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Parlare di lui, parlare con lui   Lc 4,35-48

Anche oggi, in questo “primo giorno della settimana”, Gesù Risorto continua a farsi riconoscere dai suoi, da noi, suoi discepoli, radunati per “parlare” delle cose che Lo riguardano.

L’evangelista Luca colloca questo incontro proprio nel momento in cui i suoi discepoli si interrogano e parlano di quanto e di cosa è avvenuto. All’alba, le donne, e al tramonto i due discepoli di Emmaus conversavano e discutevano tra loro di tutto quello che era accaduto, quando “Gesù in persona” si avvicina condividendo il loro cammino.

I due discepoli tornati a Gerusalemme narrano agli Undici e agli altri come avessero riconosciuto Gesù nello “spezzare” le Scritture e il pane; e gli Undici e gli altri proclamano che il Signore è veramente risorto.

Ed ecco che, improvvisamente, si accorgono che Gesù è in mezzo a loro! Quante volte noi siamo radunati insieme e riascoltiamo l’annuncio della Pasqua ma non ci accorgiamo che c’è anche Gesù, che Lui in persona “sta in mezzo” a noi!

Questa è una conversione da fare. Riconoscere la Sua presenza quando e dove siamo riuniti per parlare di Lui, per ascoltarlo parlare, per vederlo, toccarlo, mangiare con Lui... anzi, mangiare di Lui! Riconoscerlo nelle nostre eucarestie.

Il vangelo di oggi ci dice che i discepoli, davanti al Risorto, sono sconvolti e pieni di paura, tanto da credere di essere di fronte a un fantasma. Per guarire la loro incredulità Gesù si offre nella umanità del suo corpo. Il corpo del Risorto porta ancora i segni delle ferite della croce, i segni dell’Amore. E per fugare ogni dubbio si presenta con il Suo nome: “Sono proprio io!”.

“Io sono”, è il nome con cui Dio si è rivelato a Mosé nel roveto, il nome di Dio che si offre al suo popolo come presenza viva. Questo nome significa infatti: “Io sono colui che è, che c’è, che ti è accanto, io ci sono e sarò con te, per salvarti”.

Il Signore aggiunge un particolare molto significativo: un fantasma non ha carne e ossa, come vedete che io ho. Il Risorto ha carne e ossa, come noi. L’espressione “carne e ossa” è un modo di dire che esprime un’appartenenza. È la prima parola che l’uomo Adamo rivolge a Eva la donna tratta dal suo costato. “È osso dalle mie ossa, carne dalla mia carne”.

Il Risorto ha “carne e ossa”, la nostra carne e le nostre ossa. Ci appartiene, si è imparentato con noi, ha assunto la nostra umanità in modo definitivo, si è legato a noi non solo nella vita terrena che ha condiviso, ma per la vita eterna. Gesù si presenta ai discepoli come colui che appartiene a loro, per sempre.

E lo fa attraverso il segno del cibo. Mangiare è il segno della vita; mangiare insieme è il segno di una comunione ritrovata. Con loro mangia colui che ha offerto la sua vita per nutrire la loro e la nostra. Chiediamo ogni giorno la comprensione del vangelo. Testimoniarlo significa ricordare, portare viva nella vita la memoria di Lui, fino a una vita che assomiglia alla Sua.

Non è possibile incontrare questo Amore e rimanere ancora gli stessi.

Don Paolo Zamengo, prete salesiano