L’ottavo sacramento      Gv 13, 1-15

C'è una consegna nella grande stanza, arredata a festa, al piano superiore della casa. L'emozione è tutta per il pane spezzato e per il calice del vino. Il fuoco del mistero, il roveto ardente, è qui.

Ma dobbiamo subito aggiungere che il tradimento di Giuda quella sera non è l'unico e che la cena del Signore è in pericolo sempre. Gesù aveva detto: "fate questo in memoria di me".

E nel vangelo di Giovanni, c’è: "Avete capito quello che vi ho fatto? Se io, il Signore e il Maestro, ho lavato i vostri piedi, anche voi dovete lavarvi i piedi l'un l'altro. Infatti vi ho dato l'esempio, perché, come io ho fatto, facciate anche voi".

E perché il gesto rimanesse nella memoria dei discepoli, "si alzò da tavola, depose le vesti e, preso un asciugatoio, se lo cinse attorno alla vita. Poi versò dell'acqua nel catino e cominciò a lavare i piedi dei discepoli e ad asciugarli con l'asciugatoio di cui si era cinto". Era il gesto del servo.

Oggi nelle celebrazioni è diventato una finzione: si lavano i piedi già lavati e spesso anche profumati. Così tutto ha perso di profezia e provocazione. Era il gesto del servo che conosce la stanchezza di chi ha camminato a lungo per strade disagiate e polverose. Versare l'acqua, lavare i piedi è ristoro alla fatica.

Lavare i piedi di chi è stanco è l’ottavo sacramento. Un sacramento non ricordato nell'elenco del catechismo, eppure istituito da Gesù con un gesto luminoso, vero sacramento cristiano che, più degli altri e meglio degli altri, è memoria piena della presenza di Gesù in mezzo ai suoi.

Se vuoi essere in comunione con Gesù lava i piedi degli altri se no priviamo Gesù dell'unico titolo che si è certamente dato, l'unica funzione che si è sicuramente attribuita, quella del servo. "Io sono in mezzo a voi come uno che serve" (Lc 22, 27). È sconcertante come già la prima cena eucaristica sia stata violata non solo dal tradimento di Giuda, ma dai discorsi di grandezza degli altri discepoli.

L'evangelista Luca appone i due tradimenti, quasi legandoli con un unico filo: la discussione anzi la contesa, su chi di loro fosse il più grande. Gesù dice: "Chi è più grande? Chi sta a tavola o chi serve? Non è forse chi sta a tavola? Ora io sto in mezzo a voi come chi serve". Il rischio della Cena, ed era la prima, è celebrare il rito mescolandolo a sogni di supremazia e grandezza.

Meglio diventare servi gli uni degli altri piuttosto che fare un rito senza lavarci i piedi gli uni degli altri. Ma come dare forma al mandato di Gesù, legato all'asciugatoio e al catino d'acqua, mandato che è una consegna, la consegna di servire?

Servire è sempre prima di tutto servire una persona, non un'idea, un programma, un'istituzione. Conosciamo purtroppo tutti l'inganno di coloro che, perché non amano veramente nessuno, pensano di amare Dio o l'umanità intera. Gesù, lavando piedi, con il suo gesto ha consacrato l'attenzione per il corpo e non solo per l'anima, per i corpi di un'umanità stanca.

Sollevate, sembra dirci, sollevate la stanchezza che pesa su questa umanità. Non passate con indifferenza. I vostri occhi siano pronti a cogliere le stanchezze che solcano i volti, i carichi che fanno curve le spalle, il peso di chi ritorna a casa la sera, il peso spesso dimenticato di chi ha faticato tutto il giorno, lo sfinimento di chi è stremato dai problemi, la disperazione di chi non ha di che vivere.

E fate, come potete, là dove potete, fate un gesto che sia di sollievo, dite una parola che sia di vicinanza. Lavate i piedi a chi ritorna dai polverosi, estenuanti, cammini della vita. È il mandato del Signore, è la consegna della cena, è l'ottavo sacramento, forse il più dimenticato.

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