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Un fico carico di promesse   Lc 13, 1-9

Due tristi episodi come tristissimi sono anche oggi molti fatti di cronaca. La reazione brutale dei soldati romani di fronte a una timida protesta e il disastro provocato dal crollo accidentale di un torrione delle mura del tempio con lo strascico doloroso di morti.

Riferiscono tutto a Gesù perché non trova pace la domanda che schiaccia il cuore. “Che senso ha la vita?”. Accerchiano Gesù con il loro dramma: “Gesù, che valore ha la nostra vita se è in balia di chi ha potere su tutti? Che senso ha dire che la vita è sacra e inviolabile se basta il crollo di un muro per ridurla in cenere?”.

Questi avvenimenti si erano caricati, nella tragedia del momento, di fatalismo, di rassegnazione, di rabbia disperata fino a raggiungere Dio, Dio colpevole di essere Dio. Gesù coglie lo smarrimento profondo di quelle domande.

Non appartiene a Gesù l’idea di un Dio che resta impassibile di fronte al dolore e alle lacrime o peggio ne sia la causa volendo riparare con il castigo il male compiuto degli uomini e dai loro peccati. Ciò che dà senso alla morte è la vita. La vita buona.

La gente interroga Gesù su fatti di cronaca e Gesù ci invita a guardarci dentro. “Se non vi convertirete, perirete tutti”, ci dice. Due torri gemelle sono crollate, un 11 settembre di anni fa e pure in questi giorni si bombarda, si distrugge, si tortura e si uccide in varie parti del mondo. Ma in questi avvenimenti cosa vi leggiamo? Solo un fatto di cronaca?

Gesù vuole che vi leggiamo un richiamo alla conversione. Se l'uomo non cambia, se non cammina su strade più umane, se non c’è conversione e chi costruisce pace e giustizia, questa terra, questa nostra terra andrà in rovina perché è fondata sulla sabbia della violenza e dell'ingiustizia.

Nella parabola del fico che non dà frutti, Dio non è il padrone esigente, che pretende e scalpita. Dio è il contadino paziente e fiducioso: “voglio lavorare ancora un anno attorno a questo fico e forse porterà frutto”.

Ancora un anno, ancora un giorno, ancora sole, pioggia e lavoro: quest'albero è buono, darà frutto! Tu sei buono, darai frutto! Dio, è il contadino che si prende cura come nessuno di questa mia vita, di questo campo, di questo piccolo orto che io sono. E mi lavora, mi cura, mi ama e sento le sue mani ogni giorno. “Forse, l'anno prossimo porterà frutto”.

Questo è il miracolo della divina pietà: una piccola probabilità è sufficiente a Dio per attendere e sperare. Si accontenta di un forse, si aggrappa a un fragile forse. “Forse, l’anno prossimo, porterà frutto”. Per Dio, il bene possibile domani, conta più del male di ieri.

Convertirsi è credere a questo Dio contadino, ricco di speranza e serietà, felicemente affaticato attorno alla zolla della terra del mio cuore.

Salvezza è portare frutto, non solo per me, ma per altri. Come il fico che per essere vivo deve dare frutto, per la gioia di tutti. Per star bene l'uomo deve dare. È la legge della vita. È la vita cristiana.

Don Paolo Zamengo, prete salesiano