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“Non chi dice Signore Signore entrerà nel regno dei cieli, ma chi fa la volontà del Padre”. Dobbiamo passare dall’ortossia alla prassi. Resta più importante il retto modo di agire che il retto modo di credere. È questione di coerenza!

Tutto passa solo Dio resta.

Don Gianfranco Fregni

I documenti della Chiesa distinguono tra preparazione remota, prossima e immediata al matrimonio sacramento, riferendosi con questi termini non soltanto ai tempi di tale preparazione, ma a contenuti profondamente diversi (cf ESM 61 ss; PC 66).

I documenti della Chiesa distinguono tra preparazione remota, prossima e immediata al matrimonio sacramento, riferendosi con questi termini non soltanto ai tempi di tale preparazione, ma a contenuti profondamente diversi (cf ESM 61 ss; PC 66), A questo riguardo don Pregni, proponendo alcune riflessioni che prendono spunto dalle deliberazioni annesse a Evangelizzazione e Sacramento del Matrimonio, ci induce a riflettere sugli obiettivi che ci proponiamo nella nostra azione pastorale, ad esplicitarli e a confrontarli con le indicazioni del magistero.

 

Premessa

Nel 1975 fu pubblicato il documento Evangelizzazione e Sacramento del Matrimonio, unico documento della Chiesa che affronta il sacramento del matrimonio in quanto tale. Fu il frutto di un lavoro davvero capillare: una bozza elementare era stata mandata a tutte le diocesi; successivamente il documento fu presentato alla C. E. I. dopo essere stato rielaborato, tenendo conto di numerosi contributi di sposi. Annesso a tale documento i vescovi italiani votarono un pacchetto di deliberazioni e raccomandazioni che rappresentano un punto di riferimento essenziale per la verifica dell'azione pastorale di ogni parrocchia e di ogni diocesi; si tratta infatti di indicazioni operative e di decisioni emerse dalle riflessioni proposte nel documento: ogni battezzato, pertanto, ha il diritto che gli si offra ciò che il magistero collegialmente ha deciso. A dieci anni da queste deliberazioni è doveroso interrogarsi sul cammino fatto e su come continuarlo; le considerazioni che seguono vogliono offrire un contributo ed uno stimolo a tale riflessione.

Appartenere ad una Chiesa per accogliere

L'esperienza pastorale di tutti questi anni conferma ancora una volta che prima sono i catechisti e gli animatori e poi i sussidi; anzi, prima ancora, sono le comunità ecclesiali. Ho parafrasato e applicato alla preparazione al matrimonio ciò che il documento base sul Rinnovamento della catechesi afferma al n. 200. Infatti non è pensabile una buona catechesi, sia pure pre-matrimoniale, senza la partecipazione dell'intera comunità. Infatti la chiesa particolare "fa catechesi principalmente per quello che essa è, in progressiva, anche se imperfetta coerenza, con quel che dice" (RdC 145). Prima di sollecitare un atteggiamento di accoglienza è bene sapere chi accoglie. Prima di organizzare itinerari catecumenali è essenziale conoscere in quale comunità sono radicati. Gli Atti degli Apostoli ci attestano: "Ogni giorno il Signore aggiungeva alla comunità quelli che erano chiamati a salvezza" (2,48) perché il Signore - ci conferma la Lumen Gentium (n. 9) - vuole salvare e santificare gli uomini non individualmente e senza alcun legame tra loro, ma volle costituire di loro un popolo, che lo riconoscesse nella verità e santamente lo servisse. Si accoglie in una casa, si entra a far parte di una casa, accolgo quelli dì casa mia, quelli di casa hanno diritto di essere accolti. Appartenenza e accoglienza vano coniugati insieme. Soprattutto il senso di appartenenza, negli operatori pastorali, deve precedere il loro atteggiamento di accoglienza. Solo cosi la loro accoglienza avrà il sapore biblico e riusciranno a trasmettere ai fidanzati la sicurezza di essere accolti in una comunità alla quale essi già appartengono per il battesimo. Una prima revisione di vita coraggiosa va centrata sull'immagine della Chiesa che diamo nei nostri corsi e iniziative rivolte ai fidanzati. Entrando in rapporto con noi, avvertono che la loro persona è al centro e che stabilire rapporti di fraternità è prioritario su ogni altra realtà? Se la Chiesa è comunione di ministeri e doni diversi, come ci presentiamo? Siamo insieme sposi, sacerdoti, religiose? Quale "ambiente" creiamo? Certamente il fatto dell'appartenenza può presentarsi come un problema delicato per un movimento: i fidanzati non appartengono ai CPM ma alla Chiesa che li ha generati nella fede col battesimo. Cosi l'appartenenza ad un movimento non può e non deve costituire un ostacolo ad una visione più ampia ed universale di appartenenza alla Chiesa del Vescovo. Gli sposi che accolgono e accompagnano i fidanzati al sacramento del matrimonio, svolgono un ministero, sono dei ministri della Chiesa. La loro accoglienza è quella del pastore, del padre, dell'amico, del fratello, dello sposo. La Chiesa è la sposa di Cristo e non smette di accompagnarlo ovunque Egli vada: frequenta l'uomo e la sua donna, li ascolta e dialoga con loro. Il nuovo Codice di diritto canonico torna a sottolineare che con il Battesimo si è costituiti "persona" nella Chiesa, soggetti di diritti e non solo di doveri. Oggi, i nostri fidanzati, spesso rimasti fuori casa per tanto tempo, hanno bisogno di avvertire al primo impatto di muoversi a casa loro, a loro agio, come un loro diritto primario e non come concessione. È importante per loro sapere che per quel battesimo, di cui hanno in mano il "certificato di carta", essi non hanno mai cessato di far parte di quella comunità in mezzo alla quale essi formano una nuova casa. Ad una cultura individualistica, quale quella attuale, ci è chiesto di contrapporre una concezione comunitaria della vita quale quella della Chiesa. E ciò avviene solo se anche noi, per la preparazione al matrimonio, ci presentiamo come comunità. In quanto catechisti, animatori siamo chiamati a testimoniare, non la nostra personale bontà, ma il messaggio di Cristo che porta la Chiesa; altrimenti la nostra personale testimonianza (vita più parole) ha valore ed è credibile a discrezione della stima e simpatia che ciascuno riesce a suscitare negli altri. Potrebbero sempre dirci: " Lei afferma così, vive cosi... ma la Chiesa?". Infatti, sempre il nuovo Codice di Diritto Canonico afferma: "I pastori d'anime sono tenuti all'obbligo di provvedere che la propria comunità ecclesiale presti ai fedeli quell'assistenza mediante la quale lo stato matrimoniale perseveri nello spirito cristiano e progredisca in perfezione". Occorre pertanto proporre dei segni, dei gesti che, divenendo poi tradizione cioè memoria, formino una mentalità, facciano costume. In particolare riferisco un'esperienza presente da dodici anni nella mia Chiesa di Bologna, ma oggi anche in altre diocesi. Prima di Pasqua, la quinta domenica di Quaresima, il Vescovo convoca in assemblea diocesana tutti gli sposi, invitando anche i fidanzati, e chiede loro di rinnovare comunitariamente davanti a lui le loro promesse nuziali, prima della Pasqua, in quanto posti nell'ordine degli sposati (LG 11) a guisa dei presbiteri che sono convocati il giovedì santo. Riporto anche un'altra esperienza, sia della mia chiesa che di altre diocesi. Dal 1976 c'è un appuntamento mensile per tutti i fedeli, (il primo lunedì di ogni mese) come Giornata di preghiera per le famiglie, per i fidanzati che si sposano nel mese, per tutte le coppie in difficoltà o nella prova. In città c'è adorazione continua nella chiesa dell'Adorazione, alla sera in un santuario si celebra l'Eucaristia, Qual è il senso di questa giornata? La vita di santificazione e di conversione degli sposi e dei fidanzati non è solamente un problema loro, che riguarda solo loro. Se essi hanno il proprio dono in mezzo al popolo di Dio, ne consegue che tutto il popolo di Dio deve chiedere questo dono e la grazia per coloro che ne sono portatori. Si prega che il Signore mandi operai nella sua messe. Bene, ma gli operai sono esclusivamente i sacerdoti? E se si tratta di evangelizzazione e di catechesi, come si può fare un corso o un itinerario senza che la preghiera di tanti l'accompagni? Facciamo revisione di vita sul valore che diamo alla preghiera di tutta la comunità parrocchiale, diocesana o del movimento in ordine ai nostri interventi apostolici.

Evangelizzare i fidanzati ma prima evangelizzare il matrimonio

La prima deliberazione della CEI, del 1975 afferma: "La Chiesa italiana decide, innanzi tutto, di dare alla pastorale matrimoniale e familiare un posto del tutto particolare nella sua missione evangelizzatrice". Questa decisione ci induce a fare alcune considerazioni. Non si può parlare di catechesi prematrimoniale, senza portare avanti contestualmente un'opera di evangelizzazione di tutta la comunità cristiana a riguardo del matrimonio. Un cammino di fede in preparazione al sacramento del matrimonio sarà ecclesiale quando tutta la comunità diocesana e parrocchiale abbia fatto la scelta prioritaria di mettere la comunità coniugale nata e sostenuta dal sacramento del matrimonio, al centro della vita comunitaria. Già nel 1969 i Vescovi ci raccomandavano di far questo, superando la fase generosa, ma sterile di interventi episodici e frammentar! (Matrimonio e famiglia, oggi, in Italia, 1969, n. 16/A). C'è da domandarsi: quale idea hanno i cristiani della mia diocesi, della mia parrocchia, del sacramento del matrimonio? Che cosa in realtà credono? Che cosa annunciano quando ne parlano? Infatti, si possono trovare sposi di buona volontà che vengono a darci una mano per parlare ai fidanzati. Ma cosa annunceranno del mistero nuziale? Le loro opinioni? Conoscono la riflessione che il Concilio ci ha offerto? Molte opinioni e idee sul matrimonio si presentano come un misto di fede e cultura del tempo. Ma il Concilio, nella stessa riflessione di fede ci ha aperto orizzonti imprevisti attraverso la Scrittura, nella liturgia, con la riflessione sulla Chiesa, impegnandoci nella missione in mezzo agli uomini. E anche le scienze degli uomini hanno fatto molta strada.

Preparazione al matrimonio e catechesi prenuziale

La seconda deliberazione della CEI riguarda in particolare la preparazione al sacramento del Matrimonio, di cui viene chiaramente affermata e riconosciuta la necessità e la conseguente obbligatorietà di una adeguata preparazione. Ora la necessità e conseguente obbligatorietà sono da addebitarsi anzitutto alla stessa comunità ecclesiale, a tutti i livelli, in tutte le sue strutture, (cf Delib, 3) prima che ai fidanzati. Si tratta cioè del dovere di offrire gli strumenti per questa preparazione, di cui i fidanzati hanno diritto di avvalersi. Poi si tratta anche di persuadere della necessità e obbligatorietà di coscienza, di prepararsi spiritualmente e umanamente alla definizione del Patto nuziale. A mio avviso non è invece identifìcabile questa obbligatorietà con uno specifico "corso", specie se fosse l'unico. Infatti si risolverebbe nel fare continue eccezioni. Si tengano presenti le fasce dei pendolari, dei camionisti, degli emigrati, dei turnisti. Indichiamo con il termine "preparazione al matrimonio" tutto ciò che remotamente, prossimamente e immediatamente, la famiglia, la Chiesa e la società mettono in atto, per aiutare le persone a raggiungere una loro maturità personale, a saper scegliere, a saper instaurare rapporti costruttivi tra uomo e donna, all'arte di convivere. In questo senso la preparazione alla vita di coppia e di famiglia è un servizio umano e, dai cristiani che credono al valore della famiglia, va offerto a tutti. L'amore coniugale dell'uomo per la sua donna obbedisce al progetto di creazione e pone già nell'ordine della salvezza. I cristiani servono la creazione e collaborano con tutti quelli che hanno a cuore la crescita dell'amore coniugale fra gli uomini. Questo servizio di promozione umana, di preparazione remota e prossima alla vita affettiva di coppia, va portato avanti attraverso corsi di base, non necessariamente organizzati dalle parrocchie, ma anche parrocchiali e interparrocchiali. Soprattutto si abbiano presenti gli adolescenti nelle loro prime esperienze sentimentali di coppia, per una sapiente riscoperta e valorizzazione della corporeità.

Preparazione al matrimonio e vocazione alla vita coniugale

La terza deliberazione della CEI si esprime così: "Le diocesi italiane decidono, perciò, di inserire l'evangelizzazione del matrimonio in un'opera educativa globale, in cui ogni forma e stato di vita cristiana sia presentata come vocazione e missione, seguendo lo sviluppo delle diverse età". In una visione cristiana della preparazione al matrimonio, la dimensione vocazionale è parte costitutiva del sacramento così come la sua ministerialità. Ma in questo preciso campo della sessualità è pertinente l'invito a distinguere fra l'inclinazione sessuale e la vocazione coniugale. Se può essere di aiuto presento quattro elementi che l'esperienza umana e la riflessione scientifica indicano come componenti una vocazione: inclinazione, attitudine, chiamata, scelta. - Inclinazione: è l'elemento congenito, ciò verso cui ci sentiamo portati. La sessualità è anzitutto inclinazione, spinta che porta l'uomo verso la donna e viceversa, desiderio di maternità e paternità. - Attitudine: è l'elemento acquisito attraverso l'educazione, l'esercitazione che sviluppano le capacità. Quando le attitudini coincidono con le inclinazioni congenite, si ha un'armonia profonda e una condizione favorevole nell'acquisire capacità e affinarle. Può darsi anche di venir educati ed esercitati ad attività per le quali non siamo portati. - Chiamata: è l'elemento esterno a noi. Un "altro da noi" ci chiama. La sua chiamata può coincidere con la nostra inclinazione, con le nostre attitudini, come può diversificarsi. Accertata l'inclinazione sessuale molto sviluppata, acquisita un'attitudine alla vita coniugale e familiare, può avvenire che nessuno mi chiami all'amore o venga respinta la mia chiamata. - Capacità di scelta: è l'elemento test della mia maturità. È una componente della persona, che esprime la sua capacità decisionale e di assunzione di responsabilità. Il giovane del Vangelo è predisposto alle cose dello spirito ma non è libero di decidersi per la chiamata di Gesù. Posso essere inclinato alla vita sessuale, aver acquisito attitudini coniugali e familiari, ma respingere questa chiamata alla responsabilità della storia di una persona per paura. Chi opera nella preparazione remota al matrimonio può agire soltanto a livello di attitudini. Chi opera nella preparazione prossima può solo aiutare a discernere nella chiamata e a promuovere quella maturità umana e spirituale che portano alla libertà interiore di scegliere. Molte coppie falliscono coniugalmente, perché si trovano coinvolte in una esperienza che subiscono senza "averla scelta", decisa. La preparazione al matrimonio è come la formazione in seminario: serve a preparare i futuri sacerdoti, ma anche a saper discernere se realmente sono chiamato o pronto. La preparazione al matrimonio deve realizzare un'opera di liberazione, abbattendo pseudo sicurezze esteriori e mascherate insicurezze intcriori. Solo così può mettere in grado le persone di uscire allo scoperto e di lasciar emergere i bisogni reali. Il matrimonio infatti non è la risposta ad un bisogno, bensì la scelta di vivere un'alleanza con un altro e per l'altro. Quando si paria di vocazione matrimoniale, si pensa subito allo stato di vita matrimoniale. Si dimentica che la vocazione è anzitutto a "sposare" (salvare facendo mia la sua storia) una precisa persona. In questo senso posso affermare che "è Dio che mi chiama".

Catechesi prenuziale

"Prima che gli uomini possano accostarsi alla liturgia, bisogna che siano chiamati alla fede e si convertano". Sono parole del Vaticano II (SC 9). Questo vale anche per i fidanzati. La "catechesi è esplicazione sempre più sistematica della prima evangelizzazione. Intende portare alla maturità di fede attraverso la presentazione sempre più completa di quanto Cristo ha detto, ha fatto, ha comandato di fare", propriamente anche in ordine al matrimonio (cf RdC, 30). Siamo chiamati a evangelizzare e catechizzare. Il Signore ci invia all'uomo e alla donna che si amano ma non hanno ancora fede piena nel Signore e in quello che lui compie in loro con il sacramento del Matrimonio. E l'annuncio di Gesù è sempre un vangelo prima di una morale, cioè "una buona novella" che è verità sull'amore, sul matrimonio. Come faranno a credere questi fidanzati se nessuno parla loro di Cristo? Che un giorno non abbiano a rimproverarci: ci siano incontrati con voi: perché non ci avete parlato di Cristo, voi che lo conoscevate? Prima di essere psicologi, psicoterapeuti, ricchi di esperienza familiare, siamo degli umili inviati e operai del Vangelo. Raccontiamo pure le nostre esperienze coniugali e familiari, ma a supporto della verità del Vangelo. Che cosa possono mai interessare ai fidanzati di oggi, sposi domani, le nostre esperienze di ieri? Se Cristo ci ha fatto il dono della fede è perché cresciamo in essa e ne diventiamo banditori, missionari a guisa di Priscilla e Aquila. È impensabile che la condizione culturale e la mentalità secolarizzata dei fidanzati di Corinto o di Roma ai tempi di Paolo fosse più favorevole al Vangelo di quella di Torino, di Genova o di Bologna oggi. E come allora si era protesi all'evangelizzazione e alla catechesi per cambiare i costumi, così come lo dobbiamo essere anche con i fidanzati di oggi. La seconda deliberazione della CEI presenta diverse modalità di questa catechesi in una progressiva intensità. Parte dai molteplici colloqui con il parroco, esortando a non fermarsi alla parte burocratica bensì a trasformarli in occasione di catechesi. E, aggiungo io, la stessa presentazione dei certificati di Battesimo e Cresima possono trasformarsi in liturgie quali la "rinnovazione delle promesse battesimali" e la preghiera per chiedere l'effusione rinnovata di ciascuno dei doni dello Spirito. La stessa richiesta delle "pubblicazioni" può diventare un rito di candidatura, una liturgia nella Messa domenicale. Dopo i colloqui con il Parroco, la CEI prende in considerazione un patrimonio di esperienza cospicuo quale quello dei "Corsi per fidanzati", diffusi in tutta Italia, anche se differenziati al massimo. Invita comunque a dare sempre più spazio, in questi corsi, agli aspetti propri del sacramento e del conseguente impegno cristiano. Infine si dice testualmente: "Siano avviate in ogni diocesi, in forma organica e permanente, esperienze di itinerari catecumenali per la preparazione al matrimonio, cosicché tali esperienze diventino in prospettiva/orma esemplare di evangelizzazione del matrimonio cristiano". Quest'ultima affermazione è stata fatta in considerazione dei molti giovani che domandano il sacramento del matrimonio, senza aver completato l'itinerario dell'iniziazione cristiana. E sufficiente prendere in considerazione il problema della Cresima. Quanti poi ricordano si e no di aver fatto la Penitenza o celebrato la Prima Eucaristia. Molti dicono di non credere. In "Evangelizzazione e sacramento del matrimonio" i vescovi affermano: "Quando chiedono il matrimonio cristiani battezzati che sono totalmente indifferenti alla fede o dichiarano esplicitamente di non credere, la Chiesa avverte con maggior gravita ed urgenza la sua responsabilità evangelizzatrice. Per essere fedele alla missione ricevuta da Gesù Cristo, essa deve esigere che i fidanzati non credenti accettino un periodo di catechesi, che potrà essere più o meno lungo in rapporto alle situazioni personali e di coppia" (n. 93). Ma questi itinerari di fede e di intensa catechesi prenuziale si richiedono a maggior ragione ai fidanzati che si dicono credenti, a quelli che hanno fatto "i catechisti" o militano in associazioni e movimenti cattolici. Proprio da loro si deve esigere una preparazione spirituale più articolata e intensa alla missione che richiede la vocazione a seguire Cristo nello stato di vita coniugale. Si consideri anche che "l'ignoranza delle Scritture è ignoranza di Cristo" (S. Girolamo). Pertanto è ben difficile accettare che la catechesi prenuziale non porti all'incontro con Cristo nella Scrittura, non sia una forma di iniziazione all'ascolto e alla preghiera della Parola di Dio. O forse i poveri, gli ultimi devono rimanere poveri e ultimi anche nei confronti di Dio? E non avverrà che coloro che si ritengono ricchi di religione, scambiano le loro idee, opinioni, abitudini culturali per verità di fede e mentalità evangelica?

Mediatori come Barnaba e Anania

Anania è chiamato dal Signore a incontrare Saulo ancora traumatizzato dall'evento sulla strada di Damasco e di cui tutti avevano paura: "Va sulla strada chiamata Diritta e cerca nella casa di Giuda un tale che ha nome Saulo di Tarso... Rispose Anania: Signore, riguardo a questo uomo ho udito da molti tutto il male che ha fatto ai tuoi fedeli in Gerusalemme. (...) Ma il Signore disse: Va', perché egli è per me uno strumento eletto per portare il mio nome dinanzi ai popoli, ai rè e ai figli d'Israele" (cf At 9,11-16). Anche oggi il Signore farà irruzione nella vita di tanti giovani e ragazze o persone già adulte nelle circostanze più impensate e dopo tratti di vita ben lontani dalla comunità. Non possiamo certo pensare di inviare tutte queste persone ad anonimi corsi di conferenze. Ci sarà qualche Anania con moglie che il Signore chiamerà a quest'opera di mediazione. Siamo attenti attorno a noi, perché questi casi si moltiplicheranno sempre più. Ancora: c'è un'altra figura molto cara negli Atti degli Apostoli ed è quella di Barnaba. L'uomo che sa mediare con pazienza e illuminazione dello Spirito tra tensioni innovatrici e conservatrici, tra l'irruzione del nuovo in Cristo e il patrimonio della tradizione. Accoglie Paolo e lo presenta alla comunità; media le tensioni tra Paolo e Pietro; accompagna Paolo e paternamente rimane al fianco di Marco, quando questi viene rimandato a casa da Paolo perché impreparato alla lotta (cf At 15,36-40). Tra gli addetti ai lavori ci sarà un Barnaba. Ogni gruppo tanto più è compatto, sappia che ha bisogno di un Barnaba per non escludere qualcuno. Infine Priscilla e Aquila, i due coniugi artigiani di Corinto, oriundi del Ponto e profughi da Roma. Seguono Paolo nel suo viaggio missionario. A Efeso sentono parlare di Gesù da Apollo "uomo eloquente e versato nelle Scritture che insegnava esattamente ciò che si riferiva a Gesù... Priscilla e Aquila lo ascoltarono, poi lo presero con sé e gli esposero con maggior accuratezza la via di Dio " (At 18,24-26). Sogno il giorno in cui sposi e vergini, laici e teologi: parleremo insieme di Cristo Sposo e del suo amore nuziale, arricchendoci vicendevolmente della conoscenza di Lui per l'esperienza che di Lui ciascuno ha fatto nel proprio stato di vita.

Don Gianfranco Fregni

Traccia per la revisione di vita

 

 

Vedere Alla luce di quanto presentato nell'articolo riflettiamo sulla nostra vita con l'aiuto di alcune delle seguenti domande: - È maturata in me e, se sì, come la consapevolezza che Dio mi salva, inserendomi come "pietra viva" nel popolo di Dio, nella Chiesa? Che significato assume per me questa appartenenza ? Quali novità di vita genera? Il fatto di appartenere ad un gruppo, ad un movimento favorisce o ostacola questo cammino verso la comunione? - Il nostro essere parte del popolo di Dio si concretila nell'appartenenza ad una comunità parrocchiale, zonale, diocesana. Come vivo quest'appartenenza? Nell 'azione pastorale accanto ai fidanzati che significato assume per la nostra coppia il fatto di essere ministri di questa comunità? Entrando in relazione con i fidanzati come cerchiamo di aiutarli a prendere coscienza che in forza del loro battesimo essi non sono ospiti occasionali, ma mèmbri di quella stessa famiglia? - "Si tratta di imparare di Gesù insieme, di comunicarci vicendevolmente la via del Signore". Come viviamo quest 'esperienza nel gruppo, nella comunità, con i fidanzati? La lettura, lo studio, la meditazione della parola di Dio rappresentano una risorsa importante in questo cammino? Quali difficoltà incontriamo? Quali germi di vita nuova possiamo cogliere ? - Nell'azione pastorale accanto ai fidanzati condivìdiamo la preoccupazione che l'opera di evangelizzazione assuma sempre più un 'importanza primaria? Quali difficoltà constatiamo, quali strade pensiamo di dover percorrere per superarle ?

 

Giudicare Apriamoci all'ascolto della voce dello Spirito che parla dentro di noi. Richiamiamo alla memoria situazioni e brani evangelici e lasciamoci giudicare e illuminare.

Agire A quale cammino di conversione sento che Dio, oggi, mi chiama?