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IV domenica Tempo Ordinario, anno C

Ger 1, 4-5.17-19

1Cor 12, 31-13, 13

Lc 4, 21-30

«[Gesù in quel tempo cominciò a dire loro] “Oggi si è compiuta questa Scrittura che voi avete ascoltato”.22Tutti gli davano testimonianza ed erano meravigliati delle parole di grazia che uscivano dalla sua bocca e dicevano: “Non è costui il figlio di Giuseppe?”. 23Ma egli rispose loro: “Certamente voi mi citerete questo proverbio: Medico, cura te stesso. Quanto abbiamo udito che accadde a Cafàrnao, fallo anche qui, nella tua patria!”. 24Poi aggiunse: “In verità io vi dico: nessun profeta è bene accetto nella sua patria. 25Anzi, in verità io vi dico: c’erano molte vedove in Israele al tempo di Elia, quando il cielo fu chiuso per tre anni e sei mesi e ci fu una grande carestia in tutto il paese; 26ma a nessuna di esse fu mandato Elia, se non a una vedova a Sarepta di Sidone. 27C’erano molti lebbrosi in Israele al tempo del profeta Eliseo; ma nessuno di loro fu purificato, se non Naamàn, il Siro”.28All’udire queste cose, tutti nella sinagoga si riempirono di sdegno. 29Si alzarono e lo cacciarono fuori della città e lo condussero fin sul ciglio del monte, sul quale era costruita la loro città, per gettarlo giù. 30Ma egli, passando in mezzo a loro, si mise in cammino».

Occorre giungere a riconoscersi pagani e lebbrosi - per la religione ebraica del tempo la situazione peggiore in cui potesse trovarsi un essere umano - per fare esperienza della divinità.

Due non israeliti, non appartenenti alla religione ufficiale, ritenuti maledetti e ‘fuori dalla grazia di Dio’, conoscono alla fine guarigione e salvezza. Due immeritevoli miserabili fanno esperienza della misericordia immeritata, perché l’Amore non è premio per i buoni, ma dono gratuito per tutti.

È proprio vero, “pubblicani e prostitute” passeranno avanti ai devoti e pii religiosi di ogni tempo (cfr. Mt 21, 28) ci ricorda Gesù, certi quest’ultimi d’essere sempre dalla parte del giusto, e quindi di Dio. Ma il vangelo è chiaro: non sarà un atto religioso a salvarci, e tantomeno l’appartenenza ad una tradizione religiosa, lo schierarsi dalla parte di Dio. Ciò che salva, ossia ciò che è in grado di dilatare l’umano, sino a farlo fiorire è piuttosto fare esperienza della fonte della Vita che abita ognuno, partecipare del dono presente indistintamente in tutti, vivere della luce che illumina ciascuno.

Si potranno confessare grandi verità di fede, frequentare riti e assolvere precetti, e vivere nell’ignoranza di sé, del Sé, inconsapevoli d’essere fatti della medesima stoffa di Dio. Ma è questa conoscenza che salva, quella che conduce alla certezza d’essere uno nell’Uno, e di poter così vivere ‘da Dio’, capaci di compiere gesti così umani da essere divini.