Vegliate  Mc 13, 33-37

Il vangelo della prima domenica di Avvento riporta i versetti conclusivi che l’evangelista Marco pone al termine della vita pubblica di Gesù, quasi preludio del suo cammino di passione, morte e risurrezione. Una precisazione però: Marco con i 19 verbi all’ imperativo che costellano il capitolo 13, intende esortarci a vivere il presente.

L’attesa che caratterizza il credente che vive nella storia sta proprio nell’assunzione del presente come momento dell’incontro con Dio. Il fatto che questo capitolo sia posto prima del racconto della passione di Gesù, vuole guidare i discepoli di Gesù a vivere i momenti di crisi, di difficoltà, la propria passione, con lo stesso atteggiamento del Figlio dell’uomo.

Marco vuole allontanare l’attenzione dal “quando” per focalizzarla su Gesù e sul suo ritorno. Non la distruzione del tempio, non la persecuzione e neppure i grandiosi segni cosmici dovranno distrarre il discepolo, neppure la pandemia di questi anni: lo sguardo deve rimanere fisso sull’essenziale, continuando a guardare a Gesù perfino nel tempo della sua assenza.

Mentre i discepoli chiedono un segno appariscente, l’evangelista indica il segno povero e umile del Figlio dell’uomo, della sua incarnazione, della sua parola e della sua morte e risurrezione.

Ci viene chiesto di correggere la domanda: non di conoscere i tempi ma di imparare la parabola, di comprendere e di vegliare. Si tratta di assumere la mentalità di Gesù, il suo abbandono fiducioso al Padre.

Gesù non chiede di conoscere il quando ma di vivere il presente nel rapporto con il Padre perché questa è la realtà, ciò che dona significato al presente e al domani, ciò che trasforma la storia in storia sacra, in dono di salvezza.

Ecco allora l’invito accorato a vegliare. Vegliare è un percorso di conversione che richiede alcuni atteggiamenti importanti. Penetrare nelle zone non evangelizzate di noi stessi, nel profondo, dove si agitano le passioni e le ansie e collaborare con il Padre al processo della creazione sempre in atto…anche in noi.

È scendere nelle zone di durezza e di indifferenza e lasciare lievitare il richiamo della dolcezza per portare germogli di pace, senso e armonia.

Vivere con intensità straordinaria il presente perché è l’unico tempo che ci appartiene. Il tempo della responsabilità è quello in cui siamo chiamati a collaborare con Dio alla salvezza del mondo. Credere che il Signore verrà. E allenare gli occhi del cuore a cogliere i segni della sua venuta nella storia e nella nostra storia personale. Cogliere e affermare i germi di vita, i semi di risurrezione, anche se nascosti nell’inverno della vita.

Divenire segni del Regno non mimetizzandoci nell’alibi della nostra povertà ma fare gesti creatori di relazioni nuove, capaci di opporre, alla logica demoniaca della violenza, l’utopia della mitezza e delle beatitudini.

E noi, suoi discepoli, possiamo agire nella pace perché sappiamo che la salvezza è dono del Padre, è pura gratuità. La piena rivelazione della bontà di Dio, della sua misericordia è davanti a noi perché Egli che era, che è, è Colui che viene (Ap 1,18).

Don Paolo Zamengo, prete salesiano