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Parole che profumano di eternità     Gv 6, 60-69

È già domani. La gente, che la sera prima aveva mangiato abbondantemente, cova la speranza di piegare Gesù alle proprie necessità quotidiane. La folla vuole fare Gesù re e servirsi di lui per i propri scopi materiali e politici. Ma Gesù non si lascia sequestrare. Mette le cose in chiaro e spegne le illusioni.

Gesù decodifica il miracolo e sposta il suo significato a livello di cuore, anzi si identifica lui stesso nel pane. Le sue parole lasciano sconcertato e infastidito l’uditorio. Sembra lo scatto di un ciclista sui tornanti delle Dolomiti che lascia storditi e attardati i compagni di fuga. L’accelerazione di Gesù gli crea attorno il vuoto.

L’evangelista Giovanni lo esprime in modo eloquente: “Da quel momento molti dei suoi discepoli tornarono indietro e non andavano più con lui”. Perché? Il linguaggio di Gesù si fa oscuro e non può servire il buon senso a renderlo accettabile. Bisogna solo fidarsi e camminare dietro a lui.

Ma non è così. La gente tenta di limitare e sminuire la portata del vangelo. Persino gli apostoli cercano di edulcorare il discorso misterioso oltre che crudo. Ma non si può restare in mezzo al guado troppo a lungo, si finisce per impantanarsi. Il problema è vedere chiaro per credere o credere per vedere chiaro?

Tra coloro che sono chiamati di affidare la loro vita a Gesù c’è anche chi decide di non decidere. Rimangono in mezzo al guado. Vivono sulla soglia. Dal loro comportamento non si capisce se vogliono iniziare l’avventura o se ne stanno uscendo. Sentono e dimostrano attrattiva per Gesù ma temono le esigenze assolute del vangelo.

Ci sono quelli che accettano Gesù ma non la chiesa perché rimasti delusi, dimenticando che anche Gesù ha patito pari delusioni dagli apostoli che lui stesso aveva scelto, ma ha continuato ad amarli e a sostenerli. Ci sono anche quelli che se ne vanno. Per debolezza o per orgoglio. La debolezza è molto comune. L’orgoglio abita in coloro che fanno di se stessi la misura e il centro del mondo.

Per tutti costoro ecco la scusa: “Questa parola è dura: chi può ascoltarla?”. Ma nel grigiore generale di una umanità che sembra soffocare le migliori intenzioni, si squarcia il cielo e compare una risposta di speranza. Pietro. Proprio lui, Pietro, pescatore reso apostolo da Gesù, lui che ha sperimentato la propria fragilità ma anche la compassione e la tenerezza di Gesù, Pietro sente la portata eterna di quella chiamata.  

Gesù non svende il prodotto, non concede sconti né riduce la portata delle sue affermazioni, anzi, alza la posta e gioca al rialzo. Gesù preferisce restare solo piuttosto. Non allarga la porta stretta perché entri chiunque. Semmai invita i discepoli a disfarsi di ciò che non è essenziale se vogliono attraversarla.

“Signore, da chi andremo?” Stupefacente Pietro. Pietro ha una lucidissima e invidiabile preoccupazione. Non gli interessa dove andare, ma con chi andare. “Da chi andremo?”

E noi? Noi, cosa diremo? La stessa umile e affettuosa preghiera di Emmaus: “Rimani tu, Signore, con noi”.

Don Paolo Zamengo, prete salesiano

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