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Buoni come il pane   Gv 6, 41-51

Mi conquistano la bellezza delle parole e delle immagini che sono custodite nelle letture di queste domeniche. Due in particolare, due immagini che quasi si abbracciano: la tavola e il pane.

Se vogliamo arrivare al cuore del vangelo, lasciamo alle parole ‘tavola e pane’ tutta la loro verità, l’intensità e la loro bellezza. Starei per dire che tutto dipende da come guardiamo la tavola, da come guardiamo un pezzo di pane. Se guardiamo la tavola e il pane per abitudine è come se non fossero vivi. Si può fare l'abitudine anche alle persone, è come se non esistessero o non contassero niente.

Se scoloriamo la tavola e il pane, se le parole di queste domeniche rimangono senza sorpresa, allora le cose diventano mute. Ma se riesco, io vorrei dare voce alla tavola e al pane. La tavola, guardala e ascoltala, parla di un incontro.

Tavola e sedie non sono solo in funzione del cibo, ma anche di un appuntamento. Sono il racconto di una famiglia. Intorno alla mensa ci sono i volti, come se la tavola fosse stata costruita per guardarsi. Quasi che, se non ci si guarda, la tavola rimane ferita, depauperata della bellezza della sua natura profonda che è ritrovarsi, stare insieme, sentirsi a casa.

Una tavola per guardarsi! Una tavola per contemplare la bellezza di amarsi! Succede quando a tavola hai invitato un amico. Ci si guarda anche senza parole, è una festa degli occhi. Ci sono silenzi intorno alla tavola ma anche parole che diventano un racconto. Tra i ricordi di tutti c’è un tavolo intorno al quale ci siamo raccontati. Oggi è diventato quasi un miraggio: è duro resistere al fascino dei cellulari o della televisione

Provo solo a sfiorare l'immagine del pane. Se la scoloriamo, scoloriamo Gesù che ha detto “Io sono il pane”. Gesù si è lasciato a noi in un pezzo di pane che racconta la sua vita, la sua morte e la sua risurrezione. Un piccolo umile pezzo di pane, l'eucaristia. Un pane che nutre la mia vita, la mia sete di vita, la mia sete di umanità, e mi dona la voglia di vivere ancora, in eterno.

Si spalanca una fessura da cui guardare per capire e dire chi è Gesù. Chi è Gesù? E' pane. E il mio sguardo va a quel pezzo di pane, muto nel suo abbandonarsi a noi, che sta sulla tavola dell'altare e sta poi sul palmo delle nostre mani. Ci nutre, ci dà vita spezzandosi.

E siamo grati a Gesù di essere stato per noi, nonostante le nostre infedeltà, pane per la nostra vita, ha nutrito i miei giorni, i nostri giorni e li nutre ancora quando ascolto la sua parola, quando prendo il suo pane, pane della tavola eucaristica. Pane che diventa una persona, Gesù e diventa anche noi.

Ecco l'invito: essere pane. Per dare vita, per dare fiducia, incoraggiamento, per nutrire speranze, sogni di famiglia e di amicizia, il pane per tutti. Negli occhi ci rimane la folla attorno a Gesù sull'erba del monte. E fu pane per i cinquemila e anche per le donne e i bambini. Ed è scritto che mangiarono tutti.

Gesù è stato pane per tutti. E io? E tu? Siamo pane? Se penso alla mia vita di chi posso dire: “tu sei stato pane per me”? Certo Gesù. Ma poi si affacciano altri volti, di fronte ai quali potrei dire con verità e commozione: “Grazie, tu sei stato pane per me. Mi hai dato forza, coraggio, brividi, spinta a continuare, passione per una vita buona”. Mi hai nutrito con i tuoi occhi, con i tuoi racconti, con i tuoi abbracci, con la tua attenzione, con la tua tenerezza, con la tua disponibilità”.

Che bello sentirci fratelli e sorelle di pane. Che Dio possa renderci tutti “buoni come il pane”. Buoni un po' come lui che è il Pane disceso dal cielo.

Don Paolo Zamengo, prete salesiano