella "schiavitù della corruzione", quindi anche fìsicamente è destinato alla distruzione. Ma, dice San Paolo, come per la redenzione di Cristo anche il corpo dell'uomo è destinato alla gloria, cosi anche il mondo sarà oggetto della redenzione e parteciperà alla libertà della "gloria dei figli di Dio" (cf Rm 8,21-23).2 Si apre di qui il nuovo modo di vedere il creato e la materia, compreso il corpo dell'uomo, che la filosofìa greca considerava cattiva e tirannica prigione dello spirito. Anzi, il Cristo libera la stessa materia ed estende anche ad essa la redenzione e la salvezza. Naturalmente questa però passa attraverso l'uomo che ri-diventa perciò il custode e il sacerdote del creato, come avrebbe dovuto essere secondo il piano originale di Dio creatore (cf Gn 1-2). L'Autore dell'Apocalisse specifica così la missione degli uomini "di ogni tribù, lingua, popolo e nazione: riscattati per Dio col sangue dell'Agnello, Dio stesso li ha costituiti per il nostro Dio un regno di sacerdoti" (Ap 5,9-12). L'uomo cioè è chiamato a ritornare alla sua vocazione iniziale di custode e di sacerdote di tutta la natura. È lui che deve proteggerla come giardiniere di Dio, liberarla dalla schiavitù della corruzione, portarla ad essere con lui lode di Dio: "Benedite, opere tutte del Signore, il Signore, lodatelo ed esaltatelo nei secoli" (Dn 3,57-88). E Francesco: "Laudato si', mi' Signore, cum tucte le tue creature, spetialmente messer lo frate sole... per sora luna e le stelle... per frate vento... per sora acqua... per frate focu... e per sora nostra madre terra. Laudato si', mi' Signore, per sora nostra morte corporale...". Il prefazio della IV preghiera eucaristica unisce questa lode dell'uomo e del creato a quella della Sion celeste: "Schiere innumerevoli di Angeli... giorno e notte cantano la tua lode. Insieme con loro anche noi, fatti voce di ogni creatura, esultanti, cantiamo...". Allo stesso modo nell'amore-agàpe (amore-dono-di-sé) di cui Gesù crocifìsso è l'esempio "più grande" (Gv 15,13), l'uomo e la donna potranno ritrovare reciprocamente tutta la freschezza del primo canto d'amore: "Veramente questa volta essa e osso delle mie ossa e carne della mia carne"(Gn 2,23)o quella del "sublime Cantico dei cantici, in cui aromi,colori, suoni, paesaggi, ricchezze convergono verso quell'eterna e sempre nuova professione d'amore: "II mio amato è mio e io sono sua" (cf Ct 2,16; 6,3)".3
L'alleanza di Dio con l'uomo
I tentativi di Dio di ricomporre la famigliarità e la comunione con l'uomo perduta con Adamo segnano profondamente tutta la storia della salvezza. Il Dio della Bibbia è sempre il Dio che vuoi stare insieme con l'uomo, che è profondamente vicino all'uomo, anche quando questi cerca di sfuggirlo. Ricorda sempre che ha fatto alleanza con lui; "L'arco sarà sulle nubi, dice solennemente a Noè, e io lo guarderò per ricordare l'alleanza eterna tra Dio e ogni essere che vive in ogni carne che è sulla terra" (cf Gn 9,12-16). Anche l'inizio della storia dell'antico popolo di Dio, schiavo in Egitto, sottolinea questo guardare e ricordarsi di Dio: "Gli Israeliti gemettero per la loro schiavitù, alzarono grida di lamento e il loro grido della schiavitù salì a Dio. Allora Dio ascoltò il loro lamento, si ricordò della sua alleanza con Abramo e con Giacobbe. Dio guardò la condizione degli Israeliti e se ne prese pensiero (Es 2,23). A Mosè che Dio chiama per liberarli dalla schiavitù, ripete: "Ho osservato la miseria del mio popolo in Egitto e ho udito il suo grido a causa dei suoi sorveglianti, conosco infatti le sue sofferenze. Sono sceso per liberarlo dalla mano dell'Egitto e per farlo uscire da questo paese verso un paese bello e spazioso, verso un paese dove scorre latte e miele" (Es 3,7ss). E tutto il seguito della storia della salvezza nell'Antico Testamento è la storia di un Dio fedele e solidale col suo popolo; lo ricolma del suo affetto e della sua tenerezza (cf Os 11,1-4), registra con profonda amarezza i suoi tradimenti e tenta di richiamarlo come un padre coi suoi castighi: Vi ho mandato la carestia... vi ho rifiutato la pioggia... vi ho mandato la peste... ma non siete ritornati a me!" 04m 4,4-12).4 È solidale col popolo, ma soprattutto "difensore" (go 'el)5 degli oppressi: i poveri (anawim), le vedove, gli orfani, gli stranieri. Il libro dell'Esodo, prima di raccontare la conclusione dell'Alleanza col suo Dio ai piedi del Sinai nel "sacrificio del sangue" (24,1-8), chiede a Israele che si impegni a sua volta col suo Dio, accettando il "codice dell'alleanza". E questo, oltre le "dieci parole" (Decalogo), chiederà all'israelita di essere come Jahvè - il Dio fedele -, solidale con l'oppresso; "Non molesterai lo straniero... non maltratterai la vedova e l'orfano. Se tu li maltratti, quando questi invocheranno da me l'aiuto io ascolterò il loro grido... perché io sono pietoso" (cf Es 22 in modo particolare i vv. 15-26).
Solidarietà di Mosè col suo popolo
Lo stesso Mosè, che aveva già scelto di rinunciare alla corte del faraone per essere solidale col suo popolo oppresso (cf Es 2,11-15) e che, solidale coi più deboli, si leverà a difendere dai pastori le sette figlie di Reuel (cf Es 2,16-22) è l'esempio più fulgido di fedeltà assoluta al suo Dio e, nel contempo, di solidarietà piena col suo popolo. È significativo l'elogio che fa di lui il libro del Siracide e lo stesso Deuteronomio (cf Sir 45,1-6; Dt 34,10-12). Anche quando l'ira di Dio si scatena per il peccato del popolo con l'adorazione del vitello d'oro e Dio lo tenta: "Lascia che la mia ira si accenda contro di loro e li distrugga. Di tè invece/arò una grande nazione" (Es 32, 10), Mosè supplica Dio che perdoni i suoi fratelli (cf Es 32,11-14), ma con la ferma e coraggiosa decisione di essere disposto a seguirne la sorte a qualunque costo: Questo popolo ha commesso un grande peccato: si sono fatti un dio d'oro. Ma ora, se tu perdonassi il loro peccato... E se no, cancellami dal tuo libro che hai scritto!" (Rm 32,3 Is). L'autore della lettera agli Ebrei commenta: "Per fede Mosè, divenuto adulto, rifiutò di essere chiamato figlio della figlia del faraone, preferendo essere maltrattato con il popolo di Dio piuttosto che godere per breve tempo del peccato. Questo perché stimava l'obbrobrio di Cristo ricchezza maggiore dei tesori d'Egitto; guardava infatti alla ricompensa" (Eb 11,24-26). Nel salmo 89 (v, 51) l'espressione "l'obbrobrio del Cristo" citata in questo testo6 si riferisce chiaramente al popolo d'Israele, consacrato a Jahvè come nazione santa (cf Es 19,6). Ma l'autore della lettera riconosce in questo "Unto" il Messia Gesù, a causa del quale "per la fede" già soffriva Mosè.7 Il confronto di Gesù con Mosè è particolarmente caro all'autore che lo sfrutta sia per sottolineare le somiglianze, sia soprattutto per affermare la superiorità assoluta di Cristo. Mi fermerò in seguito su alcuni passi di questo testo che ci aiuteranno ad approfondire le nostre riflessioni sulla solidarietà di Gesù con noi suoi fratelli.
Solidarietà di Gesù nel Vangelo
Nell'intenzione dell'evangelista Luca il buon samaritano, che diventa esempio da imitare ("Va' e anche tu fai lo stesso" 10,37), è personificazione di Gesù, il vero buon Samaritano che si è fatto prossimo di ogni uomo lasciato mezzo morto da quei briganti che sono i mali spirituali, morali e fisici che lo affliggono; i sacerdoti e i leviti, pur passando accanto a quell'uomo, non sanno liberarlo perché rappresentanti di quella "legge" antica che non salva l'uomo. Matteo a coloro che sono "affaticati e oppressi" sotto il peso della "legge" che le meticolosità dei Farisei rendono giogo pesante sulle loro spalle (cf Mt 23,4), propone le parole di Gesù: "Venite a me voi tutti che siete affaticati e oppressi e io vi ristorerò. Prendete il mio giogo sopra di voi e imparate da me che sono mite e umile di cuore e troverete ristoro per le vostre anime. Il mio giogo infatti è dolce e il mio carico leggero" (Mt 11,28-30). In questi contesti, chi, passando accanto all'uomo, vede, ha compassione, si prende cura di lui, fascia le ferite e vi versa olio e vino; chi invita a caricarsi di un giogo che altrimenti da solo non potrebbe portare, non è uno che sta parlando dall'alto di una cattedra, ma "l'uomo dei dolori che conosce il patire" (Is 53,3). Sant'Ambrogio, nel commento al salmo 49, scrive: ".. .propiziazione per tutti è Cristo ed egli è la redenzione di ognuno... Quale vittima più grande, quale sacrificio più valido, quale avvocato migliore di Colui che si è fatto intercessione per i peccati di tutti e ha dato la sua vita in redenzione per noi?... Egli solo ci ha riconciliato al Padre e ha sofferto fino all'estremo, addossandosi la nostra sofferenza. Per questo dice: Venite a me voi tutti che siete affaticati e oppressi e io vi ristorerò". Tutta la vita di Gesù può essere letta in questa chiave. Marco lo sottolinea in occasione delle due moltiplicazioni dei pani: "Vide molta/olla e si commosse per loro, perché erano pecore senza pastore" (Me 6,34) e Matteo che ama le spiegazioni aggiunge: "perché erano stanche e sfinite" (Mt 9,35). Poco dopo con molta più sensibilità l'evangelista Marco ripete: "Sento compassione di questa folla perché già da tre giorni mi stanno dietro e non hanno da mangiare. Se li rimando digiuni alle proprie case, verranno meno per via ed alcuni di loro vengono da lontano" (Mc 8,2ss; cf Mt 15,22). È significativo che Gesù in questa circostanza, prima di compiere il miracolo, domandi agli apostoli: "Quanti pani avete? Gli dissero sette" (cf Mc 8,5). "Gesù chiede una totale e generale spartizione di tutto ciò che si possiede. Era suo desiderio educare la gente a un atteggiamento di sereno e radicale distacco dal denaro e dalla proprietà; nessuno dovrebbe preoccuparsi di che cosa mangiare e di come vestirsi (Mt 6,25-33)... Questo è educare gli uomini a condividere ciò che possiedono...".8 In questo modo ci si educa a far entrare dentro di sé le pene, le ansie, i bisogni degli altri. Esempio per noi che solo così, anche se non riusciamo a fare il miracolo come Lui, anche se non risolviamo tutti i problemi, ne risaniamo tutte le ferite, siamo però vicini e condividiamo le sofferenze degli altri e le nostre parole, come più spesso e meglio il nostro silenzio, si fanno carne che si dona. Nel Vangelo di Giovanni Gesù esprime questo pensiero con la efficacissima similitudine: "In verità, in verità vi dico: se il chicco di grano caduto in terra non muore, rimane solo; se invece muore, produce molto frutto. Chi ama la propria vita la perde, e chi odia la propria vita (cioè chi è pronto a perderla, offrirla), la conserverà per la vita eterna" (Gv 12,24s). È necessario per essere e fare come Lui, lasciarsi mangiare dagli altri, come il chicco di grano si lascia mangiare dalla terra e solo cosi rinasce spiga.
In Gesù di Nazaret l'uomo incontra Dio
L'incarnazione ha dimostrato la condivisione della vita umana da parte di Gesù e ha dato una profondità inaspettata al concetto di alleanza e di comunione di Dio con l'uomo. In Gesù di Nazaret quest'alleanza-comunione dell'uomo con Dio diventa persona: "Io e il Padre siamo Uno... Io in loro e Tu in me... Se uno mi ama, osserverà la mia parola e il Padre mio lo amerà e noi verremo a lui e prenderemo dimora presso di lui" (Gv 17,23; 14,5-21; cf 10,14-14, ecc.).Col diventare carne la Parola non cessa di essere la Parola che in principio era "nel seno del Padre" e per mezzo della quale tutto è stato creato. E se ha piantato la tenda in mezzo a noi, è perché noi possiamo incontrarla, perché, incontrando Lei, incontriamo Dio.Commentando il prologo del Vangelo di Giovanni, il Brown scrive: "La grande manifestazione da parte di Dio del fedele amore9 d'alleanza nel Vecchio Testamento ebbe luogo sul Sinai, la stessa sede dove il tabernacolo divenne l'abitazione della gloria di Dio. Cosi ora la suprema manifestazione dell'amore di Dio è la Parola incarnata, Gesù Cristo, il nuovo tabernacolo della gloria divina. Se la nostra interpretazione di "amore in luogo di amore" (v. 16) è giusta,10 l'inno del prologo termina con la trionfante proclamazione di una nuova alleanza in sostituzione dell'alleanza del Sinai".11 Ma se quella fu consacrata dal sangue delle vittime versato da Mosè, metà sull'altare, simbolo di Dio, e l'altra metà asperso sul popolo di Israele con le parole: "Ecco il sangue dell'alleanza che il Signore ha concluso con voi" (cf Es 24,6-8), questa, nuova ed eterna, è consacrata dal sangue di Cristo, "versato per voi e per tutti in remissione dei peccati" (Mt 26,27s).
Gesù nostro sommo sacerdote
Dunque, il sangue di Gesù, vittima perfetta, fattosi obbediente al Padre fino alla morte e alla morte di croce (cf Fil 2,8) ha sigillato la nuova alleanza (cf Lc 22,20) che i profeti avevano annunziato (cf Ger 31,31).12 Trattandosi di "sacrificio", abbiamo in Gesù la vittima e il sacerdote: se da una parte la morte di Cristo, accettata come obbedienza al Padre, ha prodotto la sua glorificazione (cf Fil 2,9), è, dall'altra, causa di vita eterna per tutti gli uomini che credono in Lui, perché Gesù si fa solidale con loro. Questo secondo aspetto, che interessa il nostro tema, cioè la solidarietà di Gesù con gli uomini, è sviluppato ampiamente dall'autore della Lettera agli Ebrei. Lo affronta subito in 2,5-18. Parafrasiamo il testo: dopo aver chiamato e dimostrato con vari testi della Scrittura che il figlio di Dio è superiore agli angeli (1,5-14) ed esortato i suoi ascoltatori a prendere sul serio il messaggio (2,1-4), afferma: "Non certo a degli angeli Dio ha assoggettato il mondo futuro", ma a colui che solo appare veramente uomo. Gesù è il solo uomo che realizza in modo perfetto la vocazione dell'uomo, come viene presentata dal Salmo 8 perché "fatto di poco inferiore agli angeli, lo vediamo ora coronato di gloria e di onore a causa della morte che ha sofferto perché per la grazia di Dio esperimentasse (ghèusetai nel greco; "gustaret" nella Vg) la morte a vantaggio di tutti" (2,6-8). La sua solidarietà con l'uomo è dunque totale, perché non ha rigettato nulla della condizione umana: ha raggiunto quelli che "non si vergogna di chiamare fratelli" (2,11) là dove questi sono, cioè nella loro esistenza provata e dolorosa. Per questo "nei giorni della sua carne (quella nostra carne che ha assunto per essere in tutto simili a noi) egli offrì preghiere e suppliche conforti grida e lacrime a colui che poteva liberarlo da morte e fu esaudito per la sua pietà" (5,7). Inoltre questa solidarietà è universale, perché è a beneficio di tutti gli uomini: solo così Gesù porta a termine il progetto di Dio sull'uomo. Ed è facendosi solidale nella sofferenza con tutti i fratelli che il Cristo potrà comunicare loro la gloria che avrà acquistato proprio a prezzo di questa solidarietà. Perciò doveva rendersi in tutto simile ai fratelli per diventare un sommo sacerdote misericordioso e degno di fede per le cose che riguardano Dio, allo scopo di espiare i peccati del popolo. Infatti proprio per essere stato messo alla prova ed aver sofferto personalmente, è in grado di venire in aiuto a quelli che subiscono la prova.13 Possiamo concludere con l'autore della lettera agli Ebrei: "Poiché dunque abbiamo un grande sommo sacerdote, che ha attraversato i cieli, Gesù, Figlio di Dio, manteniamo ferma la professione della nostra fede. Infatti non abbiamo un sommo sacerdote che non sappia compatire le nostre infermità, essendo stato lui stesso provato in ogni cosa, a somiglianza di noi, escluso il peccato. Accostiamoci dunque con piena fiducia al trono della grazia, per ricevere misericordia e trovare grazia ed essere aiutati al momento opportuno" (Eb 4,14-16).14
don Giacomino Piana
1 Cf Bibbia di Gerusalemme (B.J.), commento a Gn 3,16, p. 41. 2 Cf B.J. commento a Rm 8,19, p. 2433. 3 G. RAVASI, I Salmi, ed B.U.R., Bologna 1984, p. 169. 4 È importante notare la tristezza di questo ritornello ripetuto nel brano 5 volte e che si conclude col richiamo: "Preparati, o Israele, all'incontro col tuo Dio!" che annuncia il castigo che colpirà il regno del Nord con l'invasione assira. 5 Per go 'el cf B.J., note a Nm 35,19 e Gb 19,25. 6 Ravasi traduce: "l'insulto fatto al suo servo", op. cit., p. 282. 7 Cf B.J. nota a 17,26 p. 2579. 8 Cf NOLANA., Gesù prima del cristianesimo, E.D.B., Bologna 1986, p. 75s (cf anche pp. 42s; 55s; 85s). 9 "Fedele amore": II Brown traduce così le due parole "grazia e verità" di Gv 1,14 perché, scrive, queste due parole sono usate qui in forma unitaria che rispecchia la famosa coppia vetero-testamentaria di "hesed e emet". Lo "hesed" di Dio è la sua benevolenza o clemenza nello scegliere Israele senza alcun merito da parte sua e la sua espressione di questo amore nell'alleanza. Le traduzioni suggerite sono "amore di alleanza", "amore misericordioso", "benevolenza", "benevolenza amorevole". Lo "emet" di Dio è la sua fedeltà alle promesse dell'alleanza. Le traduzioni suggerite sono: "fedeltà", "costanza", "lealtà". 10 "Amore in luogo di amore": il Brown traduce cosi il greco del v. 16 Kài chàrin anti chàritos (La CEI traduce "e grazia su grazia" e la sceglie come traduzione preferita fra tutte, scrivendo: "Questa idea di sostituzione come è sostenuta dai Padri greci (Origene,Cirillo di Alessandria, Crisostomo) significa implicitamente lo "hesed" di una nuova alleanza in luogo dello "hesed del Sinai. U v. 17 sembra convalidarlo". " BROWN R.E., Giovanni, voi. I, pp. 48-49, Cittadella editrice, Assisi 1979. 12 cf B.J., nota a Mt 26,28, p. 2148. 13 CfVANHOYE A., Sacerdoti antichi e nuovo sacerdote secondo il Nuovo Testamento, Ed. Elle Di Ci, Leumann 1985. Il tema della solidarietà sacerdotale di Gesù viene trattato nelle pp. 64,70-73,75,91-93,96-98, 106. 14 Per eventuali approfondimenti dei temi trattati in questo articolo cf la nota bibliografica a p. 17.
