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Possiamo perdonare solo se ci sentiamo perdonati e oggetto  di misericordia da parte di Dio.

Possiamo dare grazia solo se siamo consapevoli di aver ricevuto grazia.

Il perdono ci aiuta e libera da chi ci ha offeso perché ritrovi la sua umanità.

Tutto passa solo Dio resta.

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Nostalgia della perfezione.
Un giorno Gesù pose questa domanda: «Che ve ne pare? Un uomo aveva due figli. Rivoltosi al primo disse: “Figlio, oggi va’ a lavorare nella vigna”. Ed egli rispose: “Non ne ho voglia”. Ma poi, pentitosi, vi andò. Rivoltosi al secondo, gli disse lo stesso. Ed egli rispose: “Sì, signore”. Ma non vi andò» (Matteo 21,28-30).
La parabola dei due figli è brevissima, ma contiene una sorprendente teoria della vita. Gesù non racconta la storia di un figlio buono e di uno cattivo, ma piuttosto la storia di due uomini divisi tra ciò che dicono e ciò che fanno. Il primo pronuncia un no che diventa un sì; il secondo pronuncia un sì che diventa un no. Nessuno dei due coincide perfettamente con la propria parola. Entrambi sono attraversati dalla contraddizione propria dell’àttuàle società nella quale la rappresentazione tende progressivamente a sostituirsi alla vita. Non conta ciò che siamo e facciamo, ma come ci mostriamo in pubblico. La vita rischia si trasforma in spettacolo dove le immagini, le dichiarazioni e identità pubbliche occupàno lo spàzio dell’esperienzà realmente vissuta.
Il secondo figlio sembra perfettamente inserito in questa logica dell’àppàrire. Dice ciò che ci si aspetta da lui: «Sì, signore». La sua risposta è impeccabile, infatti non contesta il pàdre, non creà conflitto, non rompe l’ordine fàmiliàre. Là suà immàgine è sàlvà; ma proprio qui si produce la separazione; la parola si stacca dalla vita e il sì diventa solo la rappresentazione del sì.
È possibile essere cristiani allo stesso modo. Si può pronunciare il Credo, appartenere formalmente a una Chiesa, conoscere il linguaggio religioso, rispettarne le convenzioni e tuttavia non entrare mai veramente nella ‘vigna’ a lavorare. Il rischio religioso dello spettàcolo comincià quàndo il segno prende il posto dell’esperienzà e quando l’immàgine dellà fede sostituisce là fede vissutà, diventàndo un alibi che dispensa dalla trasformazione della vita. Per questo, subito dopo la parabola Gesù introduce una provocazione dicendo che nel regno di Dio pubblicani e prostitute precederanno gli uomini religiosamente rispettabili. È il rovesciamento delle classificazioni sociali. Coloro che hanno l’immàgine pubblicà del peccàtore possono essere più vicini àl messaggio evangelico di coloro che hanno l’immàgine pubblicà del giusto. In termini ‘rivoluzionàri’ Gesù opera un ribaltamento della gerarchia religiosa preannunciando che nel regno dei cieli i primi saranno i peccatori e le prostitute.
Nella parabola manca il terzo figlio, quello che tutti avremmo voluto incontrare al quale il padre dice «Va’ nella vigna» e che risponde immediatamente «Sì», andandoci poi senza esitazioni. Sarebbe il figlio della perfetta coincidenza tra parola e azione. Gesù, però, non lo introduce nel racconto e questa assenza è forse la parte più sorprendente della parabola. Noi continuiamo a inventare il terzo figlio che Gesù non ha inventato. Lo cerchiamo negli altri, lo pretendiamo dai figli, dagli amici, dalle istituzioni, dalle Chiese. E soprattutto lo pretendiamo da noi stessi. Conserviamo la nostalgia di un'esistenza senza deviazioni, nella quale ogni scelta sia limpida e coerente.
Mà questà nostàlgià dellà perfezione rischià di diventàre ànch’essà spettàcolo. Invece di vivere, ci osserviamo vivere e invece di trasformare le situazioni, giudichiamo continuamente la nostra inadeguatezza rispetto al personaggio che avremmo voluto essere. La parabola spezza questa rappresentazione. Il primo figlio può dire no; ma ciò che conta è che il suo no non diventi una prigione. Tra il rifiuto iniziale e l'ingresso nella vigna accade quella cosa che Matteo chiama “pentimento” e noi potremmo chiamarlo ripensamento e decisione di interrompere il copione che si era iniziato a recitare.
Nello stile di vita di Gesù si intravede, a volte, una libertà che non consiste nell'essere perfettamente coerenti con ciò che si è stati fino a ieri, e nella possibilità di creare una situazione nuova, interrompendo quella che sembrava già definita. Il primo figlio aveva detto no e tutto sembrava concluso, e invece qualcosa ricomincia. Il Vangelo introduce così nella vita una straordinaria reversibilità.
Noi non siamo definitivamente ciò che abbiamo detto e nemmeno ciò che abbiamo fatto. La biografia non è un destino già scritto e il passato non possiede l'ultima parola. Forse i due figli sono uno solo, sia quello che promette e non mantiene e sia quello che rifiuta e poi ritorna. Come ognuno di noi fedele e infedele, generoso e stanco. La vita reale non procede lungo la linea retta immaginata dal terzo figlio perfetto, ma procede per curve, deviazioni, ripensamenti.
Qui il Vangelo appare sorprendentemente lontano da ogni moralismo che vorrebbe separare i buoni dai cattivi. Gesù racconta invece la mobilità delle persone: il peccatore che può cambiare e chi è lontano può avvicinarsi. La domanda decisiva diventa allora non: «Sei stato coerente?», ma: «Sei ancora capace di cambiare?». È una domanda evangelica e, insieme, lontana dalla società dello spettacolo che tende ad assegnarci identità già pronte: credente, non credente, rispettabile, deviante. Ogni individuo viene invitato ad abitare il proprio personaggio. La parabola dei due figli, invece, restituisce all'uomo la possibilità di uscire dalla parte assegnata. Il figlio del no non è condannato al no, e perfino il figlio del sì dovrebbe scoprire che il suo sì non vale nulla se rimane soltanto una parola. La vigna è il luogo nel quale termina la rappresentazione e comincia l'esperienza. E la buona notizia non è che esiste il figlio perfetto, ma che il figlio imperfetto può sempre alzarsi e andare nella vigna.