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XXIII domenica del Tempo Ordinario. Anno B

Is 35, 4-7a

Gc 2, 1-5

Mc 7, 31-37

«Di nuovo, uscito dalla regione di Tiro, passando per Sidone, venne verso il mare di Galilea in pieno territorio della Decàpoli. 32Gli portarono un sordomuto e lo pregarono di imporgli la mano. 33Lo prese in disparte, lontano dalla folla, gli pose le dita negli orecchi e con la saliva gli toccò la lingua; 34guardando quindi verso il cielo, emise un sospiro e gli disse: “Effatà”, cioè: “Apriti!”.

35E subito gli si aprirono gli orecchi, si sciolse il nodo della sua lingua e parlava correttamente. 36E comandò loro di non dirlo a nessuno. Ma più egli lo proibiva, più essi lo proclamavano 37e, pieni di stupore, dicevano: “Ha fatto bene ogni cosa: fa udire i sordi e fa parlare i muti!”».

Gesù, si reca in pieno territorio pagano, la Decàpoli: egli si fa presente sempre nelle nostre zone di incredulità e di lontananza.

Qui gli viene condotto un sordomuto (v. 32), anche se nel testo originale si ha: ‘un sordo e malparlante’, un uomo che parla ma non dice nulla.

Viviamo in un mondo dove il parlare è un rumoreggiare, il dire uno sparlare, il comunicare un non-senso. Siamo immersi in un turbinio di parole che non dicono nulla e non aiutano a crescere, a maturare, a compierci. Per questo la vita diventa ‘assurda, etimologicamente dissonante, stonata.

Ora, il problema del vivere è che siamo sordi all’unica parola che, se ascoltata, sarebbe in grado di dare senso alla vita, di rivelare all’uomo la propria vera identità, e questa parola è quella di un Amore che ci dice: «Io ti amo così come sei, senza se e senza ma». E come il muto è tale perché non ode la parola che gli viene rivolta, una vita sorda a questo amore è una vita odiosa.  

Il brano di oggi ci ricorda che il vangelo è il farmaco per guarire della nostra sordità, e di conseguenza da una vita assurda. La Parola di Dio – che mi dice di essere il figlio amato alla follia – diventa oggi per me logo-terapia, azione guaritrice delle mie parole e della mia vita.

«Effatà, apriti!», “vieni alla luce di te stesso. Rinasci”. Allora imparerò a ‘parlare correttamente’, ossia, la mia vita tornerà a dire qualcosa di sensato. Prima emettevo solo suoni e rumori; parole scorrette, destinate a divenire poi azioni: parole di potere, di dominio, di furbizia, di possesso, di inganni, di finzioni. Ora mi hai guarito l’orecchio, l’organo collegato al cuore, ora mi sento amato da te e finalmente ho una vita in grado di ‘parlare’, capace di prendersi cura, di raggiungere, di condividere, di abbracciare, di creare comunione, e darsi da fare per la pace e la giustizia.

Maria, nella tradizione orientale, è definita “la tutta orecchi”, infatti la maternità l’ha vissuta prima nell’orecchio e poi nel ventre. Ella è stata fecondata dall’orecchio, dice un antico Padre della Chiesa, Efrem il Siro. Ha ascoltato la Parola, ha partorito Gesù. L’uomo edificherà intorno a sé spazi di luce, nella misura in cui presterà orecchi alla parola fattasi Luce.