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Con le lampade accese

La morte non è niente? No, la morte è tutto. Cambia le carte in tavola, frantuma sogni e progetti, lacera gli animi. La morte spalanca le porte a quella nostalgia che stritola e toglie il fiato, che scava il volto di lacrime. L’assenza si fa vuoto vivido e palpabile.

Tutto cambia. Nulla è più come prima. Mani che non toccheremo più, voci che non potremo più ascoltare, frasi non finite che restano sospese. Tutto si ferma e tutto cambia.

Ma c’è una continuità che non si spezza. Il ricordo. La memoria. Quel sentire dello spirito che riporta al cuore ciò che è stato e lo fa diventare parte viva di noi. Chi non è più vive nei nostri gesti e nei nostri pensieri, vive attraverso le nostre azioni, si intreccia alle nostre emozioni.

E’ il ricordo di chi abbiamo amato e che spesso ha plasmato il nostro cuore e il nostro cammino. Come il vento che gonfia le vele, come la freccia sull’arco pronta a scoccare, come una molla che spinge verso il domani.

L’amicizia, l’amore, la riconoscenza per coloro che sono già passati dall’altra parte non sono cose perdute, sono il sentimento vivo che ci dona forza, sono il ponte sull’eternità che chiede solo d’essere attraversato.

La festa dei Santi e dei Defunti, è il nostro inno alla vita. Sono i legami che uniscono cielo e terra, simili a corde di uno strumento pronte a intonare la melodia che racconta e tramanda la storia di un Amore che, per amore, ha sconfitto la morte. (1 Cor 15,20-26)

Fammi uguale, Signore, a quelle foglie

moribonde che vedo oggi nel sole

tremar dell’olmo sul più alto ramo.

Tremano sì, ma non di pena: è tanto

limpido il sole e dolce il distaccarsi

dal ramo, per congiungersi sulla terra.

S’accendono alla luce ultima, cuori

pronti all’offerta; e l’angoscia, per esse,

ha la clemenza d’una mite aurora.

Fa’ ch’io mi stacchi dal più alto ramo

di vita mia, così, senza lamento,

penetrato di Te come del sole.

Don Paolo Zamengo, prete salesiano