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Dn 12, 1-3

Eb 10, 11-14.18

Mc 13, 24-32

«In quei giorni, dopo quella tribolazione, il sole si oscurerà, la luna non darà più la sua luce,25le stelle cadranno dal cielo e le potenze che sono nei cieli saranno sconvolte. 26Allora vedranno il Figlio dell'uomo venire sulle nubi con grande potenza e gloria.

27Egli manderà gli angeli e radunerà i suoi eletti dai quattro venti, dall'estremità della terra fino all'estremità del cielo. 28Dalla pianta di fico imparate la parabola: quando ormai il suo ramo diventa tenero e spuntano le foglie, sapete che l'estate è vicina. 29Così anche voi: quando vedrete accadere queste cose, sappiate che egli è vicino, è alle porte. 30In verità io vi dico: non passerà questa generazione prima che tutto questo avvenga. 31Il cielo e la terra passeranno, ma le mie parole non passeranno. 32Quanto però a quel giorno o a quell'ora, nessuno lo sa, né gli angeli nel cielo né il Figlio, eccetto il Padre».

 

La cronaca quotidiana ci fa memoria di violenze, odi, distruzioni e di un male che pare non avere fondo. Sembra che «il sole continui a oscurarsi, la luna smetta di dare luce, e che le stelle precipitino a terra», etimologia esatta della parola dis-astro. E la domanda è sempre la medesima: ma dove andremo a finire?

Il Vangelo, buona notizia, ci ricorda che la storia non è un disastro, che non stiamo andando verso la fine, ma verso un fine, un incontro. Ciò che ci attenderà sarà il nostro compimento, la nostra realizzazione.

Alla fine di tutto vi sarà il Vivente, un volto di benevolenza, un abbraccio che tutto accoglierà e raccoglierà, ‘perché nulla vada perduto’. Non stiamo per disfarci, ma per trasfigurarci.

Non solo, il Vangelo di oggi ci dice che quando il male parrà avere trionfato, quando si assisterà alla manifestazione massima del male, allora contempleremo appieno la gloria di Dio: «Vedranno il Figlio dell’uomo venire sulle nubi con grande potenza e gloria» (v. 26). Perché? Semplicemente perché nel venerdì santo è accaduto proprio questo: dinanzi al male assoluto, alla croce di Cristo, alla morte di Dio, un uomo ha gridato: «davvero quest’uomo era figlio di Dio» (Mc 15, 39): riconoscimento di un amore. La tenebra rivela la luce.

Al termine della storia, con tutta la sua portata di male, l’ultimo atto di Dio sarà quello di donare la vita a quei peccatori e maledetti che gli hanno tolto la sua.

 

«Cosa siamo noi? Siamo gocce che vivono come gocce per un certo tempo e poi cadono, spariscono nel mare, nell’acqua dell’oceano. Spariscono come gocce perché la loro acqua si è unita a tutta l’acqua dell’oceano.

La gente vive un po’ angosciata perché si domanda: che cosa sarà di me dopo la mia morte? Allora io dico loro, ma che cosa sei tu? La goccia d’acqua o l’acqua della goccia?

La goccia d’acqua svanisce, ma all’acqua della goccia non succede nulla. L’acqua rimane.

Anzi ciò che mi faceva soffrire, ossia la tensione superficiale che mi impediva di stare fino in fondo in relazione con te, svanisce. Il tempo di questa vita mi è dato per scoprirmi acqua. L’acqua non si perde, si trasforma. Farà il suo cammino, forse diverrà un’altra goccia d’acqua, ma quella goccia sparisce e ciò che è chiamato a sparire quanto prima sparisce meglio è. Perché afferrarsi? Lascia andare» (Raimon Panikkar).