Il rischio della vita non vissuta
La parabola delle dieci ragazze invitate alle nozze è la storia di un’esperienza non vissuta (Vangelo di Matteo, 25,1-13). Apparentemente racconta la vicenda semplice di dieci ragazze che attendono uno sposo, ciascuna con la propria lampada. Cinque hanno portato olio sufficiente, cinque no. Lo sposo tarda, tutte si addormentano, ma quando finalmente arriva lo sposo soltanto alcune sono pronte a entrare alla festa. Le altre, senza l’olio, rimangono fuori. Dietro questa storia si nasconde la domanda radicale di che cosa significhi essere pronti alla vita; e, soprattutto, che cosa significhi attraversare il tempo senza perdere le occasioni irripetibili che esso offre. La distinzione evangelica non è semplicemente tra persone prudenti e persone imprudenti. È tra due modi di abitare l'esistenza. Da una parte, chi custodisce dentro di sé una riserva di significato, di desiderio, di consapevolezza; dall'altra, chi attraversa gli avvenimenti senza veramente incontrarli. I primi possiedono l'olio della vita, i secondi hanno soltanto la lampada.
Questa differenza diventa significativa se leggiamo la parabola nella prospettiva della vita quale esperienza immediata progressivamente sostituita dalla sua rappresentazione. In questa visione gli individui non vivono più direttamente gli avvenimenti, ma li osservano attraverso immagini, modelli, consumi e narrazioni predisposte da altri. La vita diventa qualcosa da guardare, anziché qualcosa da realizzare. La parabola evangelica sembra anticipare simbolicamente questa condizione. Le cinque ragazze superficiali possiedono tutto ciò che serve per apparire pronte, cioè la lampada, la partecipazione al corteo, l'appartenenza al gruppo, ma manca ciò che rende possibile l'esperienza, l'olio. Possiedono la forma, ma non la sostanza.
Questa è la condizione dell'uomo contemporaneo, circondato da strumenti di comunicazione, ma spesso povero di comunicazione autentica; sommerso da opportunità ma incapace di riconoscerle; continuamente connesso e tuttavia frequentemente assente a sè stesso. Questo è il mondo contemporaneo che moltiplica le rappresentazioni della vita mentre impoverisce la capacità di viverla. Avviene così che si fotografa una festa senza parteciparvi interiormente, si racconta un viaggio senza lasciarci trasformare dall'incontro con i luoghi, si esibiscono emozioni senza attraversarle davvero. La lampada è visibile, ma non c’è l'olio. Ma è proprio ciò che non appare a rendere possibile la luce.
La rivoluzione che sta impoverendo tutti è quella del tempo che viene rubato agli individui. Tutto il tempo della società dei consumi viene organizzato, programmato, commercializzato e anche il tempo libero rischia di diventare un prodotto. Le vacanze, le feste, gli incontri e le emozioni vengono confezionati secondo modelli prestabiliti e si finisce così per consumare il tempo anziché abitarlo. Gesù propone una prospettiva opposta, non invitando ad accumulare esperienze, ma a riconoscere la singolarità di ciascuna e non chiedendo di moltiplicare gli avvenimenti, ma di essere presenti quando accadono. Vegliare significa non lasciarsi rubare il presente; cioè non lasciarsi rubare l’esistenza giorno dopo giorno. Dalla parabola se ne possono dedurre quattro elementi significativi e una conclusione.
Il primo è che tutte le ragazze si addormentano, comprese quelle sagge. La vigilanza evangelica non coincide con un'impossibile tensione permanente, né con il rifiuto del riposo. Consiste piuttosto nell'aver coltivato una disposizione interiore che resiste anche alla stanchezza e all'attesa. La differenza tra le dieci ragazze non sta nel sonno, ma nell'olio. Si potrebbe dire che la saggezza consiste nel conservare la capacità di costruire situazioni autentiche, sottraendo l'esistenza alla ripetizione passiva degli schemi dominanti. L'arrivo dello sposo interrompe il tempo ordinario, introducendo un evento inatteso che non può essere programmato. È il momento nel quale la vita domanda una risposta.
Il secondo elemento evangelico della parabola è la vita come il luogo degli inizi. La grandezza dell'esistenza umana non consiste soltanto nella mortalità, ma nella capacità di dare origine a qualcosa che prima non esisteva. Ogni essere umano, venendo al mondo, introduce una possibilità nuova, una capacità di cominciare che non si esaurisce con la nascita biologica, ma si rinnova ogni volta che qualcuno prende un'iniziativa, assume una responsabilità, pronuncia una parola libera, interrompe un'abitudine, inaugura una relazione. Ogni incontro può essere un nuovo inizio.
Nella parabola, l'arrivo dello sposo rappresenta simbolicamente questa possibilità che qualcosa accada, irrompa e domandi di essere accolto. Le ragazze sagge sono disponibili all'evento, ma le altre non sono preparate a riconoscerne l'urgenza. La loro impreparazione può diventare metafora dell'incapacità di rispondere alla novità. Essere pronti non significa conoscere anticipatamente il futuro, ma conservare la libertà necessaria per accogliere ciò che non si era previsto. La vera maturità non è avere già tutte le risposte, ma non aver perduto la capacità di cominciare.
Un terzo elemento inquietante della parabola riguarda il rifiuto delle ragazze sagge di condividere il proprio olio. A prima vista sembra un comportamento egoistico, quasi contrario all'insegnamento evangelico della solidarietà. Ma forse l'olio rappresenta qualcosa che, per sua natura, non può essere trasferito immediatamente da una persona all'altra. Si possono condividere il pane, il denaro, le conoscenze, le opportunità. Non si può invece prestare a qualcuno la propria esperienza vissuta, la propria maturazione interiore, la propria capacità di amare. Nessuno può acquistare all'ultimo momento una vita che non ha coltivato. Il riferimento ai venditori introduce allora un'ironia sorprendente.
Proprio quando arriva lo sposo, le ragazze impreparate cercano una soluzione nel mercato. Vanno a comprare ciò che manca. È la società del mercato che alimenta l'illusione che ogni mancanza possa essere compensata mediante un acquisto. Si comprano oggetti per sentirsi felici, esperienze per sentirsi vivi, immagini per sentirsi riconosciuti. Ma esistono dimensioni dell'esistenza che sfuggono alla logica della merce. L'olio evangelico potrebbe rappresentare proprio questa ricchezza non commerciabile: la profondità dell'esperienza, la fedeltà a sé stessi, la qualità delle relazioni, la capacità di attendere e di riconoscere. Si può acquistare una lampada. Non si può acquistare la luce interiore che rende luminosa una vita.
Tutto questo lo raccontava la volpe parlando al piccolo principe e anche il biblico libro di Qoelet. Nel libro Antoine de Saint-Exupé ry la volpe spiegava al piccolo principe che gli uomini non hanno più tempo per conoscere nulla e comprano tutto già fatto; ma poiché l’amicizia non si trova al mercato, gli uomini finiscono per non avere più veri amici (capitolo 21di Il piccolo Principe). E anche l’ignoto autore del libro Qoelet nella Bibbia ebraica proponeva una spiritualità dell’abitare il tempo vicina allo stile di vita proposto da Gesù. È una sapienza che per ogni cosa esiste un tempo. Un tempo per nascere e uno per morire, per piangere e per ridere, per costruire e per demolire, per abbracciare e per allontanarsi. La maturità consiste nel riconoscere questi tempi senza pretendere di renderli tutti uguali.
Anche l'attesa possiede una propria dignità. Lo sposo tarda. E proprio questo ritardo diventa la prova decisiva. Le ragazze devono imparare che la vita non coincide sempre con i propri programmi. Qui incontriamo una verità particolarmente importante: essere pronti non significa essere impazienti. La disponibilità autentica richiede flessibilità, capacità di sopportare l'incertezza, fiducia in ciò che ancora non conosciamo. Chi vuole controllare tutto finisce spesso per non accogliere nulla. La persona matura assomiglia piuttosto all'albero che sa piegarsi al vento senza spezzarsi e che non rinuncia alla propria consistenza, sapendo che la fedeltà alla vita richiede movimento.
Infine, quale quarto elemento, la parabola del vangelo di Matteo appartiene al discorso escatologico sulla fine dei tempi. Sullo sfondo si avvertono le grandi inquietudini delle prime comunità cristiane, segnate anche dalla distruzione di Gerusalemme e del Tempio nel 70 d.C. Ma il suo significato non si esaurisce nell'attesa della fine della storia. Ogni esistenza conosce la fine di molte altre cose: di una stagione, di una relazione, di un progetto, della vita. La domanda evangelica è come attraversare queste soglie e come iniziare altro. Il cristianesimo aggiunge a questa intuizione la speranza che neppure la morte possieda l'ultima parola.
San Paolo, parlando della morte come rinascita, ricorre all'immagine del seme che viene seminato, ma dopo non sa come rinascerà. La vita nuova non è la riproduzione del passato, ma una sua trasformazione. Per questo la speranza cristiana non dovrebbe diventare nostalgia di un mondo perduto. Credere nella rinascita significa anche riconoscere, già nel presente, che la vita può rinascere attraverso cambiamenti imprevedibili. L'escatologia non è solo il discorso sulle cose ultime, ma anche la consapevolezza che ogni momento possiede una qualità irripetibile e che ogni incontro può essere l'ultimo, ma può anche diventare il primo di una vita nuova.
La conclusione non può non rivolgersi alle tradizioni buddhiste e al loro principio dell’impermanenza secondo cui passano le stagioni, gli affetti, le gioie, le sofferenze, i giorni. Ma proprio perché passa, ogni cosa domanda di essere amata con maggiore intensità. Così è la vita, come il fiume che rimane riconoscibile, mentre l'acqua che lo attraversa è continuamente nuova. La vigilanza evangelica incontra questa sapienza senza perdere la propria specificità cristiana che è essere presenti, accogliere il dono, riconoscere l'altro, non rinviare indefinitamente l'amore. Durante il cammino Gesù invita a custodire l'olio necessario perché l'incontro non ci trovi interiormente assenti. La porta chiusa della parabola rimane un'immagine severa, ma non va trasformata frettolosamente in una condanna definitiva di chi è fragile o impreparato. Nel racconto delle ragazze in attesa dello sposo essa esprime anzitutto la serietà dell'occasione; vi sono momenti che non possono essere semplicemente recuperati, come se nulla fosse accaduto. La vita non aspetta indefinitamente che si decida di viverla.
Di qui il significato profondo dell'invito di Gesù di vegliare, che non significa vivere nella paura della fine, ma nella responsabilità del presente; non significa aspettare passivamente un altro mondo, ma impedire che questo mondo diventi estraneo alla nostra esperienza. Il vero contrario della fede non è il dubbio, ma la distrazione, come il vero contrario della vita non è la morte, ma una vita che passa senza essere vissuta. Le cinque ragazze sagge non conoscevano l'ora dell'arrivo dello sposo, ma sapevano che valeva la pena di mantenere accesa la possibilità dell'incontro.
La forma più bella della speranza cristiana non è sapere ciò che verrà, ma essere interiormente disponibili ad accoglierlo. Dio non arriva soltanto alla fine del tempo, ma può arrivare nell'istante in cui finalmente impariamo a essere presenti alla vita. É allora che la festa comincia e il vegliare è amare ciò che passa.
