GIORGIO MAGNETTI
L'analisi sociologica che da tempo studia l'universo giovanile avanza varie ipotesi interpretative dagli esiti assai diversi tra loro e a volte persino contraddittori.
L'analisi sociologica che da tempo studia l'universo giovanile avanza varie ipotesi interpretative dagli esiti assai diversi tra loro e a volte persino contraddittori. In genere vengono messi in evidenza alcuni aspetti del mondo giovanile in una prospettiva che depone per una visione monolitica del fenomeno. Per immergersi a pieno nello studio della realtà giovanile è, a mio avviso, essenziale abbandonare ogni categoria interpretativa univoca, per porsi in un'ottica multiforme. Il giovane di oggi cresce e vive in un tempo storico di notevole complessità sociale. Tale complessità rende ragione delle molteplicità di orientamenti e degli stili di vita che caratterizzano il nostro tempo. Di fronte a questa "eccedenza di opportunità"1 di scelta il giovane, non possedendo più come in passato modelli di riferimento univoci e ben determinati, si trova notevolmente disorientato. Per placare l'ansia che ne deriva e per fronteggiare le tensioni che crea il vivere in una società complessa, i giovani si costruiscono uno status sociale in continuo cambiamento. Non solo. L'allungamento del periodo dell'adolescenza e della giovinezza e, di conseguenza, il rimando al futuro dell'acquisizione dei ruoli adulti, fa si che l'individuo sia "giovane" per molti anni della sua esistenza. Tutto ciò sviluppa notevoli problemi di identità e di identificazione che il giovane tenta di risolvere sviluppando una logica di vita basata sull'adattamento, in altri termini attuando una strategia per la ricerca di soluzioni ad un livello più basso, di minor consistenza rispetto alle aspettative sociali. Prevale, cioè, "la ricerca non tanto dell'ottimale, del massimo raggiungibile, quanto del realizzabile, restringendo il campo delle attese a quanto è determinabile autonomamente".2 Il giovane si adatta a scegliere il possibile dando risposte parziali e mai risolutive al problema del "senso" e dell'identità. Di conseguenza si assiste ad un abbandono delle prospettive totalizzanti ed onnicomprensive, dei modelli di elevata progettualità e razionalità per lasciar spazio ad una ricerca di "senso" che non esca dai confini della quotidianità, ad una tensione per la vita che risulti praticabile ora. Un'ipotesi possibile è che nella situazione giovanile, oggi, sia già insita una certa condizione di marginalità: questa è relativa all'impossibilità di realizzare le aspettative comuni al sistema centrale ed è dovuta al modo stesso in cui la società è strutturata. Ciò è riscontrabile dal fatto che il giovane si trova sì di fronte a moltissime opportunità, ma non è in grado di utilizzarle in quanto oltre la sua portata, a causa della posizione occupata ancora ai margini del sistema economico produttivo (elevata percentuale di disoccupazione giovanile), di non totale autonomia nelle scelte (condizionamento mass-media, ecc...), di impossibilità a vivere una condizione stabile. In questa fase di "adattamento"3 - così come sopra descritto - si espande a dismisura l'investimento nel quotidiano, riducendo gli avvenimenti ad aspetti di relazione e considerando della realtà sociale per lo più i rapporti interpersonali. Vi è una sorta di centralità data alla sfera affettiva, alla realizzazione individuale; non solo, ma la domanda di "affettività diffusa" sembra permeare anche le relazioni secondarie. I problemi strutturali e sociali dell'esistenza sembrano, quindi, rimossi o poco considerati, per lasciar spazio alla realizzazione personale affettiva. L'autorealizzazione deve però essere immediata, perché solo il quotidiano da sicurezza; il futuro è avvertito come indeterminato e vago e non esistono motivi validi per investire le energie sulla progettazione di un domani ancora troppo lontano. Anche la gestione del quotidiano non risulta certo semplice, in quanto il soggetto è chiamato a vivere diverse esperienze in ambienti diversi. Il giovane assume un atteggiamento strumentale nei confronti delle opportunità che gli si presentano quotidianamente, più che identificarsi ogni volta con ognuna di esse, perché un forte investimento causerebbe un trauma al momento del distacco. Per il soggetto è, dunque, possibile avere molte posizioni, stare in molteplici ambienti, vivere più condizioni senza identificarsi necessariamente con esse, o attribuirvi un significato totalizzante. Tale atteggiamento può apparire come pragmatico, ma è l'unico praticabile per gestire l'esistenza nell'ambito di una società differenziata ed in continuo mutamento. Un'ulteriore ipotesi plausibile è che il giovane di oggi sia flessibile alle diverse circostanze e condizioni di vita, abile nel destreggiarsi nelle diverse opportunità, capace di modellarsi nelle molte situazioni che si trova a vivere, assumendo a volte istanze contraddittorie tra loro. Non esiste la preoccupazione di verifìcarne l'affinità o la possibilità di ricomporle in un'unica esperienza, bensì vi è solo la preoccupazione di valorizzarle in quanto utili a soddisfare le esigenze immediate. Questo processo è stato definito in termini di socializzazione differenziata, nella quale l'individuo si trova a gestire la compresenza di atteggiamenti, orientamenti, valori, istanze di vita non sempre congruenti tra loro. Tale frammentarietà e spesso contraddittorietà di comportamento può essere letta come incoerenza di scelte da parte del giovane che fa convivere modalità di vita fortemente diverse tra loro. Si può persino azzardare l'ipotesi che vi sia la compresenza, in uno stesso soggetto, di atteggiamenti normali (nel senso comunemente inteso), al limite della normalità (stranezze, anticonformismi, ...) e a volte addirittura devianti. Tale condizione può essere definita in termine di marginalità intesa come situazione tipica di chi occupa una posizione esterna ad un dato sistema di riferimento (atteggiamento deviante), ma in contatto costante con esso (atteggiamento "normale"). Nel giovane è presente una sorta di ambivalenza nella quale vengono ricompresi elementi legati alla normalità comunemente intesa e aspetti riconducibili ad una condizione emarginata (ad esempio comportamenti al limite della legalità assai diffusi tra i giovani). Ecco perché si può parlare di marginalità e non di totale esclusione o di centralità completa rispetto al sistema centrale. Marginalità intesa come tendenza del soggetto a decidere da sé, a nomarsi secondo le esigenze contingenti, a maturare opzioni di valore legate alle opportunità reali offerte dal quotidiano. Vi è, quindi, una progettualità a breve termine e, di conseguenza, di reversibilità delle scelte per una costante sperimentazione del presente, con apertura a sempre nuovi cambiamenti, anche radicali, purché funzionali alla propria realizzazione personale. Tale stato di marginalità sociale diffusa si risolve quando il soggetto entra a far parte a pieno del mondo adulto, nel momento in cui assume in loto gli atteggiamenti che tipicizzano lo "status adulto" da ogni punto di vista - affettivamente, economicamente, professionalmente, ecc... La marginalità va, dunque, intesa come fase transitoria della vita dell'individuo più o meno lunga o intensa, esulando da un'interpretazione in termini positivi o negativi del fenomeno. È una sorta di "adattamento obbligato" nel quale numerosi giovani cercano una risposta al problema dell'appartenenza sociale e dell'identità personale, rimanendo ai margini del sistema sociale centrale (senza mai esserne esclusi) non avendo ancora assunto un ruolo centrale rispetto allo stesso. In genere solo una piccola parte di giovani non riesce a maturare un'appartenenza sociale, giungendo cosi ad estremizzare stabilmente i comportamenti marginali. Lentamente arriva a maturare una sorta di opzione-costrizione di scelte che conducono ad un coinvolgimento in circostanze non sommabili ne sommabili lungo una scala di gravita, ma che piuttosto pongono il soggetto all'interno di una spirale di situazioni concatenate, tipiche di un processo reiterantesi, identifìcabile con il mondo dell'emarginazione vera e propria. Un'altra componente che emerge dall'analisi della realtà giovanile è la constatazione della presenza di un forte realismo nei giovani di oggi, riguardo alla società e ai fenomeni che li circondano, direi quasi di disillusione di fronte alla realtà quotidiana. Questa estrema concretezza, se da un lato tutela in parte dalle delusioni e dalle sconfitte, dall'altro limita l'atteggiamento idealistico tipico del periodo della giovinezza. Se così non fosse, il giovane dovrebbe ogni giorno fare i conti con possibili frustrazioni derivanti dalle diverse esperienze legate alla propria vita. In sintesi risulta assai arduo considerare la condizione giovanile di oggi in termini di omogeneità culturale, in quanto emergono profonde differenziazioni tra i giovani (addirittura in uno stesso soggetto), pur essendovi, comunque, degli orientamenti di fondo unitari che accomunano numerosi individui tra loro (ad esempio nei consumi, nell'utilizzo del tempo libero, ecc...). È possibile entrare in dialogo con i giovani prospettando un confronto individuale, che esalti la loro soggettività. Se, infatti, è vero che il giovane privilegia i rapporti "faccia a faccia", solo così è possibile l'incontro e la reciprocità della comunicazione. In questa dinamica s'inserisce anche l'impegno sociale di cui, ultimamente, molti giovani sono protagonisti, ma che risulta meno clamoroso rispetto al passato, in quanto gestito singolarmente e non più legato a movimenti o associazioni prevalentemente di tipo politico-sindacale. L'accento è posto sull'individuo in quanto tale, sulla sua unicità ed essenzialità; è una solidarietà sommersa, ma non per questo meno importante o nobile. Si tratta di una delle tante opportunità quotidiane che il giovane si trova ad affrontare e a gestire, facendola convivere con tutte le altre. Il quadro generale che emerge è, in definitiva, quello di una realtà giovanile a più dimensioni, difficilmente ascrivibile dentro confini delimitati. Forse, proprio per questo, il giovane è anche ricco di possibilità e di capacità, sottoposto com'è costantemente - fin dalla nascita - a stimoli esterni che lo rendono estremamente abile nel destreggiarsi in molte situazioni e contesti diversi. Certo prospettarne il futuro è un'impresa assai ardua e complessa, che deve tener conto di numerosi fattori economico-sociali, nonché politici; l'importante è che l'adulto stimoli il giovane ad avere coraggio e a sperare nel futuro, anche in un momento in cui l'oggi è l'oggi, e non è e non può essere il domani.
LUCIA BANDIERA Operatrice sociale - prov. di Milano B. 1 Cf GARELLI F., La generazione della vita quotidiana, ed. Il Mulino, Bologna 1984 2Cf GARELLI F., op.cit. 3 Cf GARELLI F., op. cit.
Autoemarginazione giovanile e solidarietà
L'adolescenza è una malattia? Se lo chiedeva, rispondendo affermativamente, Alberoni qualche tempo fa. Ma il termine usato non è adatto a indicare un'età caratterizzata da esperienze contraddittorie, da tensioni che si attenuano solo col tempo, uscendo, appunto, dall'adolescenza ed entrando nell'età matura. La persona infatti cresce per spinte non omogenee che solo a poco a poco si integrano tra loro. Crescita corporea, maturazione sessuale, sviluppo affettivo, cambio di relazioni nel nucleo familiare e nel mondo dei pari, sono alcuni dei "problemi" che l'adolescente ha sempre dovuto affrontare. Ma è vero che le caratteristiche dell'adolescenza oggi, nella società post-moderna, sono cambiate rispetto a ieri, che certe tensioni oggi sono acuite fino allo spasimo e che i problemi di sempre (gli squilibri di ogni adolescenza) oggi sembrano svilupparsi più precocemente. Per una serie di ragioni sociali (il lavoro e la scuola soprattutto) i ragazzi di questa età finiscono per costituire un universo a sé, quasi una "classe" sociale, con i suoi problemi che scaturiscono da una condizione comune e una "coscienza" che li contrappone ad altri. Agli adulti soprattutto. L'atteggiamento che rivela meglio questo stato di cose è l'autoemarginazione, cioè l'incapacità ad interagire con il mondo altro da loro. Questo mondo degli adulti (il mondo in cui semplicemente o bene o male devono entrare) oggi viene definito mondo della complessità: un intrico di relazioni sempre più ricco e sempre più aggrovigliato; interdipendenze continuamente rimesse in discussione, ma mai definitivamente risolte; tensioni che covano ed esplodono non si sa dove, ma che inquinano l'aria che si respira. Tale complessità è bene espressa dalla crisi delle istituzioni che con fatica reggono l'impatto delle nuove esigenze: stato, famiglia, scuola, chiesa, lavoro ecc. Recenti inchieste hanno dato come stato d'animo prevalente dei giovani la paura, quindi il disorientamento, l'ansia di fronte al futuro, l'insicurezza. Questo sembra significare che l'adolescente vive il proprio disagio di persona in crescita disorganica, temporaneamente squilibrata, senza trovare fuori di sé punti di riferimento cui fare appiglio. Le istituzioni vengono sentite come strutture sociali rigide, date, imposte, non liberamente scelte e non facilmente trasformabili. Si aggiunga il mito della libertà, sbandierato in ogni senso e svuotato di ogni significato che non sia "rifiuto di legami", vissuto dall'adolescente come il grande momento dell'emancipazione, del distacco dalla fanciullezza, per entrare nel mondo diverso rispetto al vissuto della famiglia. A questo punto la marginalità diventa cultura, cioè comportamento diffuso e caratterizzante: si esprime con la "chiusura" nella povertà, come indifferenza di fronte (e dentro) il benessere, con il nomadismo sociale, cioè la ricerca di esperienze diverse e contraddittorie, con la rassegnazione alla mediocrità, per non essere costretti a prendere posizione, e così diventa tolleranza, indifferenza, ecc. Naturalmente il quadro non è soltanto negativo, ma questi richiami sembrano necessari per comprendere che la condizione di marginalità non è riservata ai gruppi di drogati e di sbandati, ai giovani che vivono ai "margini" appunto delle grandi città. E invece caratteristica diffusa e comune ai giovani delle diverse classi sociali, ai nostri giovani che vi sono immersi. Ci si può domandare: di fronte a questa situazione come si colloca l'esperienza-valore della solidarietà? La solidarietà come risposta a questo disagio giovanile mi pare possa avere ancora oggi un senso proprio per le ragioni che stanno alla radice della marginalità. Anzitutto il giovane ha bisogno di scoprirsi come persona cioè come "essere in relazione con gli altri", che non può fare a meno di tale dimensione, anzi che solo in tale dimensione può realizzare se stesso. Per questo gli occorre riconoscere i legami con gli altri come radicati dentro di sé. non imposti dall'esterno, ma vissuti come parte di quell'io che faticosamente si esprime. L'educazione aiuta questo processo quando conduce a prese di posizione "intenzionali",volute, a scelte verso gli altri, come risulta da sé e scoperta della relazione con l'altro. Allora l'educazione è liberante: a condizione che accanto all'agire sia data la possibilità di riflettere su questo bisogno di relazioni interpersonali, senza lasciarle naufragare nella semplice emozione. Paradossalmente questo è l'ambito proprio della famiglia. Nella società della complessità la famiglia conserva alcune caratteristiche di "salvezza". Essa rimane un punto di riferimento per una serie di ragioni che si oppongono alla marginalità e ne fanno il luogo privilegiato della solidarietà. La famiglia (quando essa esiste) si presenta come quadro di relazioni stabili: nonostante le fughe e le evasioni con cui tenta di affermare la propria indipendenza il giovane sa di poter contare su questa istituzione. Da questa stabilità assume (o non assume) gran parte della sua sicurezza. Perché là le relazioni sono semplici, radicate nell'esperienza fondamentale della vita (madre-figlio) dove si è accettati per ciò che si è senza bisogno di giocare altri ruoli o assumere altre maschere. Proprio per questo 11 le relazioni possono avere le caratteristiche del calore, cioè del coinvolgimento personale spontaneo o empatia. La famiglia non ha bisogno di andare alla ricerca di formule nuove; deve riscoprire in se stessa la capacità fondamentale di cui è dotata: educare persone. Far crescere l'io personale in una rete profonda di relazioni che lo rendono a poco a poco capace di uscire da sé, capace di amare. Nella famiglia la circolazione degli affetti non è maschera, non è espediente, non è ricatto, non è rischio, ma tranquillo possesso, punto di riferimento che non tradisce e permette di crescere con serena stima di sé; le relazioni all'interno e all'esterno sono vissute non come obbligo, come limite, come schiavitù, ma come canale in cui orientare le proprie energie. Il tutto gradualmente spiegato e pazientemente ragionato con l'adolescente che scopre se stesso e il suo rapporto con il mondo. Perché solo se avrà scoperto che le relazioni con gli altri sono una dimensione sua di crescita e non una rete che lo soffoca, potrà avanzare con fiducia verso la società. Cosi avrà scoperto il vero fondamento della socialità, che parte da lui stesso. Con questa esperienza potrà valutare e criticare anche le proposte delle ideologie e dei partiti. In sintesi: il giovane è insicuro per lo squilibrio che porta in se stesso e per la complessità che lo attornia. La solidarietà scoperta gradualmente, specialmente nella vita di famiglia, gli offre la possibilità di capirsi e di entrare nel mondo non tanto con l'ansia di ricevere quanto con la gioia di dare.
FRANCO GUERELLO S.I. Preside dell'Istituto "Sociale" - Torino
C. Sfida e profezia al mondo degli "adulti" Una risposta giovanile
Parlare di giovani non è compito agevole, se si considera la vasta letteratura esistente di pubblicazioni, saggi, articoli, inchieste, sondaggi d'opinione a cura di sociologi, psicologi, studiosi del costume e così via. Tutti, a proposito di giovani, si sentono autorizzati (e spesso molti non lo sono) a proporre teorie ed analisi. Il più delle volte si affermano (o si azzardano?) conclusioni semplicemente sulla scorta di qualche statistica o sondaggio o, peggio ancora, su alcuni luoghi comuni diffusi. L'equivoco maggiore risiede nella difficoltà di delimitare con esattezza i confini dell'universo giovanile e nell'utilizzazione spesso strumentale del termine "giovani". Spesso accade che si citi allusivamente questa parola senza un serio approfondimento a priori. Tuttavia non è certo l'oggetto di questo contributo definire analiticamente i termini del problema, ma è altrettanto vero che non si tratta solo di una questione meramente "accademica". Ad esempio, occorrerebbe chiarire chi si intende per "giovani"; è lecito equiparare il trentenne universitario fuoricorso al diciottenne apprendista con già una lunga esperienza lavorativa alle spalle? Del resto bastano solo rigidi criteri di classificazione d'età? Quali sarebbero allora i parametri da adottare? Ne giovano ad una maggiore chiarezza quelle indagini che vorrebbero paragonare, ad esempio, i giovani degli anni '80 con quelli del '68 (altro termine entrato nella mitologia!), per stabilire se siano più pragmatici o meno disinibiti, più affezionati alla famiglia o meno studiosi ecc. Come si può notare, la confusione che si solleva sul tema (e basta un'occhiata distratta ai mass media per accorger-sene) regna sovrana. Ma, allora, che senso ha parlare di "sfida e profezia"? Non è mia intenzione proporre un ennesimo saggio ne una teoria originale ed affascinante, sia perché non ne avrei i titoli sia perché (mi venga perdonata la presunzione) mi sento parte in causa del problema. E sono parte in causa a due livelli distinti, ma complementari, come uno dei giovani (!!!) volontari che gestiscono, in un quartiere degradato e periferico della mia città' un'attività di "doposcuola-animazione". Trattasi dell'M/M'co intervento sociale attualmente esistente per fronteggiare e prevenire il disagio giovanile in una città che da qualche tempo comincia a conoscere i primi preoccupanti fenomeni di delinquenza minorile. Dico "unico" perché l'attuale Amministrazione Comunale2 preferisce destinare le risorse umane e finanziarie pubbliche verso settori elettoralmente più gratificanti e in termine di immagine più appaganti, come le attività e le manifestazioni commerciali, a scapito degli investimenti nel "sociale", ad esempio nel campo della prevenzione e della lotta all'emarginazione giovanile. Le immediate conseguenze di tale politica sono il progressivo degrado dei Servizi Sociali, la diminuizione di operatori e di strutture pubbliche di assistenza, l'esplodere periodico di fenomeni di devianza giovanile. Scrivevo poc'anzi di due livelli complementari: il gruppo di volontari, infatti, verso l'esterno si confronta quotidianamente con ragazzi portatori di una serie notevole di problemi (economici, psicologici, familiari, scolastici, addirittura a volte anche penali) tipici della subcultura del ghetto; verso l'interno, invece, ha visto crescere una progressiva presa di coscienza della situazione, cui ha fatto seguito una mobilitazione a livello pubblico e politico (dibattiti, conferenze, presenza sui mass media, partecipazione e pressione sul Consiglio Comunale ecc.). Ciò ha condotto il gruppo di volontari, all'inizio eterogeneo per esperienze e formazione politico-culturale, a prendere posizione (anche dura) nei confronti dell'Amministrazione, con l'intento non solo di sensibilizzare l'opinione pubblica, denunciando le responsabilità politiche che permettono il perdurare di un quartiere ghetto, ma di ottenere un riconoscimento chiaro e inequivocabile dell'attività svolta dal gruppo. A questa richiesta, mai ufficialmente esaudita, si accompagna tuttora l'esigenza del potenziamento dei servizi Sociali e di una convenzione del gruppo dei volontari con l'Ente pubblico, con funzione di integrazione e non di sostituzione di operatori professionali. Questi, sinteticamente sono i tratti da cui ricavare le riflessioni su "sfida e profezia". Da un lato giovani vittime dell'emarginazione, della disoccupazione, della droga, della prostituzione. Dall'altro, ancora dei giovani che, quasi ogni giorno, si impegnano non in attività di assistenza, ma di crescita e sviluppo delle coscienze, fino ad evidenziare i connotati di una partecipazione sempre più vasta e generalizzata, ben oltre ormai la specifica attività di quartiere: una presenza che, nata sul piano strettamente sociale, sconfina sempre più nella "res publica". Ha quindi senso chiedersi se i giovani d'oggi siano pragmatici, qualunquisti o politicizzati? Se credono o no nella famiglia? Se il loro rapporto col sesso è come per i giovani del '68? Ritengo di no. Il polverone creato attorno alle tematiche giovanili altro non è che il tentativo di mistificare una realtà diffusa di sostanziale precariato, unica esperienza unificante delle masse giovanili. La condizione giovanile non è uno stato generazionale naturale e universale, ma un vissuto culturale di inferiorità, emarginazione ed oppressione di una società fondata sul potere e sul profitto, dove una élite di privilegiati sfrutta i settori più deboli: i giovani appunto, gli operai, le donne, gli anziani, gli handicappati, i disoccupati, l'ambiente... Il sistema economico offre una serie di prodotti imposti dalla pubblicità, generando una sorta di omogeneizzazione di valori come il consumismo, l'individualismo esasperato, lo spirito di competizione, la sete di potere e di ricchezza, la gerarchia ecc. Da un lato spinge verso bisogni artificiali indotti, dall'altro emargina coloro che non sono in grado di realizzare e soddisfare tali esigenze. La violenza sui giovani inerisce quindi alla loro condizione strutturale in quanto cittadini di categoria inferiore,con scarsa dignità umana. La legge,la famiglia, la scuola, il mondo del lavoro, l'esercito, la droga, i mass media sono alcuni degli strumenti con cui si perpetua la subordinazione degli elementi marginali, instillando loro la passività e l'assimilazione dell'ideologia dominante, il rispetto acritico della gerarchia, la sottomissione, la non partecipazione. La repressione delle forze dell'ordine colpisce soprattutto le classi popolari, che non possono nascondere l'illegalità, etichettando i giovani devianti in delinquenti. Sarebbe necessario comprendere che lo sfruttamento inerente ai rapporti sociali di produzione va oltre la struttura diretta della fabbricazione dei prodotti, estendendosi a rapporti sociali esterni e investendo nuove categorie di marginalità che, se prive di un progetto di mutamento, possono dar luogo a violenze incontrollate oppure a fenomeni di anemia, fino al suicidio.
GIORGIO MAGNETTI Gruppo Obiettori e Volontari Caritas - Asti
(1) Asti. (2) Pentapartito a guida socialista.
Traccia per la revisione di vita
Vedere Alla luce di quanto presentato nell'articolo riflettiamo sulla nostra vita con l'aiuto di alcune delle seguenti domande: Quando parliamo di "giovani" quale immagine ci formiamo di essi: astratta, generica, superficiale... ? Diamo sempre loro un nome ed un volto (quello dei nostri figli, dei loro compagni di scuola o di gruppo, dei figli dei nostri amici, dei giovani della nostra parrocchia, ecc.)? Quali sono gli atteggiamenti emarginanti che riusciamo a scoprire nel nostro abituale comportamento nei confronti dei giovani concretamente individuati? Ci poniamo di fronte ad essi in atteggiamento di conferma positiva? I loro problemi ci interessano? Ce ne facciamo carico? Quali strade ci sentiamo di percorrere per essere realmente partecipi e non solo spettatori dei processi di cambiamento? Quale significato riveste concretamente il "cambiare" per la nostra esistenza quotidiana? Come possiamo contribuire a realizzare una comunione più estesa, una solidarietà più profonda, tra "giovani" ed "adulti"?
Giudicare Apriamoci all'ascolto della voce dello Spirito che parla dentro di noi. Richiamiamo alla memoria situazioni e brani evangelici e lasciamoci giudicare e illuminare.
Agire A quale cammino di conversione sento che Dio, oggi, mi chiama?
