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Frammenti

L’amore anche per Giuda    Gv 13, 31-33. 34-35

Il sentiero tracciato e proposto da Gesù, nella notte dell’ultima cena, è decisamente tutto in salita. “Vi do un comandamento nuovo: che vi amiate gli uni gli altri. Come io ho amato voi, così amatevi anche voi gli uni gli altri”.

Ma non è un ordine perché l’amore non può essere imposto. È invece una preghiera di Gesù, quasi un gemito del cuore. L’amore per forza è la maschera dell’amore. Era, quel giorno, la vigilia della sua passione che ha il culmine nella crocifissione.

Amare come ama Dio non era un comandamento antico. Bastava “ama il prossimo tuo come te stesso”. Gesù imprime un’accelerazione e dona all’amore un orizzonte infinito. Non basta “amare” bisogna amare “come io vi ho amato”.

Per renderlo visibile e concreto Gesù compie i gesti del nuovo amore. Nella cena, lava i piedi ai suoi discepoli, poi, pur turbato dal fatto che Giuda, uno dei dodici, stesse per tradirlo, Gesù continua ad amarlo e gli manifesta il suo affetto offrendogli il pane della Pasqua. La lavanda dei piedi e il pane donato a Giuda sono la nuova modalità di amare. Una misura davvero sconvolgentemente nuova.

Poi Giuda esce dal cenacolo (sbattendo la porta) e Gesù, tradito e consegnato, continua ad amarlo sorpassando ogni limite. La notte buia di Giuda si contrappone alla luce di Gesù. Se, invece di guardare il proprio peccato e disperarsi, Giuda avesse guardato Gesù, avrebbe trovato nei suoi occhi la forza di chiedere perdono e di ricominciare.

Dopo la lavanda dei piedi, Gesù compie un altro gesto d’amore anche nei confronti di Giuda. È l’eucarestia. L’eucarestia nasce in una notte drammatica e terribile. È la notte più oscura, è la notte in cui il male cammina indisturbato. Ha indurito il suo cuore e Giuda vende Gesù, lo vende ai suoi nemici, lo vende con un bacio. Il bacio è l’amore sacrilego di Giuda.

Gesù gli offre la comunione con il pane della pasqua e Giuda risponde uscendo nella notte per consegnarlo ai soldati e farlo arrestare. Gesù lo chiama ancora “amico”. Giuda è la notte, Gesù è il giorno, Giuda è la violenza, Gesù la mitezza, Giuda è il caos, Gesù l’armonia.

Tutto avviene di notte ma proprio in questa notte Gesù dà agli apostoli la capacità di amare come soltanto lui sa fare. Gesù abiterà nel loro cuore, abiterà nel loro amore, Gesù amerà il mondo con il loro amore, con il nostro amore. La novità non è amare ma amare come Gesù. Gesù ha aperto una scuola d’amore. Il discepolo ama come il maestro. Il discepolo custodisce nel cuore la memoria del “come” Gesù.

L’amore è lavare i piedi, l’amore è chiamare amico chi ti tradisce, l’amore è pregare per chi ti mette in croce, l’amore è perdonare perché non sanno quello che fanno, l’amore è piangere per la morte dei tanti Lazzaro, l’amore è gioire per il profumo delle lacrime di una donna, l’amore è prendere in spalla la pecorella smarrita, l’amore è fare festa per un figlio perduto che torna.

Nelle chiese antiche ci sono grande mosaici che raccontano la storia della salvezza. Ma il vero mosaico nel quale ricostruiamo i segni dell’amore di Gesù è la nostra vita. La sfida è imparare ad amare come Gesù. Questo amore è la carta d’identità del credente. L’amore è l'unica realtà che ha la forza di rendere nuova la vita.

Pastore e Agnello  Gv 10, 27-30

Prima di essere Pastore, Gesù fu Agnello. Può sembrare strano ma è proprio così. Ce lo dice oggi la lettura dell’Apocalisse. Gesù sarà per sempre davanti al trono di Dio come un Agnello immolato, portando i segni del suo martirio d’amore.

Una folla immensa che nessuno può contare, ha lavato le sue vesti nel sangue di questo Agnello. Perciò stanno con lui davanti al trono e servono Dio nel tempio, giorno e notte. Nessun male li potrà colpire dal momento che l’Agnello diventa anche il loro Pastore e li conduce alle sorgenti d’acqua viva dove Dio asciugherà ogni lacrima dai loro occhi.

Prima di diventare Pastore Gesù fu Agnello, un Agnello tra gli altri, come gli altri, in tutto simile fuorché nel peccato. Agnello senza macchia, il solo degno di essere presentato e offerto a Dio. È così che l’Agnello è diventato, meravigliosamente, il solo, l’unico vero Pastore, il buon Pastore. Pastore perché prima di tutto fu Agnello. Perché con il suo gregge vive una vicinanza, una connaturalità vera, evidente, profonda.

Conosce le sue pecore. Ci sente fratelli. Come nessun altro pastore ci conosce e ama e ha voluto farsi agnello in mezzo a noi, fino a diventare il primo di noi e trovare grazia agli occhi di Dio, offrendo la sua vita. Nessuno andrà al Padre se non per merito suo.

Cosa dà fondamento a questa certezza che costituisce la nostra speranza? Gesù ha dato la sua vita ed è per la potenza di questo amore fino alla morte che noi sentiamo di appartenergli, come attraverso un patto sigillato nel sangue, la cui forza è irreversibile.

Due generi di persone si disputano il nostro ascolto: i seduttori e i maestri. I seduttori sono quelli che promettono vita facile, piaceri immediati; i maestri veri sono quelli che donano ali e fecondità alla tua vita, orizzonti e sentieri da percorrere. Nessuno mai potrà strapparci dalle sue mani. Le sue sono le mani forti di un lottatore contro lupi e ladri, mani vigorose che stringono un bastone da cammino e da lotta. 

Ma c’è un’altra ragione più decisiva. Gesù non si è costituito Pastore da solo. A sua volta è nelle mani di un Altro, si è messo nelle mani di un Altro, indissolubilmente, irreversibilmente. “Padre, nelle tue mani affido la mia vita”, sono state le parole definitive di Gesù.


Gesù non possiede niente ma ha ricevuto tutto dal Padre. E il Padre non ha niente di più prezioso da donargli che le due immagini perfette di se stesso: l’Agnello che purifica con il suo sangue e il Pastore che dà la vita per salvare. Gesù non è che questo, immagine perfetta del Padre.

Ci abbandoniamo con Gesù nelle mani del Padre, perché Gesù e il Padre sono una cosa sola. Gesù è sceso quaggiù tra noi unicamente perché noi possiamo seguirlo lassù.

Sarà dolce, alla comunione, fare nostre le parole: “Ecco l’Agnello di Dio che toglie il peccato del mondo.” E beato sarà chi, accogliendo l’invito, potrà sussurrare: “ O Signore, non sono degno di partecipare alla tua mensa: ma di’ soltanto una parola e io sarò salvato”.

Sul lago  Gv 21,1-19

Pietro pensava che tu amavi nasconderti in quei giorni e per riconoscerti quasi sempre occorreva un segno: il nome per Maria, il pane per i discepoli di Emmaus, la pesca prodigiosa per gli apostoli sul lago.

Apparivi qua e là, liberato dal tempo e dallo spazio. La risurrezione non ti aveva restituito a questa vita, come Giona. Giona tutti lo riconoscevano. Riconoscere te era più difficile perché eri entrato in un mondo diverso e ora vivevi una vita che era la nostra ma non più solo la nostra. Per riconoscerti era necessario uno sguardo capace di perforare l’eterno.

E quello sguardo lo davi di tanto in tanto ai tuoi discepoli o forse erano loro a non essere sempre capaci di accoglierlo. E così, dopo Maria, dopo Emmaus, dopo gli incontri nel cenacolo, avvenne ancora in Galilea, sulle rive del tuo lago.

Era di nuovo l’alba e dall’acqua saliva una bruma lieve, come un velo o un respiro condensato. Gli apostoli stavano tornando dalla solita pesca infruttuosa e tu facesti il miracolo dei pesci. Fu quello il segno che parlò al cuore di Giovanni.

Poco prima avevi parlato con loro sulla spiaggia ma non ti avevano riconosciuto. Forse la distanza, forse la nebbia o forse era quella tua diversità rispetto a prima. Avevi chiesto loro da mangiare. Così lontano e velato parevi un mendicante, un pellegrino o magari un fantasma.

Ma quando le reti si riempirono allora fu chiaro: eri tu. E il cuore sobbalzò in petto a Giovanni: “è il Signore!”. Pietro si buttò in acqua e gli altri si misero a remare con foga, per raggiungerli. La riva odorava di fuoco e di pesce e ti trovarono chino sulla brace.

Avevi chiesto da mangiare e gliene davi. Tu lo sapevi che un pescatore dopo una notte sulla barca ha bisogno di cibo e che il pesce è il cibo più amato. Sapevi tutto della loro vita, vissuta insieme per anni, e non hai voluto cambiare nulla a quel cerimoniale già così denso della tavola dell’uomo.

E anche se era un prato era una tavola lo stesso come quella dell’ultima cena, come quella di Emmaus, come quella di Cana o di Betania, come le mense a cui ti sedesti, come tutte le mense a cui ci sediamo, perché dove si mangia insieme nell’amore quella è una famiglia, e dove si mangia con te quella è un’eucarestia.

Mangiavano gli apostoli e ti guardavano muti. Così non ti chiesero chi eri: sapevano bene che eri tu. Il pasto si consumò in silenzio. Soltanto i galli si chiamavano da casa a casa e Pietro ne pativa il verso, come se il graffio di quella notte si riaprisse e accanto al fuoco ci fosse ancora una serva.

Allora tu lo hai fissato: “Mi ami, Simone?”, e lui ti rispose d’impeto: “Lo sai che ti amo”. Ma a te non parve sufficiente e ripetesti la domanda. La sua risposta fu più fioca. Alla terza, e i galli continuavano a cantare, la voce gli si smorzò in gola e fu appena un soffio: “Lo sai…”. Sì tu lo sai.

E allora perché continui a interrogarlo? Forse per farlo sapere anche a me quanto il mio amore sia fragile? Che il gallo è sempre in agguato? No, non chiedermi, Signore, se ti amo, perché dovrei come Pietro, abbassare la testa. Eppure, non potrei neanche negarlo questo mio amore debole, contraddittorio e intermittente.

Dovrei dirti di no e dovrei dirti di sì, un guazzabuglio che solo tu sai dipanare. Non domandarmelo, Signore. Fa’ piuttosto la dolce sorpresa dei pesci: avevi chiesto cibo mentre stavi cuocendolo sul fuoco. Avevi chiesto da mangiare e ne davi. Fa’ così con l’amore, non domandarmi se ti amo: amami.

Tommaso Gv 20, 19-31

A volte parliamo della Risurrezione in modo fantastico o trionfante, e leggiamo la Pentecoste come un rombo di tuono e di vento gagliardo che spalanca le porte. Ma il vangelo di oggi ci appare meno spavaldo.

Otto giorni dopo le porte sono ancora chiuse! Eppure avevano visto il Signore risorto. "Ricevete lo Spirito Santo" aveva detto Gesù. Ebbene, le porte sono ancora bloccate!

E noi ci lamentiamo della poca fede dei nostri giorni! Gli apostoli non sono riusciti neanche a convincere uno di loro, Tommaso, uno solo. Eppure erano stati testimoni oculari del Risorto, e l'avevano sentito parlare: "Pace a voi". Lui aveva mostrato le ferite e avevano gioito al vedere il Signore. Ma le porte sono rimaste ancora saldamente sbarrate.

E Gesù venne, Gesù torna. Nonostante la paura, nonostante le resistenze, Gesù viene! E questo ci consola. Tu, Signore, non ti fermi davanti alle nostre porte chiuse. E ci mostri le mani e il fianco ferito e ci porti la tua pace.

Certo noi abbiamo bisogno di pace anche oggi, soprattutto oggi perché non abbiamo smesso di guardare con preoccupazione il riaccendersi violento dei focolai di guerra. Ma c'è bisogno di pace anche dentro di noi, una pace che liberi dalle paure che ci bloccano dentro.

I discepoli si erano trincerati, asserragliati per la paura dei Giudei, ma forse si erano anche chiusi dentro per un'altra paura, ancora più devastante. La paura è la vergogna per come avevano agito, per come si erano comportati nei giorni della cattura e della crocifissione di Gesù. La vergogna e la delusione verso se stessi.

Ma Gesù, come prima parola, rivolge una parola di pace. E anche noi, oggi, vogliamo sentire detta proprio a noi, come prima parola, sempre questa: la pace sia con te. Non una parola di condanna, ma di pace. "Non temere, va in pace".

Ed è sorprendente, ma anche ricca di significati, nel vangelo di oggi, la connessione tra la pace e il segno delle ferite. "Pace a voi. Detto questo mostrò loro le mani e il costato”. Poi a Tommaso: "Metti qua il tuo dito e guarda le mie mani, stendi la tua mano e mettila nel costato".

La visione di quelle ferite, potrebbe generare paura e sconforto, invece dà pace. L’evangelista Giovanni è l’unico che ha parlato della lancia che ha aperto il costato del Signore sulla croce e Giovanni perciò ci ricorda le parole di Gesù "metti la tua mano nel costato".

Attraverso quella ferita, il Signore ci ha concesso di entrare nel suo cuore. Un territorio ora accessibile a tutti, invaso da tutti, una dimora per tutti, una casa di pace per tutti. Le ferite che rivelano l'amore di Dio che ci ha amati sino alla fine, quelle ferite, ci danno la pace.

Non ci rimane tempo per giudicare Tommaso, l'uomo del dubbio ma il primo dei credenti. Una cosa però dobbiamo ammettere che la chiesa degli inizi, per chiusa che fosse, non aveva chiuso la sua porta in faccia a Tommaso, non lo aveva lasciato fuori dalla porta.

Il non credente, l'uomo del dubbio, Tommaso è in mezzo a loro. Questa accoglienza ha qualcosa di profetico anche per la chiesa di oggi.

Strada e parola: i due discepoli di Emmaus Lc 24,13-35

Questo racconto ha sempre affascinato. È un vangelo in miniatura, è un racconto dove fede ed emozione, ragione e sentimento, dolore e gioia, dubbio e certezza si fondono e toccano le nostre corde più profonde. A Gerusalemme gli avvenimenti si sono svolti vorticosamente e crudelmente: il processo, l’agonia, la morte, la sepoltura.

Due dei discepoli di Gesù hanno assistito a tutto e se ne vanno da Gerusalemme verso un villaggio di nome Emmaus e parlano di tutti gli avvenimenti che si sono susseguiti davanti ai lori occhi. La “strada” e la “parola” si snodano. Gesù e i due discepoli parlano camminando. I due non riescono a dare un significato alla morte di Gesù.

Per loro la croce è un incomprensibile scandalo. Sulla croce è svanito il sogno di poter realizzare con Gesù un cambiamento concreto nel loro paese. I due danno sfogo a tutto quello che avevano dentro. In loro si vede la differenza tra il sapere e il credere, ma restano nell’incomprensione. Tutto è stato detto ma tutto resta oscuro.

Il racconto ha una svolta. Perché c‘è un difficile ostacolo da superare: la morte di Gesù. La pietra d’inciampo era la croce. Sulla croce erano morte tutte le loro speranze. Ma Gesù pronuncia una parola tipica di tutto il vangelo della croce: “Bisognava che...”. La parola “bisognava” sottrae la morte di Gesù alle leggi del fato, della natura o della politica per collocarla direttamente nella decisione libera, sovrana, gratuita di Dio.

La morte è il punto massimo, il vertice, della rivelazione di Dio. E ora, è Gesù stesso che spiega quanto nelle scritture si riferisce a lui e si pone come senso, compimento, chiave di lettura della storia di Israele. Una rilettura dell’intero destino umano alla luce del progetto di Dio, che si manifesta nella persona di Gesù.

E dopo la Parola, il Pane. È il secondo, grande segno che rivela il Signore Gesù. I due discepoli insistono: “Resta con noi...”, e Gesù entra “per rimanere con loro”. I due discepoli di Emmaus riconoscono nel gesto del pane il Gesù che ben conoscevano: il Gesù che si dona nella comunione della mensa, il Gesù del pane donato a tutti che mangia con i peccatori, con i farisei, con gli amici, che chiede al Padre il pane quotidiano, che si consegna alla memoria degli amici nel pane spezzato. Nel segno della frazione del pane, Gesù si rende riconoscibile ai discepoli; e non solo riconoscibile, ma sacramentalmente presente nella comunità cristiana.

Gli occhi si aprono, il cuore è ardente, ma Gesù si sottrae alla vista. Gli occhi dei discepoli prima della frazione del pane non riuscivano a “vedere” Gesù che pure era presente, mentre lo riconoscono proprio ora che lui sparisce ai loro occhi. E’ la nuova economia di salvezza che si apre, con il Cristo presente non più di persona, ma nei segni sacramentali e nella testimonianza della comunità.

La decisione è immediata: si rimettono in cammino su quella stessa strada che li aveva visti sconfitti. “Partirono senza indugio”. E’ il momento della missione. Tutti i racconti della resurrezione terminano con l’invio in missione. I due discepoli volevano fermarsi ad Emmaus, ma il risorto li ha condotti sulla strada della missione.

Torneranno a Gerusalemme e da Gerusalemme la missione continuerà finché ad ogni uomo sia annunciato il Vangelo. I due discepoli tornano a Gerusalemme dove è costituita la Chiesa. Infatti, ancor prima che essi raccontino l’ esperienza fatta sulla strada, gli altri ascoltano la loro professione di fede: “Davvero il Signore è risorto ed è apparso a Simone”. Solo ora i due discepoli possono raccontare di “come l’avevano riconosciuto nello spezzare il pane

Mattino di Pasqua    Gv 20, 1-9

 

Questa notte abbiamo cantato alla luce. Le nostre chiese erano immerse nel buio ed ecco accendersi una luce. E da quella luce tante piccole luci che illuminavano i volti. Nel buio della morte in croce c’è la scintilla della risurrezione.

C'è come un fremito nel vangelo, il fremito del correre di Pietro e di Giovanni. Si dice che corsero e uno, il più giovane, più veloce dell'altro. Ma, ancora prima di loro, ci fu il correre di Maria di Magdala. Le donne arrivano prima. Ma non è detto che Maria corse. Il fatto che sia andata al sepolcro di buon mattino dice molto del suo desiderio, del suo amore, del correre del desiderio.

E davanti al sepolcro non c’è l'invadenza dell'apparizione, non c'è la luce sfolgorante che abbaglia e vince. Perché Dio non ha voluto per Gesù una modalità imponente? Perché non la spettacolarità del morto che esce dalla tomba? Perché Dio ha scelto che nessuno vedesse l’attimo della risurrezione?

La risurrezione di Gesù è una voce silenziosa, non grida, non si impone, si propone. Come la fede, come la fede vera chiede un abbandono ai piccoli e umili segni per chi ha un cuore che cerca, per chi non è assopito nella notte, per chi sa uscire di casa e correre.

Che cosa vedono Pietro e Giovanni alla fine della lunga corsa del desiderio? "Pietro vide le bende per terra e il sudario che gli era stato posto sul capo, non per terra con le bende, ma piegato in un luogo a parte". E anche Giovanni, quando entrò: "vide e credette". 

Bende e sudario, segni poveri ma luminosi. Lazzaro risorto dovette essere liberato da bende. Nella tomba di Gesù le bende e il sudario sono già a terra, come se qualcuno avesse avuto la forza di sciogliersi da solo.

Le bende e il sudario per terra rimangono nella mente e nel cuore come il simbolo della sconfitta della morte. Sono segni per terra, segni disabitati. Dio abita altrove. Dio non è nei segni di morte, Dio è nei segni della vita. 

Come possiamo celebrare la Pasqua? Togliendo le bende e i sudari che soffocano la nostra vita. Togliendo le bende da tutto ciò che imprigiona il desiderio che Dio ha acceso dentro di noi. Togliendo dal cuore ogni lievito vecchio per essere pasta nuova.

Dice l’apostolo Paolo: “Non sapete che un po' di lievito fermenta tutta la pasta? Togliete via il lievito vecchio, per essere pasta nuova, poiché siete azzimi. E infatti Cristo, nostra Pasqua, è stato immolato!” (1 Cor 5, 6-7). Ecco la Pasqua.

La Pasqua è lottare contro tutto ciò che avvelena la vita, contro ciò che corrompe il bene, sostenendo e promuovendo tutto ciò che costruisce il sogno di Dio sulla terra, un sogno di vita. In attesa della pienezza della vita, in attesa della beata speranza che ci attende.

Perché Gesù è risorto? Dio lo ha risuscitato perché un amore così è più forte della morte, perchè una vita come la sua non può andare perduta. Il vero nemico della morte non è la vita, ma l'amore. Nell'alba di Pasqua si recano al sepolcro quelli che hanno fatto l'esperienza dell'amore di Gesù: le pie donne, la Maddalena, Giovanni il discepolo amato. Sono loro i primi a capire che l'amore vince la morte.

Noi tutti siamo qui sulla terra per fare cose che meritano di non morire. Tutto ciò che vivremo nell'amore non andrà perduto.

L’ottavo sacramento      Gv 13, 1-15

C'è una consegna nella grande stanza, arredata a festa, al piano superiore della casa. L'emozione è tutta per il pane spezzato e per il calice del vino. Il fuoco del mistero, il roveto ardente, è qui.

Ma dobbiamo subito aggiungere che il tradimento di Giuda quella sera non è l'unico e che la cena del Signore è in pericolo sempre. Gesù aveva detto: "fate questo in memoria di me".

E nel vangelo di Giovanni, c’è: "Avete capito quello che vi ho fatto? Se io, il Signore e il Maestro, ho lavato i vostri piedi, anche voi dovete lavarvi i piedi l'un l'altro. Infatti vi ho dato l'esempio, perché, come io ho fatto, facciate anche voi".

E perché il gesto rimanesse nella memoria dei discepoli, "si alzò da tavola, depose le vesti e, preso un asciugatoio, se lo cinse attorno alla vita. Poi versò dell'acqua nel catino e cominciò a lavare i piedi dei discepoli e ad asciugarli con l'asciugatoio di cui si era cinto". Era il gesto del servo.

Oggi nelle celebrazioni è diventato una finzione: si lavano i piedi già lavati e spesso anche profumati. Così tutto ha perso di profezia e provocazione. Era il gesto del servo che conosce la stanchezza di chi ha camminato a lungo per strade disagiate e polverose. Versare l'acqua, lavare i piedi è ristoro alla fatica.

Lavare i piedi di chi è stanco è l’ottavo sacramento. Un sacramento non ricordato nell'elenco del catechismo, eppure istituito da Gesù con un gesto luminoso, vero sacramento cristiano che, più degli altri e meglio degli altri, è memoria piena della presenza di Gesù in mezzo ai suoi.

Se vuoi essere in comunione con Gesù lava i piedi degli altri se no priviamo Gesù dell'unico titolo che si è certamente dato, l'unica funzione che si è sicuramente attribuita, quella del servo. "Io sono in mezzo a voi come uno che serve" (Lc 22, 27). È sconcertante come già la prima cena eucaristica sia stata violata non solo dal tradimento di Giuda, ma dai discorsi di grandezza degli altri discepoli.

L'evangelista Luca appone i due tradimenti, quasi legandoli con un unico filo: la discussione anzi la contesa, su chi di loro fosse il più grande. Gesù dice: "Chi è più grande? Chi sta a tavola o chi serve? Non è forse chi sta a tavola? Ora io sto in mezzo a voi come chi serve". Il rischio della Cena, ed era la prima, è celebrare il rito mescolandolo a sogni di supremazia e grandezza.

Meglio diventare servi gli uni degli altri piuttosto che fare un rito senza lavarci i piedi gli uni degli altri. Ma come dare forma al mandato di Gesù, legato all'asciugatoio e al catino d'acqua, mandato che è una consegna, la consegna di servire?

Servire è sempre prima di tutto servire una persona, non un'idea, un programma, un'istituzione. Conosciamo purtroppo tutti l'inganno di coloro che, perché non amano veramente nessuno, pensano di amare Dio o l'umanità intera. Gesù, lavando piedi, con il suo gesto ha consacrato l'attenzione per il corpo e non solo per l'anima, per i corpi di un'umanità stanca.

Sollevate, sembra dirci, sollevate la stanchezza che pesa su questa umanità. Non passate con indifferenza. I vostri occhi siano pronti a cogliere le stanchezze che solcano i volti, i carichi che fanno curve le spalle, il peso di chi ritorna a casa la sera, il peso spesso dimenticato di chi ha faticato tutto il giorno, lo sfinimento di chi è stremato dai problemi, la disperazione di chi non ha di che vivere.

E fate, come potete, là dove potete, fate un gesto che sia di sollievo, dite una parola che sia di vicinanza. Lavate i piedi a chi ritorna dai polverosi, estenuanti, cammini della vita. È il mandato del Signore, è la consegna della cena, è l'ottavo sacramento, forse il più dimenticato.

Il racconto della Passione   Lc 22,14-23,56

È il grande racconto, quasi un anticipo di Pasqua, preludio della grande ora verso cui cammina tutta la Quaresima. Dove arrivare? Fin dove salire?

La lettura della Passione ci accompagna emozionati in questo viaggio, il più grande viaggio della storia. Camminiamo e contempliamo. E ritorniamo a raccontare. Il nostro cammino porta qui, all'ora della croce.

Qui si conclude. Se ti fermi prima, prima del Golgota, prima dell'ora della croce, non arrivi al volto di Dio, o avviene - quante volte purtroppo è avvenuto - il fraintendimento del volto di Dio e della regalità di Cristo.

Allora non fermarti prima, arriva fin sotto la croce. Rimani con la folla a guardare, in muta contemplazione. È importante contemplare, come succede per un volto che ami, e non finisci mai di vederlo, di rivederlo, di contemplarlo. È l'ora della contemplazione e non può non essere accompagnata da un'emozione, dall'emozione che ci accompagna ogni volta che si svela il segreto di un cuore. È l’ora della tenerezza profonda.

Qui, nell'ora del cuore, è lo svelamento del volto di Dio, della sua 'passione' per l'umanità, per la nostra terra. "Così tutta la folla che era venuta a vedere, ripensando a quanto era accaduto, se ne tornava battendosi il petto " (Lc 22, 48).

La croce è la grande visione del credente, la visione dalla quale non dovrebbe mai staccare lo sguardo, lo sguardo del cuore. È l'inizio della conversione. Perché ci sono altri sguardi: quello dei capi del popolo, di Pilato, dei farisei, lo sguardo dei soldati, lo sguardo dell'altro ladrone, occhi che non vedono niente. Non c'è purezza di cuore e non vedono Dio.

C'è in loro la pretesa di giudicare secondo la vecchia logica del mondo ma non capiscono niente. La vecchia logica li accomuna ma non permette di capire la vera regalità di Cristo. Non fanno che ripetere 'salva te stesso'.

È la vecchia logica urlata sotto la croce, la logica di fidarsi di se stessi, la logica dei capi, dei soldati, dei violenti. Salva te stesso se hai dignità; se vuoi contare, se vuoi essere utile, scendi dalla croce e salvati.

Ma Gesù rimane sulla croce e sceglie di perdere la vita. 'Chi perde la vita la troverà, ma chi vuol salvare la vita la perderà' (Gv 12, 25). La sfida è la stoltezza della croce. È la vittoria della croce. È amore immenso. E questo succede sul Calvario.

Se contempliamo il Calvario con purezza di cuore scopriamo che quella croce è l'annullamento della distanza. Il Figlio dell'uomo lo possiamo chiamare per nome. Anch’io, anche se sono un malfattore lo posso chiamare ‘Gesù’. Sì Gesù, ricordati di me. E Dio si ricorda.

Questo è il nome di Dio nella Bibbia: “Dio si ricorda”. Leggiamolo sulla croce il nome di Dio, leggiamolo nel Crocifisso sulla croce. Dio ricorda. Dio si ricorda. Dio salva noi, non salva se stesso. E da quella croce, che è l'unico vero trono regale di Cristo, vieni via pentito cioè convertito, convertito al Vangelo.

La logica del salvare se stessi ha costruito muri e divisioni. La logica nuova, quella di salvare gli altri, costruisce ponti e stringe mani. Chi sosta a lungo sotto la Croce, chi ne respira il profumo e se ne lascia inebriare, e lo diffonde. 

Questione di sguardi Gv 8, 1-11

E noi da che parte stiamo? La donna è là in mezzo, scribi e farisei da una parte, Gesù dall'altra. Nello spazio sacro del tempio risuonano le parole dei professionisti delle religione: chiedono la morte, la chiedono in nome della Legge, e chiedono la lapidazione.

La donna è solo un pretesto per mettere alla prova Gesù. Che brutto ridurre una persona a pretesto. Ed è impressionante lo sguardo gelido degli accusatori. La donna è solo un oggetto da trasportare: "gli condussero una donna". La donna è muta, come se l'avessero già lapidata prima ancora di essere giudicata. Lapidata dai loro occhi.


E mi chiedo se sono anch’io dalla parte degli scribi e dei farisei e se sono così sicuro di non avere anch'io uno sguardo che lapida trattando gli altri come oggetti, come pretesti. O se basta anche al mio giudizio un solo peccato per condannare gli altri.


Ma poi i nostri occhi guardano Gesù. Dovremmo sempre guardare Gesù, soprattutto quando intorno a noi si sventola con durezza la legge. Il vero giudizio, la vera distanza, la fa lo sguardo, quello degli accusatori contro lo sguardo di Gesù. La differenza la fa lo sguardo. È questione di occhi.


Anche Gesù guarda la donna, è il vangelo a dircelo. E, dopo aver sbugiardato gli accusatori e la loro aria da giudici impietosi, dopo aver ricordato che anche a loro appartiene la condizione di peccatori, che è di tutti, nessuno escluso, rimane solo, lui e la donna. "Lo lasciarono solo, e la donna era là in mezzo".

Mi sembra di vederli. Soli, loro due: "la misericordia e la misera". E Gesù tace, quasi volesse liberare l'aria pesante di quel parlare sguaiato, della durezza dell'anima. E' nel silenzio degli sguardi che ci possiamo incontrare. Lasciati interrogare dagli occhi e poi parla.

E Gesù si china. Gesù sceglie questa posizione, l'unica da cui può parlare. Non dall'alto in basso, ma dal basso in alto. Parla, ma dopo essersi chinato. Ci insegna che un uomo ha il diritto di guardare dall'alto in basso un altro uomo solo per aiutarlo a rimettersi in piedi.

Ora Gesù è chinato davanti alla donna, davanti a lei è nella posizione che ritiene giusta per sè. La donna lo vede in basso che scrive sulla terra. Come se il dito di Dio non scrivesse più parole nella durezza della pietra del monte Sinai, ma nella precarietà e fragilità della terra di cui siamo fatti.

Nessuno sa che cosa ha scritto, certo non era una parola "contro", ma era una parola "per" per quella donna. Era una parola che gli veniva dal cuore. Ne erano specchio i suoi occhi, il suo sguardo. Non dobbiamo mettere le nostre energie per far rispettare le regole se ci manca il cuore. È il cuore che guida al rispetto della legge. Il cuore che la donna trovò nello sguardo di Gesù: "Neanch'io ti condanno. Va' e d'ora in poi non peccare più".


Guardare con gli occhi di Dio per infondere speranza. Il cristiano deve guardare il mondo come lo vede Dio. Il peccato spesso grida un bisogno. L'uomo è un ferito prima che un peccatore; è un cuore che soffre prima che un impenitente superbo; è un uomo in attesa più che un testardo presuntuoso.

Guardiamo l’umanità come l’ha vista Gesù dall’alto della sua croce. «Per le sue piaghe noi siamo stati guariti!».

Un padre scandalosamente padre  Lc 15,1-3.11-32

C’è chi osa cambiare il titolo alla parabola di oggi. Non più "parabola del figlio prodigo", perché il vero protagonista è il Padre. Quel padre è veramente prodigo in amore.

È una parabola suggestiva dentro il nostro cammino quaresimale che chiama tutti a conversione, cioè a ritornare a casa, a ritornare al luogo della nostra verità più vera, abbandonando le nostre innumerevoli fughe e i nostri pregiudizi. È un invito a somigliare sempre più all'immagine di Dio che ci abita.

Dove inizia il cammino di conversione? Il Vangelo è sconcertante: inizia da un banchetto, il banchetto con i peccatori. È scandaloso, ma è il vangelo, è lo scandalo del vangelo. E se togliamo questo scandalo al vangelo, togliamo il vangelo stesso, togliamo la buona notizia.

La buona notizia è che Gesù "riceve i peccatori e mangia con loro". Con i peccatori, inaudito! Se avesse mangiato con i convertiti, tutti si sarebbero rallegrati. Scandaloso è invece l’amore di Dio. Il figlio maggiore infatti protesta: "Ecco, io ti servo da tanti anni e non ho mai trasgredito i tuoi comandi, e tu non mi hai dato mai un capretto per far festa con i miei amici. Ma ora che questo tuo figlio, che ha divorato i tuoi averi con le prostitute, è tornato, per lui hai ammazzato il vitello grasso".

L'amore incondizionato scandalizza il figlio maggiore che sognava una paternità misurata sulla sua obbedienza. Questo figlio aveva chiuso l'amore del padre dentro la gabbia dei calcoli chiusa in una rigida proporzionalità. Il padre invece misura l’amore sul suo legame, sul volto del figlio. Al di là di tutto, al di là della fuga da casa, al di là dei meriti.

Al di là di tutto, quel ragazzo è suo figlio, eternamente suo figlio. Ed è questo inestricabile rapporto che il padre tenta dì spiegare al figlio maggiore che si era rifiutato di entrare alla festa e lo aveva messo sotto accusa: "Questo tuo figlio, che ha divorato i tuoi averi con le prostitute...".

Il figlio maggiore vuole tirarsi fuori da un rapporto: "il tuo figlio". E il padre: "Questo tuo fratello era morto ed è tornato in vita". Forse è questa la conversione da fare. La conversione che ci è difficile.

È più facile che ritorni a casa chi se n'era andato e si commuove per un padre che non lo degrada: "Trattami come uno dei tuoi servi". Più difficile fa rientrare la durezza che spesso abita quelli di casa: rimangono fuori dalla casa della misericordia, il padre esce a invitarli ma invano.

Che si sia convertito il figlio minore, il dissoluto, è confermato dalla parabola. Che si sia convertito il figlio maggiore non è detto. Ma c'è da augurarselo. Era stato una vita nella casa di quel padre e non aveva capito per il suo cuore; un padre esagerato nella fiducia che non sta, come facciamo noi, a precisare, a sottilizzare. Perché è un padre scandalosamente padre.

Forse noi avremmo avanzato qualche dubbio sul ritorno del figlio minore. In fondo era un ritorno molto interessato, ritornava per fame. E invece il padre lo veste, così come Dio vestì Adamo ed Eva nel giardino del peccato, li vestì nella loro nudità, con la stessa tenerezza.

C'è da chiederci se siamo figli di questo padre. Se ancora, come Gesù, siamo capaci dello scandalo della tenerezza o se, invece, pretendiamo condizioni e requisiti di idoneità, a nostra misura, per chi vorrebbe entrare al banchetto, ma finiamo per dimenticare l’esempio di Gesù che "riceve i peccatori e mangia con loro”.

Un fico carico di promesse     Lc 13, 1-9

 

Nel vangelo due tristi episodi come tristissima è oggi anche la nostra cronaca. La reazione brutale dei soldati romani a una timida protesta e il disastro provocato dal crollo accidentale di un torre delle mura del tempio con lo strascico doloroso di feriti e di morti.

E noi aggiungiamo una guerra imposta da una prepotenza inaudita con il corteo drammatico di bombe, di profughi, di feriti e di famiglie nel fango e di soldati tra cui un numero impressionante di giovani che lottano fino a dare la vita per difendere la propria terra e la libertà.

Raccontiamo tutto a Gesù perché non trova pace una domanda che ci opprime: “Che senso ha tutto questo? che valore ha la vita se è in balia di chi crede di avere potere su tutto? Che senso ha dire che è sacra e inviolabile se basta un’isteria di pochi per ridurla in cenere?”

Il cuore trasuda tristezza, smarrimento, rabbia disperata e paura, fino a toccare Dio. Dio colpevole di essere Dio ma di non intervenire. Padre, perché ci hai abbandonato?

Gesù accoglie la disperazione profonda delle nostre preghiere e ci dice che Dio non spezza il volo delle rondini, come non impedisce la violenza dell’uomo, ma sta al nostro fianco trafitto come noi dal nostro stesso dolore!

Ci piacerebbe che Dio fosse onnipotente solo per noi, per liberarci dal male sbaragliando i cattivi della storia. E perché non appartiene a Gesù un Dio Padre che resta impassibile di fronte al dolore e alle lacrime o peggio ne sia la causa, volendo riparare con il castigo il male compiuto dagli uomini.

Ciò che dà senso alla morte è la vita. La vita buona. La gente interroga su fatti di cronaca e Gesù ci invita a guardarci dentro. “Se non vi convertirete, perirete tutti”, ci dice.

Nelle ultime settimane è scoppiata una guerra. Uno stato è stato colpito a morte. E ancora non si trova il modo di fermare i bombardamenti che distruggono vite, case, città e il futuro di milioni e milioni di uomini. In questo triste avvenimento cosa dobbiamo leggere? Solo una triste, lugubre, isterica, drammatica cronaca politica?

Gesù ci chiede una conversione urgente e profonda. Se l'uomo non cammina su strade più umane, se non c’è un cambio del cuore, se non c’è chi costruisce pace e giustizia, questa nostra terra andrà in rovina perché, come nella parabola, è fondata sulla sabbia della sopraffazione e dell'ingiustizia.

Nella parabola del fico che non dà frutti, Dio non è il padrone esigente che pretende e scalpita. Invece Dio è il contadino paziente e fiducioso: “voglio lavorare ancora un anno attorno a questo fico e forse porterà frutto”. Ancora un anno, ancora un giorno, ancora sole, pioggia e lavoro. Quest'albero è buono, darà frutto! Tu sei buono, tu darai frutto!

Dio è il contadino che si prende cura come nessuno di questa mia vita, di questo campo, di questo piccolo orto che sono io. E mi lavora e mi cura e mi ama e sento le sue mani, ogni giorno. Forse, l'anno prossimo porterò frutto.

Questo è il miracolo della divina pietà: una piccola probabilità è sufficiente a Dio per attendere e sperare. Si accontenta di un forse, si aggrappa a un fragile forse. “Forse, l’anno prossimo, porterà frutto”. Per Dio, il bene possibile di domani, conta più del male di ieri.

Convertirsi è credere a questo Dio contadino, ricco di speranza e serietà, felicemente affaticato attorno alla zolla della terra del mio cuore. Salvezza è portare frutto e non solo per me, ma per tutti.

Come il fico che per essere vivo deve dare frutto. Per stare bene l'uomo deve dare frutti buoni. È la legge della vita. È la legge della nostra vita cristiana.                              

Tracce di luce sul monte   Lc 9,28b-36

“Prese con sè Pietro, Giacomo e Giovanni e li condusse in disparte su un alto monte”. Gesù amava il monte per il desiderio di silenzio, di solitudine e di preghiera. Questa volta porta con sé tre dei suo discepoli.

Quel giorno il monte sarebbe stato luogo di preghiera ma anche di altro. Il racconto inizia con una indicazione precisa “otto giorni dopo”, come se fosse rimasto un ricordo di quello che era successo prima e si volesse creare un collegamento.

Creare legami appartiene a chi legge la storia con sapienza e vuole dare un senso a ciò che vive. I giorni sono ancora pieni di quel ricordo. Tutto era avvenuto e Gesù aveva fatto una domanda, una di quelle che mettono in subbuglio il cuore e non puoi nasconderti. “Voi chi dite che io sia?”.

Pietro risponde: “Tu sei il Cristo di Dio” e Gesù, senza tanti giri di parole, gela tutti. Disse: “Il Figlio dell'uomo, deve soffrire molto, esser messo a morte e risorgere il terzo giorno”. E continua: “Se qualcuno vuol venire dietro a me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce ogni giorno e mi segua”.

Gesù usò parole oscure quando aggiunse che quella sarebbe stata anche la strada di chi voleva essere suo discepolo: senza garanzie per la vita, anzi, perdersi e darsi per gli altri. Per metabolizzare tutto questo ci voleva un bagno di luce per immaginare almeno quale era il futuro, ora che aveva annunciata la croce. Che i discepoli intuissero in quale lago di luce viveva il cuore di Gesù.

D’improvviso “Il suo volto brillò come il sole e le sue vesti divennero candide come la luce”. E scopriamo che, a condividere quella luce, sono proprio i tre, Pietro, Giacomo, Giovanni, che sarebbero sati chiamati a condividere anche l’abisso del buio nell’orto del Getsemani, quando avrebbero visto il volto e l’anima di Gesù invasi da tristezza e angoscia di morte. Gesù trasfigurato sul monte e, in un certo senso, trasfigurati anche i tre discepoli .

E Pietro pretende di fermare quel mistero debordante di luce, costruendo una capanna. Non è possibile. Dura poco quel bagliore. E una voce disse : “Ascoltatelo”. La voce del Padre viene dalla nube. Nel tempo della prova, nel tempo del buio, il nostro tempo, tempo dell’assenza visibile del Signore, tempo di guerra, di bombe e di morte, di orfani e vedove, questo è il verbo che ci viene consegnato: “Ascoltatelo”. Non rincorrete o inseguite visioni o prodigi. Ascoltatelo.

Signore, fa che possiamo sempre ascoltarti e saremo trasfigurati. Tu hai legato la trasfigurazione alla tua morte di croce, hai collegato il “dare la vita”, follia dell’amore al “trasfigurarsi”. La luce che ci illumina è la luce dell’amore che ti abita.

Prendici con te, Signore, quando la strada del “perdere la vita”, del donarsi, ci sembra faticosa e perdente. Prendici con te e portaci sul monte e facci obbedienti alla voce che invita ad ascoltarti.

Tocca a noi scendere a valle e camminare. Camminare dietro le tue parole come dietro a una scia. Sarà una traccia nel nostro cammino la tua luce del monte. E a noi ancora pellegrini sulla terra fai pregustare i beni del cielo.

La forza nel deserto  Luca 4,1-13

Il demonio non conosce l’amore e non lo capisce. Ha in mente un’altra idea di Dio. Lo intuiamo dalle parole che usa. “Se tu sei Figlio di Dio”. In gioco non c’è la fame ma l’identità di Gesù. Il demonio dice: Gesù, sei affamato ma sei anche Dio, allora risolvi la questione da Dio: cambia le pietre.

Il demonio offre a Gesu su un piatto d’argento l’occasione di fare una grande catechesi. Pietre o pane? Gesù spalanca questa alternativa. Né di pietre né di solo pane vive l'uomo. Siamo fatti per cose più grandi. Il pane è buono, è indispensabile, Gesù lo mette nel Padre Nostro, ma sono più importanti e vitali altre cose: gli affetti, le relazioni.

Gesù invita a non accontentarsi, a non ridurre i sogni a denaro! Il pane buono dà vita ma più vita dà la Parola di Dio. Gesù esce da questa alternativa dove l'uomo sopravvive soltanto ma non vive. Gesù dilata la fame del corpo verso la fame del cuore.

Non di solo pane. Di solo pane l'uomo lentamente muore. Io non ho bisogno solo di pane ma sono mendicante di cielo, di giustizia, di bellezza, di felicità e di amore per me e per gli altri. Bellissima è oggi la parola di Gesù: l'uomo vive di Dio e per questo ne proviamo una segreta nostalgia. Gesù dona la sua parola perché nutriamo il nostro amare, il nostro fare, il nostro vivere, il nostro soffrire.

Allora il tentatore alza la mira e dice: “Tu ascolta me e ti darò potere su tutto. Gesù, vuoi cambiare il mondo? Allora usa la forza, occupa i posti chiave. Tu vuoi salvare il mondo con l'amore, addirittura con la croce? Sei un illuso! Cosa se ne fa il mondo di un crocifisso in più?”.

Gesù libera l’uomo, non si impossessa di nessuno. Gesù sa che il potere non ha mai liberato nessuno. Il male non si vince con un altro male, ma solo con cuori buoni e giusti. Il diavolo offre potere, dice, ma pretende dipendenza. Fa mercato con l'uomo. Proprio il contrario di come agisce Dio che non vende i suoi doni ma li offre per primo e senza niente in cambio.

L'ultimo gradino è una sfida totale. Il diavolo tenta di demolire la fede riducendola a maschera. “Chiedi a Dio un miracolo”. E ciò che sembra essere il massimo della fede, il miracolo, ne diventa la caricatura. Non fiducia in Dio ma ricerca di un vantaggio, non amore di Dio e per Dio ma amore di sé. “Buttati, verranno gli angeli”. È una sfida assurda.

Anche noi rimproveriamo Dio di non intervenire e impedire il male. Lo stiamo pensando in questi giorni mentre seguiamo con apprensione e tristezza la tragedia dell’Ucraina.

In nome della bontà e della giustizia, Dio dovrebbe privarci della libertà. Essere buono con noi è la sua colpa. Non sopportiamo un Dio che si umilia nella storia dell’uomo e finisce sempre in croce.

Satana non conosce l’amore ma Dio sì ed è presente, non a modo mio ma a modo suo. Dio è già in me, forza della mia forza. E gli angeli mi sono attorno con occhi di luce. Dio è presente, è vicino, intreccia il suo respiro con il mio. Forse non risponde a tutto ciò che io chiedo, eppure avrò tutto ciò che mi serve.

E interviene, non con voli di angeli, ma con tanta forza quanta mi basta per il primo passo. E allunga la sua mano per sorreggermi quando cado e mi sembra di essere travolto e di morire.

Paglia e trave    Lc 6,39-45

Una delle scene più comiche nel vangelo è quella di questi due fratelli, uno con la trave nell’occhio, l’altro con la pagliuzza, dove quello della trave si dispera per togliere la pagliuzza dall’occhio dell’altro.

In un’altra parabola Gesù aveva suggerito di attendere il tempo della mietitura prima di separare il grano buono dall’erba cattiva. E anche il vangelo di oggi ci rimanda alla stagione dei frutti. “Non c'è albero buono che faccia frutti cattivi, né albero cattivo che faccia frutti buoni. Ogni albero infatti si riconosce dal suo frutto”.

Ma prima che il frutto maturi c’è il tempo della pazienza e dell’attesa, del rispetto per la linfa che sale e per la vita che germoglia e, se debitamente assecondata, lentamente prende corpo prima di riservarsi ancora un tempo per maturare. È al momento dei frutti che si potrà riconoscere veramente la qualità dell’albero.

Nell’attesa di quell’ora, tutti gli arbusti possono somigliarsi e tutti i fiori essere ugualmente seducenti. Solo il raccolto deciderà. Quanti funghi velenosi scambiati per appetitosi. Ricordo alcune lezioni di erboristeria per non confondere la genziana con il veratro velenoso e il mirtillo con l’erba delle streghe (la belladonna!) per i suoi effetti mortali.

Gesù lo ha ripetuto. Nessuno sarà giudicato sulla base di osservanze e riti imposti dall’esterno, ma su ciò che accade nel suo mondo interiore, a partire dal cuore. La conversione non si limita a modificare abitudini o modi di comportarsi anche se si cambia in meglio. Solo un radicale mutamento del cuore può convertirci.

Perché è il cuore che è buono o cattivo, pianta che dà frutto o arbusto che produce spine. Le parole che diciamo, le opere che facciamo, ci giudicano perché riflettono il nostro cuore. E si può fare un uso mistificatorio della parola per dissimulare la verità con la menzogna. “Specchio, specchio delle mie brame chi è la più bella del reame?”

Anche Erode ci aveva provato con i Magi: “Andate e informatevi accuratamente del bambino e, quando l'avrete trovato, fatemelo sapere, perché anch'io venga ad adorarlo. Avvertiti poi in sogno di non tornare da Erode, per un'altra, strada fecero ritorno al loro paese”.

Cattivo maestro è colui che usa l’autorità per imporre comportamenti e false letture del vangelo. È colui che ripete bene ciò che Gesù ha detto ma lo applica solo agli altri: così il vangelo non serve a convertire ma diventa “rappresaglia”.

La critica che cade come una mannaia non è correzione fraterna. È una violenza che trascina in un vortice di male. La critica, a volte necessaria, non deve essere sopraffazione, insulto, arroganza o durezza ma aiuto al discernimento! Prima di tutto sulla “propria” testimonianza di vita!

Gesù ce lo insegna. Pensiamo al giovane ricco “Lo fissò e lo amò!” e ai mille altri incontri “misericordiosi” del Signore. Una donna è trascinata dai farisei per essere lapidata. Gesù dice: “Chi di voi è senza peccato, scagli per primo la pietra”. E alla donna: «Dove sono? Nessuno ti ha condannata?». Ed essa rispose: «Nessuno, Signore». E Gesù le disse: «Neanch'io ti condanno; va’ e d'ora in poi non peccare più».

I lupi cattivi esistono solo nelle favole Lc 6,27-38

Parole scomode, improponibili, inaccettabili. Bisogna strappare questa pagina del vangelo o, almeno, cancellarla.

Ma poi queste parole ci prendono il cuore e ci rendiamo conto che proprio qui sta la differenza. "Se amate quelli che vi amano, che merito avete? E se fate del bene a coloro che fanno del bene a voi …anche i peccatori fanno lo stesso.

E se è su questa misura che si gioca la differenza tra l'essere figli del Padre o no, allora dobbiamo attraversare con attenzione queste parole. Perché Gesù non ci chiede l’esecuzione materiale di questi gesti come, per esempio, il porgere l'altra guancia.

Gesù non lo ha fatto quando una delle guardie, giudicandolo impertinente, gli diede uno schiaffo. Ma rispose: "Se ho parlato male, dimostrami dov'è il male. Ma se ho parlato bene, perché mi percuoti?"

La reazione di Gesù è la chiave per interpretare il vangelo di oggi che non è un invito a una resa passiva di fronte all'ingiustizia. Gesù non tace, non subisce, è fiero nella difesa della sua dignità. Ma è anche mite! Non risponde con la violenza e non c’è ombra di rancore nelle sue parole.

Ma Gesù non predica la rassegnazione e non vuole che l'ingiustizia trionfi. Chiede un atteggiamento positivo, creativo, capace di toccare l'aggressore, di fargli ascoltare una domanda che egli non si pone. E la domanda è questa: “Perché mi percuoti?".

Le parole di Gesù e il suo esempio sono di una attualità sorprendente. Ci chiede di andare oltre il criterio della reciprocità che oggi domina il mondo ma che finisce per restringere l'orizzonte al cuore. Io ti do a condizione che tu mi dai. È solo il contrario del “dente per dente, occhio per occhio”.

Mentre lo stupore fiorisce quando, per grazia, incontriamo chi agisce in nome della gratuità. Smentisce il proverbio che vuole convincerci che, per niente, nemmeno i cani muovono la coda. E che se uno fa qualcosa è perché ha un secondo fine. Ci incanta però chi fa le cose per la pura gioia di donarle. È la bellezza del mondo.

Gesù va oltre: “Amate i vostri nemici”. Non è facile e neppure romantico: è un cammino molto lungo e impegnativo. Come si fa? Da dove cominciare? Dobbiamo svincolarci dagli schemi, dai pregiudizi in cui abbiamo rinchiuso gli altri. Secondo il nostro istinto i nemici non hanno un volto, sono solo una categoria.

Il pericolo è di imprigionare l’altro in una categoria. Anche oggi abbiamo un lungo elenco di categorie: gli stranieri, i profughi, i vicini di casa, i non credenti. Ma c’è un’altra categoria che è subdola e strisciante. La conosciamo. Sono “gli altri”.

"Siate misericordiosi come il padre vostro". Ma altre parole rimbombano nell'aria: parole di odio, di disprezzo, di insulto che distruggono il tessuto sociale. Allora a noi l’impegno di ricostruire la tela intrecciandola con i fili delle beatitudini. “Beati i miti, erediteranno la terra”.

Sull’esempio di Gesù i cristiani credono che solo la mitezza costruisce il mondo. La solidarietà umana e l'amore per l'altro è l’itinerario che va fino al sacrificio. Innaffiamo la terra perché i fiori crescano dovunque, belli nella loro varietà di colori e di profumi. Sarà un bel mazzo di fiori e una grande opportunità per tutti.

Finalmente aria pura Lc 6,17.20-26

Le beatitudini, parole luminose a dispetto dell’usura del tempo. Oggi risuonano nella liturgia delle nostre chiese e hanno il colore della grazia dentro le nostre ore grigie che deprimono l’anima. Parole che hanno il potere di farci respirare a pieni polmoni, a cielo aperto.

E mentre le ascolto mi viene da chiedere come fossero gli occhi di Gesù, di che colore fossero, quel giorno, quando disse “beati”. E come saranno stati gli occhi di coloro che lo ascoltavano quel giorno. Perché i poveri erano loro, gli afflitti, i miti, i puri di cuore, i misericordiosi, gli operatori di pace, i perseguitati erano loro. E lui diceva: il regno di Dio si costruisce con gente come voi.

Noi abbiamo fatto l’abitudine: quante volte le abbiamo lette o ascoltate. Eppure intuiamo che potrebbero accendersi anche i nostri occhi e la nostra anima. E se le ripetiamo lentamente, lucidamente, sono le parole scritte nella carne di Gesù, nella vita di Gesù: le leggiamo e leggiamo Gesù.

La prima beatitudine non ha un inizio casuale ma è come l’anima di tutte. Beati coloro che hanno uno spirito da poveri. Gli uomini e le donne che hanno scritto nel cuore uno spirito da poveri faranno nascere una nuova umanità, una nuova terra.

Abbiamo sotto gli occhi a quale esito conduce l’aver cancellato da noi un cuore povero e averlo sostituito con un cuore da padrone. Lo spirito da povero è umile. È lo spirito di chi non confida in se stesso ma in Dio. Un cuore da povero è lo spirito di chi coltiva l’infaticabile desiderio di essere utile a qualcuno. Sta come colui che serve la vita e la vita degli altri.

La beatitudine della povertà evoca un mondo di uomini e donne che non si sentono padroni. Né di Dio, né della verità, né degli altri. Né delle loro posizioni, né dei loro beni. Lontani da ogni forma di possesso, culturale, sociale o religioso. Liberi e aperti. Nello spirito e nella vita. Sono coloro che cercano Dio.

La seduzione è nella voce di un Serpente incantatore, il grande venditore dei frutti dell’albero in cambio di adorazione. Come quando promise un posto da Dio, “Sarete come Dio”. Il Serpente non cambia pelle e offre perfino a Gesù “tutti i regni del mondo con la loro gloria” in cambio di sottomissione: “Se prostrandoti, disse, mi adorerai”.

Oggi sentiamo che i nostri occhi diventano colore del cielo e respiriamo aria nuova. Perché le beatitudini sono la bellezza di un progetto in costruzione. In un mondo di feriti e di esclusi, c’è qualcuno che si china ad asciugare una lacrima, qualcuno che crede nel cuore mite e umile.

Che bello che in un mondo di violenza e soprusi ci sia qualcuno che non ha cancellato la giustizia. Che bello che, in un mondo di cattiverie e di slealtà, ci sia qualcuno che ha il volto della tenerezza e della compassione. Che bello che ci sia qualcuno con cuore retto e sincero.

Che bello che in un mondo di guerre e di violenze, ci sia qualcuno testardo costruttore di ponti, di comprensione, di rispetto e di pace. Che bello che in un mondo di opportunismi e di soprusi ci sia qualcuno disposto a pagare di persona per la difesa della verità e dell’altro.

Queste parole sono aria pura e oggi anche i nostri occhi cambiano colore.

Che giorno quella notte!    Lc 5, 1-11

Troppi si accalcano, lo spingono, qualcuno lo strattona. Tutti vogliono la prima fila e così Gesù rischia di cadere in acqua. Per fortuna, a riva, ci sono due barche. Gesù sale sulla prima, forse la più grande. E solo dopo realizza che quella è la barca di Pietro. Ma non c’è tempo per i convenevoli. Gesù deve parlare e parla a quella folla che si è assiepata.

Pietro è scuro in volto, scuro come la notte, amara e logorante. Una lotta contro il lago, il suo lago. Tanta fatica per niente. Ma ciò che gli rodeva dentro, ciò che gli bruciava in cuore, era che il lago lo aveva tradito, tradito proprio a casa sua, davanti a tutti. Non c’è sconfitta peggiore che quella subita in casa.

In quella notte senza luce, Pietro è costretto a rileggere la sua storia, le sconfitte e le tante ferite: scelte sbagliate, giorni inutili, peccati ripetuti, vita noiosa. Un fallimento totale, se non ci fosse Gesù. Ma Gesù c’è. E Gesù gli ordina di ritornare al largo. Di ripartire. Qualcosa si muove nel cuore di Pietro.

Chi è questo Gesù che gli chiede l’irragionevole? È lo stesso che prima gli ha guarito la suocera gravemente malata? E’ lo stesso che, sotto i suoi occhi, aveva imposto le mani e guarito malati di ogni specie? È lui che aveva scacciato i demoni e guarito il lebbroso, il paralitico che lui conosceva? E, soprattutto, era lo stesso Gesù che aveva stravolto e cambiato la vita a Levi, il pubblicano, trasformandolo in apostolo? Sì, è proprio lui, è Gesù. E allora Pietro dice: “Signore, sulla tua parola getterò le reti”.

Noi, ora, sappiamo come è andata a finire quella pesca. Reti al limite della resistenza, barche stracolme, occhi stralunati, grida di meraviglia a stento trattenute. Una pesca inverosimile, fuori da ogni statistica. Miracolosa appunto. Ma noi, dobbiamo chiederci, il miracolo sta proprio qui? Il miracolo è questo? È solo questo? Questione di pesci? Di quantità di pesci? Di numeri?

Ripartiamo allora da Pietro, dalla barca vuota di Pietro, dalla sua vita spenta, dal suo cuore disperato. Il miracolo è qui. Il vero miracolo non sono le reti tornate piene ma Gesù che non si arrende e non si lascia deludere dal passato né di Pietro né dal passato di nessun altro.

Gesù fa ripartire la vita proprio da dove Pietro pensava non potesse più cambiare. Pietro dice: “Abbiamo, ho faticato tutta la notte”. Che significa: “Nella mia vita non ho combinato niente, niente di niente! Sono un buono a nulla e tu ti fidi di me?”.

Gesù si fida. Ecco il miracolo. Questo è il miracolo della misericordia. Della misericordia di Gesù che disegna strade nuove e inventa nuove possibilità, apre il futuro e scommette su ciascuno. “Prendi il largo”, cioè riparti, ora, subito, “alzati e cammina”, “vai e non peccare più”, “non temere”. Questo è il miracolo. E Pietro non se lo dimenticherà più.

Da una notte di delusioni a un giorno di decisioni. La decisione di Pietro ha un effetto ‘domino’ scatenante per l’intera cooperativa dei pescatori. Andrea, Giacomo e Giovanni, diventeranno anch’essi, come Pietro, pescatori di uomini. E non sono gli unici e non sono gli ultimi.

Il miracolo di quella barca e di ogni pescatore nasce dalla parola di Gesù. Nessuno è senza peccato e forse non lo sarà mai. Ma Pietro in ginocchio davanti a Gesù è l’immagine vera dell’uomo nuovo al quale Gesù chiede di rilanciare le reti. Solo ora Pietro è pronto a diventare pescatore di uomini.

Non si può fermare il vento   Lc 4,21-30

 

La gente nella sinagoga era rimasta incantata davanti al sogno di un mondo nuovo che Gesù aveva annunciato. “Tutti gli davano testimonianza ed erano meravigliati delle parole di grazia che uscivano dalla sua bocca”. Ma poi, improvvisamente, “pieni di sdegno, lo condussero sul ciglio del monte per gettarlo giù”. 

Nazareth passa in fretta dalla fierezza e dalla festa per questo suo figlio che torna, carico di fama e gloria, ad una sorta di furore omicida: ”volevano buttarlo dalla rupe”. Perché? Non ci è troppo difficile capire.

Forse  per una difesa istintiva dopo il messaggio dirompente di Gesù. Quello che Gesù rovina è una certa idea di Dio e la presunzione che Dio sia una specie di “cosa” di cui appropriarsi. Quelli di Nazareth chiedono con arroganza mista a gelosia: ”Quanto abbiamo udito che accadde a Cafarnao, fallo anche qui, nella tua patria!”

È una sfida. Non cercano l’incontro e la comunione con Dio ma cercano un mago, un guaritore a completa disposizione, pronto a risolvere ogni problema, cercano un Dio che stia nelle loro mani.

Gesù aveva parlato di liberazione, di lieta notizia per i poveri, di sguardi profondi, di parole guarite, di una umanità capace di ascoltare il cielo e la terra, di una umanità liberata e incamminata verso un tempo di benevolenza, di dignitosa verità e di giustizia per tutti, soprattutto per gli oppressi.

“Assicuraci il pane e fai miracoli e noi saremo dalla tua parte!”. Questo grido riecheggia sempre sulla bocca di tanti schiavi che hanno paura della libertà. E’ il desiderio malato di chi cerca l’uomo forte che esonera da ogni responsabilità, e assicura pane a sazietà. È la tentazione di satana per Gesù nel deserto: “Tutto sarà tuo se, prostrato, mi adorerai”.

Gesù sa che la bacchetta magica non libera le persone, piuttosto si impossessa della libertà, e Dio non vuole impadronirsi di nessuno; Dio non si fa padrone del cuore dell’uomo. Gesù risponde collocandosi  nella tradizione della grande profezia biblica, raccontando di un Dio e Signore che ha come casa ogni terra straniera e che si prende cura del dolore e della fatica di tutti.

Gesù viene a dirci che Dio è Padre per tutti quelli che lo accolgono, che dona il suo amore non soltanto a chi lo invoca come Signore, ma anche e soprattutto a chi vive come figlio che abita e custodisce e ama questa terra e tutto ciò che in essa vive. Abita nei cieli ma abita anche la vita, la fatica, il dolore, le gioie e le speranze di tutti e di ognuno. Sua casa è il cuore di ogni persona.

Gesù ci mette in guardia dal compiere un grande errore, forse il più grande: sbagliarsi su Dio.  Perché sbagliarsi su Dio significa sbagliarsi su tutto, e si sbaglia sul mondo e sulla storia, sul bene e sul male, sulla vita e sulla morte”. (Sono parole di D. M. Turoldo).

Lo volevano buttare dalla rupe ma, Gesù, passando in mezzo a loro si incamminò per altri villaggi. Non si nasconde il Signore, non fugge o ci evita, ma attraversa la vita e la storia seminando la sua Parola. 

Voi non potete fermare il vento, gli fate solo perdere tempo . Non si ferma lo Spirito, il vento di Dio continua la sua opera redentrice. È la divina ri-creazione. Non contro di noi, ma per noi.

I pastori raccontarono   Lc 2,8-20 

Andare e tornare, ecco le cose che sanno fare i pastori.  "Appena gli angeli si furono allontanati i pastori dicevano l'un l'altro: "Andiamo fino a Betlemme". Andarono, senza indugio ". Poi "i pastori se ne tornarono, glorificando e lodando Dio per tutto quello che avevano udito e visto, com'era stato detto loro".

Ho pensato a voi, cari amici. Al vostro andare fuori di casa questa sera e tra poco al vostro ritornare. Come i pastori.

Quella notte i pastori, avvolti di luce, sentirono nel cuore dilagare una gioia che mai avevano provato così forte, perché gli angeli avevano detto che era nato il salvatore per loro. Capite? Per loro! Loro, gli esclusi, i dimenticati, i puzzolenti, grezzi, malviventi. Dio ha pensato a loro!

Sentirono sulla loro pelle lo sguardo di tenerezza di Dio. I pastori riservavano la loro tenerezza al gregge, Dio l'aveva per loro. Si era aperto il cielo per loro. L'annuncio degli angeli li faceva sentire pensati.

Andarono. Si mettono in cammino per vedere.  Che cosa trovarono? Un bambino come i loro bambini. E dove nascevano i loro bambini? in una mangiatoia. Un salvatore uguale a un loro bambino. Dio non fuori, ma dentro la fragilità, dentro la debolezza degli uomini. Si sentirono riconciliati con la loro vita, con la loro fragilità, con la loro povertà. 

E videro anche la madre. Quella madre che aveva avvolto in fasce il bambino e lo aveva deposto in una mangiatoria. Quello che avevano visto non fu mai più cancellato dalla loro memoria lungo i sentieri dei pascoli. 

Che cosa li aveva fatti esultare e lodare Dio? Ora lo sappiamo. È quella immagine di Dio che era brillata nella notte: un Dio come loro, come uno dei loro bambini, mangiatoia e fasce.

Che Dio fosse grande, immenso, onnipotente erano stati tanti a dirlo. Lo sapevano già. Ma in quel bambino essi videro e contemplarono qualcosa di inatteso di Dio. Dio è semplicità, è simpatia, è compassione, è solidarietà con noi, con la nostra debolezza.

È come se Dio volesse dirci che il valore di un uomo non sta nella casa ricca o povera che abita, non sta nei ruoli più o meno importanti. Tu sei sacro per Dio non perché hai una ricchezza, una cultura, una fede, un colore, se sei buono o cattivo, ma semplicemente perché sei un uomo, perché sei una donna. Perché esisti.

Mi emoziona il silenzio della nascita. Non una parola di Maria, non di Giuseppe, né dei pastori. Il mistero vive nei loro occhi, nei loro sguardi. Solo sulla via del ritorno, "riferirono ciò che avevano visto”. Tornarono alle cose di sempre. Andarono, tornarono e "riferirono". Raccontarono.

Non c’è bisogno di prediche, ma di racconto. Raccontare è un verbo che ha calore. Raccontare è un verbo della casa, della tavola, quando ci si racconta. Allora anche tu ritorna a casa e racconta ciò che ti ha preso il cuore.

Tu sei mio figlio         Lc 3,15-16.21-22

La festa che celebriamo oggi è l'epifania, la manifestazione di Gesù nelle acque, del Giordano. Acqua e cielo. Cieli aperti: "… e mentre pregava, si aprì il cielo". Quanto tristi sono i cieli chiusi. I cieli chiusi pesano. Dopo giorni di nubi portiamo il buio anche nel cuore. Ma poi i cieli si aprono e si libera anche il cuore: ci viene incontro il cielo.

E scese su di lui lo Spirito Santo, in forma corporea, come colomba, e si udì una voce: "Tu sei il mio Figlio, l’amato, in te ho posto il mio compiacimento”. Che giorno grandioso. Dio dice: "Tu sei mio Figlio…". Come per un padre, come per una madre. Ci sono giorni in cui ti vengono sulle labbra quelle parole: "Tu sei mio figlio". È una dichiarazione d’amore.

Voglio ricordare con voi le volte in cui Dio dice: "Tu sei mio Figlio".

Che Gesù fosse il Figlio stava scritto molti anni prima del Battesimo, anzi prima ancora quando era nel grembo di Maria. È scritto: "Lo Spirito Santo scenderà su di te, su te stenderà la sua ombra la potenza dell'Altissimo. Colui che nascerà sarà dunque santo e chiamato Figlio di Dio".

Gesù nasce e Dio lo chiama Figlio. Così come si mette il bambino appena nato tra le braccia di una mamma e di un papà. E vengono spontanee le parole più belle: tu sei mio figlio. Così Dio! Non so se sbaglio, ma penso che quando uno nasce, uomo o donna che sia, per Dio è un figlio, è scritto nella sua carne.

E con il Battesimo dei bambini noi lo celebriamo. Diciamo che tu sei figlio amato, prima ancora che tu possa dire "amen", prima ancora che tu possa fare un passo nel bene o nel male. Tu, figlio amato, tu tra le mie braccia, il cielo si è aperto. Come il primo giorno della creazione.

C’è una seconda volta. Successe come a un padre o a una madre quando il figlio è cresciuto e sembra arrivato là dove era il suo destino, la sua vocazione, dove era chiamato a occupare il suo posto nella vita. La voce dal cielo dice "Tu sei mio Figlio", sei al posto giusto.

Gesù si era immerso nelle acque del Giordano in fila con i peccatori, e quando tutto il popolo fu battezzato, fu battezzato anche lui, con questa solidarietà e condivisione, non nella distinzione ma nell'immersione, non nella potenza e superiorità ma nella mitezza e nell'umiltà. Davvero c'è da vedere aprirsi i cieli. Perché, se il Messia è questo, che condivide la nostra umanità, che è solidale con noi poveri peccatori, allora i cieli non fanno più paura.

Noi invece diciamo, con orgoglio, ‘tu sei mio figlio’ quando ha fatto carriera e non quando lo vediamo immerso nella solidarietà e nella condivisione. E ci sono altri giorni ancora, quelli della trasfigurazione e quelli della risurrezione. Si racconta che, nella sinagoga, l’apostolo Paolo prende la parola e dice: "Dio ha attuato la promessa per noi risuscitando Gesù, come sta scritto: "Mio figlio sei tu, oggi ti ho generato".

È come se Dio, risuscitando Gesù dal sepolcro, gli dicesse: sei mio Figlio, oggi ti ho generato. E penso al giorno , al termine della mia vita, quando arriverò al Padre e mi guarderà: sarò un pover'uomo, pieno di fragilità, ma lui mi guarderà e mi dirà: tu sei mio figlio, oggi ti ho generato.

Cercatori di stelle   Mt 2, 1 – 12

Dire epifania è provare un brivido perché è immaginare carovane in cammino, confini immensi, deserti sconfinati, sciami di stelle. E io ho solo parole piccole che portano il segno inconfondibile del limite.

Oggi per raccontare l'epifania avrei bisogno di occhi che sanno scrutare orizzonti, di un cuore che ama i sentieri senza confini. E di non avere paura di perdermi.

Ogni volta che osservo il presepio e le statuine dei magi, mi ricordo come da bambino, con mio fratello Luigino, più grande di me, le andavamo spostando verso la capanna, dovevano camminare i Magi. I Magi, uomini del cammino.

Forse i magi avevano nel sangue la nostalgia dell’infinito, gli occhi persi tra le stelle. Il cielo parla e loro ascoltano. Penso che sia un peccato per noi il fatto che nelle nostre città sia sempre più difficile contemplare i cieli notturni nell'ora in cui diventano un prato di stelle.

E quando, a volte, ci capita, è come se le nostre meschinità, le nostre piccinerie, che fanno di noi degli esseri insopportabili, evaporassero, sparissero di colpo. E in quei momenti ci accade di sentirci naviganti nell’orizzonte senza confini.

"Vennero" scrive Matteo "da oriente a Gerusalemme" Anche la parola "oriente" ha un fascino, come il cielo stellato. Da oriente: c'è un'attesa che abita la terra sconosciuta e mette in cammino. E sono tenaci e coraggiosi questi cercatori. Giunti a Gerusalemme, non si lasciano fermare da una città che guarda con sospetto questi sconosciuti che non si lasciano intimorire dai volti incartapecoriti dei rappresentanti della legge e del culto.

I sacerdoti e gli scribi hanno tra le mani i libri della sapienza, i libri dei cammini e, invece, loro declamano a occhi spenti parole che dovrebbero mettere il fuoco nelle vene. Le istituzioni immobili, la città spaventata.

I magi non si arrendono. Nemmeno al buio che fa parte del cammino di tutti, di tutti i cercatori di stelle. In cammino sempre. Avanzare, non fermarsi, cercare, non arrendersi, andare avanti sono questi gli atteggiamenti dei veri esploratori dello spirito.

Giungono a una casa. Erano abituati a contemplare le stelle nei cieli lontani, ora una stella si era fatta vicina, come impigliata su una casa, una casa comune, uguale a tutte le alte case. A segnalarla non c'erano scritte ma c’era una stella, la loro stella. Una casa, un bambino, una madre: "si prostrarono e lo adorarono".

Era tutto piccolo, disadorno, comune, ma straordinario era il mistero che Dio ha preso casa tra le case, che Gesù è un bambino come uno dei tanti bambini del mondo e sua madre come una delle tante mamme del mondo.

Erano in cerca della luce ed ecco, la luce abitava una casa. Forse le stelle proprio questo dovevano raccontare. Raccontare che la luce del divino abita le case, abita donne che portano in braccio un bambino.

Là, in quella casa, era finito il tragitto delle stelle. E non sarà che qui finisce anche il nostro cercare e che l'epifania di quest’anno ci sveli proprio questo? Se siamo uomini e donne in cammino!

La parola di Dio è lui     Lc 1, 1-4. 4, 14-21

“Nella sinagoga gli occhi di tutti erano fissi su di lui”. Ogni sabato gli ebrei si riunivano per ascoltare la parola di Dio. Non è più Esdra che la proclama e la interpreta ma un altro, uno che gli abitanti di Nazareth conoscono bene, uno che ora li stupisce e li spiazza.

E dice: “Oggi si è compiuta questa Scrittura che voi avete ascoltato”. Qui c’è tutto Gesù, una forza tranquilla e irremovibile. La parola di Dio è lui. Dio parla ancora al suo popolo e questa Parola, d’ora innanzi, è Gesù di Nazareth.

Il Padre lo ha consacrato e inviato ad annunciare il vangelo, la buona notizia dell’amore di Dio. Gesù è la Parola che si compie in riferimento alla miseria umana. Una Parola che troverà compimento nella sua Pasqua di morte e resurrezione, quando Gesù potrà dire “Tutto è compiuto”.

E’ Gesù la liberazione del povero, di ogni povero, di quel povero che siamo tutti noi davanti a lui. Gesù è il compimento di una salvezza non generica ma individuale e che si realizza se lo ascoltiamo. Gesù ci invita ad ascoltarlo. E dopo aver letto Gesù chiude il libro.

L’Antico testamento può essere chiuso adesso definitivamente. D’ora in poi Gesù è presente, è lui l’ultima, decisiva e integrale parola del Padre. Se oggi leggiamo ancora le parole dell’Antico Testamento nelle nostre liturgie è perché ora sono parole vagliate dal cuore di Gesù, dalla sua bocca, dalla sua vita e dalla sua morte. Ormai non parlano che di lui.

Dio, in Gesù, ci ha detto tutto, tutto il suo amore e tutta la sua fedeltà. E tutte le altre parole, quelle delle Scritture ma anche le nostre, non hanno valore e significato se non in rapporto a Gesù. Gesù è tutto e basta a tutto.

Noi siamo fortunati perché ormai dobbiamo tenere, senza sosta, i nostri occhi fissi su di lui e ascoltare la sua parola perché ora è chiaro per tutti che cosa è il regno di Dio. Il regno di Dio è vita, gioia, libertà, luce e fa della storia una terra senza più disperati.

Gesù sta dalla parte degli ultimi. Gesù non è venuto per riportare i lontani a Dio, ma per portare Dio ai lontani, a uomini e donne senza speranza, per aprirli a tutte le loro immense potenzialità di vita, di lavoro, di creatività, di relazione, di intelligenza e di amore.

La buona notizia è che Dio mette l'uomo al centro e dimentica se stesso per l’uomo. Il primo sguardo di Gesù non si posa mai sul peccato ma sempre sulla povertà dell'uomo. Il Vangelo ci sorprende perché parla più dei poveri che dei peccatori; più di sofferenze che di colpe. L’uomo è fragile prima che colpevole; siamo deboli ma non siamo cattivi. La parola chiave del vangelo di oggi è "liberazione".

È bello l’invito della prima lettura dell’Antico testamento: “Andate, mangiate e bevete vini dolci e mandate porzioni a quelli che nulla hanno di preparato, perché questo giorno è consacrato al Signore nostro; non vi rattristate, perché la gioia del Signore è la vostra forza”.

E sentiamo che la vita sa di cielo, di futuro, di spazi aperti. Nella sinagoga di Nazareth è l'umanità che si rialza e riprende il suo cammino verso il cuore della vita, il cui nome è gioia, libertà, amore, …che sono tutti nomi di Dio.

Si chiamerà Gesù  Lc 2, 16 – 21

Iniziamo l’anno con questa eucaristia che veglia sull'inizio. Forse ognuno di noi ha iniziato l'anno in modo diverso. Ma qui ci è chiesto di iniziarlo insieme, come comunità che si è data convocazione in una eucaristia. Eucaristia significa ringraziamento. E allora diamo inizio all'anno ringraziando. Ringraziano coloro che hanno occhi aperti, occhi che si interrogano, occhi che riconoscono i doni. Ringraziamo i pastori che con i loro occhi sono andati oltre il buio della notte.

Maria interroga il suo cuore e cerca di cogliere il legame tra ciò che vede e ciò che un giorno aveva ascoltato dall'angelo. Maria e Giuseppe chiamano il bambino "Gesù". Maria cercava di legare le parole a ciò che vedeva ma non le era facile. Nemmeno per noi è sempre facile legare la parola di Dio a ciò che vediamo o facciamo.

Maria si interrogava sull'identità di quel bambino. Forse anche Giuseppe. Penso che un po' tutti, madri e padri, si interrogano sull'identità del proprio figlio quando nasce.  Che l'identità fosse in quel nome?  Maria se lo chiedeva, perché era stato l'angelo a portarle il nome.

Questo riferimento al nome mi è risuonato nel cuore leggendo i testi di questa liturgia, tre testi a parlare del nome. Luca ci ha raccontato che al bambino fu dato il nome di "Gesù"; la lettera ai Filippesi dice che Gesù, morto in croce, Dio lo ha esaltato e gli ha dato il nome che è al di sopra di ogni nome; e poi nella prima lettura: "Porranno il mio nome sugli Israeliti e io li benedirò". 

Bisogna che partiamo dal nome. Gesù significa "Dio salva". Non ci commuove pensare che Gesù è stato per tutta la sua vita fedele al nome che portava? Quel nome è stata la sua vita. Lui è vissuto per salvare. 

Ricordate i suoi incontri, le sue parole, i suoi gesti, i suoi sguardi: la sua passione era salvare. Dall'inizio alla fine. L'inizio dei segni furono le nozze di Cana in Galilea, dove volle salvare la festa, salvare con il vino la festa di due giovani sposi. Lui voleva salvi tutti. Così sino alla fine: l'ultimo lo salvò sulla croce, dalla croce, era un malfattore, appeso come lui in croce, gli disse: "In verità io ti dico: Oggi sarai con me in paradiso". Ultimo gesto, ha salvato.

Ed è per questo che il suo nome è sopra ogni altro nome, perché gli importava degli altri: "svuotò se stesso assumendo una condizione di servo, umiliò se stesso facendosi ubbidiente fino alla morte di croce, per questo Dio lo esaltò e gli donò il nome che al di sopra di ogni altro nome". Ancora una volta è la rivoluzione della categoria del "grande" e del "sopra". Si svuotò, si abbassò.

Ma perché? Perché ami, solo se non vivi arroccato in te stesso. Solo se non stai sopra, ma ti abbassi al viso dell'altro. Se il volto di Dio che si è svelato in Gesù è il volto di un Dio svuotato, abbassato, cambiano le categorie con cui guardare gli altri, la vita e la storia. 

"Il volto di Gesù" dice il papa "è simile a quello di tanti nostri fratelli umiliati, resi schiavi, svuotati. Dio ha assunto il loro volto. E quel volto ci guarda. Se non ci abbassiamo non potremo vedere il suo volto".

Questo è il nome di Dio e questo è il volto di Dio, che suona benedizione per questa nostra terra, all'inizio dell'anno nuovo. La benedizione di Dio per tutta l'umanità. "Il Signore faccia risplendere per te il suo volto e ti faccia grazia. Il Signore rivolga a te il suo volto e ti conceda pace".

La Banca del tempo

 

Immagina che esista una Banca che ogni mattina accredita la somma di 86.400 euro sul tuo conto. Non conserva il tuo saldo giornaliero. Ogni notte cancella qualsiasi quantità del tuo saldo che non sia stata utilizzata durante il giorno.

Che faresti? Ritireresti subito fino all’ultimo centesimo ogni giorno, ovviamente!!!

Ebbene, ognuno di noi possiede un conto in questa Banca. Come si chiama? Banca del TEMPO. Ogni mattina questa Banca ti accredita 86.400 secondi. Ogni notte questa Banca cancella e dà come perduta qualsiasi quantità del credito che tu non hai investito in un buon proposito. Questa Banca non conserva saldi né permette trasferimenti. Ogni giorno ti apre un nuovo conto. Ogni notte elimina il saldo del giorno.

Se non utilizzi il deposito giornaliero, la perdita è tua. Non si può fare marcia indietro. Non esistono accrediti o anticipi sul deposito di domani. Devi vivere nel presente con il deposito di oggi.

Investi in questo modo per ottenere il meglio nella salute, felicità e successo. L’orologio continua il suo cammino. Ottieni il massimo da ogni giorno.

Per capire il valore di un anno, chiedi ad uno studente che ha perso un anno di studio.

Per capire il valore di un mese, chiedi ad una madre che ha partorito prematuramente.

Per capire il valore di una settimana, chiedi all’editore di un giornale.

Per capire il valore di un ora, chiedi a due innamorati che attendono di incontrarsi.

Per capire il valore di un minuto, chiedi a qualcuno che ha appena perso il treno.

Per capire il valore di secondo, chiedi a qualcuno che ha appena evitato un incidente.

Per capire il valore di un millesimo di secondo, chiedi ad un atleta che ha vinto la medaglia d’argento alle Olimpiadi.

Dai valore ad ogni momento che vivi, e dagli ancor più valore se lo potrai condividere con una persona che ami, quel tanto di amore da dedicarle il tuo tempo e ricorda che il tempo non aspetta nessuno.

Ieri? È storia. Domani? È mistero. È per questo che esiste il presente!!!

Preghiera conclusiva

C’è un tempo per lavorare e un tempo per riposare, un tempo per pregare e un tempo per aiutare. Fa’ in modo, Signore, che nemmeno un attimo del mio tempo sia sprecato, che io possa vivere questa vita nello spirito del pellegrino, che è sempre pronto a prendere la bisaccia e il bastone per partire. Fa’ che il mio tempo abbia spazio per i miei amici, i miei fratelli, le persone che mi sono care, perché a loro non manchi la mia presenza, e fa’ che nel mio tempo ci sia posto anche per aiutare, consolare, far sorridere chi ha bisogno di aiuto. Alla fine della giornata aiutami a contare il mio tempo e a rendermi conto di dove l’ho sprecato perché sappia, domani, impiegare meglio la mia vita.

Il primo miracolo   Gv 2, 1-12

Gesù venne a Cana di Galilea. È l’inizio della sua missione. Ha chiamato alcuni, i primi, e con loro è invitato a nozze. Giovanni è il solo evangelista che ne parla e il miracolo del vino è l’inizio di tutto.

Domenica scorsa Gesù si era rivelato immergendosi nelle acque del Giordano, oggi Gesù si rivela immergendosi in una festa di nozze. Così videro la sua gloria. La videro nella gioia del vino.

Pensate al calore della festa di nozze, l'aria che si respira, l'ebbrezza delle voci, delle musiche, l’allegria delle danze. In quei tempi poi, in un piccolo paese, il matrimonio era un evento e si faceva festa per una settimana intera.

Gesù sa piangere con chi piange e gioire con chi è nella festa. Si è sentito sempre a suo agio nei banchetti, pure con i peccatori. Anche se i nemici gridavano alla scandalo. C'è una spensieratezza malata: succede quando si vive indifferenti a ciò che ci accade intorno.

Ricordiamo la parabola in cui Gesù racconta di un uomo ricco, che vestiva di porpora e di bisso e tutti i giorni banchettava lautamente, mentre un mendicante, di nome Lazzaro, giaceva alla sua porta, coperto di piaghe. Erano i cani ad avere compassione di lui. Gesù condanna con parole amare l'indifferenza del ricco senza cuore.

La festa porta con sé un grande segreto: crea occasioni di incontri, rinsalda legami, dà valore alla gioia e al piacere, libera il cuore. Pensate alla genialità di mettere la domenica all’inizio della settimana. Vi sembra fuori misura il ripieno di un organo? È inopportuno lo scampanio che annuncia la gioia di una comunità?

Le feste sono sempre un po' fuori misura perché fuori misura è l'amore. Ed è bello che Gesù abbia fatto il suo primo miracolo proprio a una festa dell’amore con un vino smisurato: seicento litri di vino.

Non è forse vero che l’amore, se si fa misurato, è già prossimo a finire? Può succedere che venga a mancare l'amore: "Non hanno più vino. Non hanno più amore". Può tramontare l’amore, può diventare gelido come le anfore di pietra, imponenti ma vuote. E quando gli amori inaridiscono, tutto diventa grigio, stanchezza, monotonia.

Pensate alla fortuna di questi sposi. Gli occhi di Maria si accorgono che non c'è più vino. Che grazia accorgersi in tempo di ciò che fa morire l'amore. Maria sa che si può salvare la festa, a patto che si faccia quello che Gesù dirà: "Qualunque cosa vi dica, fatela".

Ma che cosa dice il Signore? "Riempite d'acqua le anfore". Poteva creare il vino dal nulla. Lo crea dall'acqua che portiamo. Tu porta l'acqua, l'acqua della tua vita quotidiana fatta di gesti semplici, di una voce, di uno sguardo, di una carezza, di un'attenzione, di un incoraggiamento, di un investimento in fiducia, di una scommessa sulla libertà dell'altro. Tu porta l'acqua e abbi fede.

E prega. Riempi fino all'orlo le tue anfore. Gesù trasformerà l'acqua in vino. E non verrà meno la festa.

P.S. Nella lista degli invitati non dimenticare Gesù e Maria sua madre.

L’inno alla Parola    Gv 1, 1-8

Ritorna nella liturgia di questa domenica il vangelo di Natale, il prologo di Giovanni, l'inno alla Parola che si fa carne, l'inno che segna l’inizio di tutto il vangelo. In principio era il Verbo e il Verbo era presso Dio e il Verbo era Dio.

E ascoltando queste parole, la prima sensazione può essere quella di uno spaesamento perché siamo condotti fuori dal tempo, prima della creazione, prima che le cose fossero. E proviamo anche la sensazione di una certa astrattezza. Ma, superato questo attimo, intravediamo in queste parole un messaggio che tocca profondamente il nostro cuore.

Cosa significa, per esempio, dire che all'inizio c'è una Parola o, come oggi ricorda il libro del Siracide, all'inizio c'è una Sapienza, che c'è un senso intelligente delle cose e tutto questo prima dei secoli, fin dal principio, prima del tempo.

Non il disordine, non il caso, ma la Parola, il Disegno. Non il buio, non il caos, come succede spesso a noi quando facciamo le cose fatte così come capitano, a casaccio. No! C'è un'idea che percorre le cose, c'è la Parola di Dio che le attraversa. Il Verbo di Dio, Gesù è il progetto che illumina e ci innova fino alle fibre più segrete.

Pensate quanta forza può darci questa convinzione, soprattutto nei giorni in cui siamo presi come da una angoscia e da un non senso, quasi che la realtà, la storia, fosse una barca in balia delle onde, senza timoniere, o un tram impazzito senza manovratore.

E poter dire a noi stessi: forse oggi il senso mi sfugge, ma c'è un Disegno, c'è una Parola per mezzo della quale tutto è stato fatto. Resisti, anima mia, non perderti di coraggio.

"Tutto è stato fatto per mezzo di lui. E senza di lui niente è stato fatto di tutto ciò che esiste". Così è scritto e si sta parlando di Gesù, il Figlio del Dio; lui, presente, come Architetto, a presiedere alla creazione: ogni cosa creata porta la sua impronta. 

Come è consolante e come allarga il cuore questa fede nel Verbo creatore. Ogni cosa porta la sua immagine, ogni essere, per il fatto stesso di essere creato, porta impressa, da sempre, la sua immagine.

Dobbiamo ricordarci che ogni creatura, per il solo fatto di esistere, è stata creata per mezzo di lui, il Verbo di Dio, e porta l'orma di Gesù, ne porta l'immagine, come un sigillo.

L'evangelista Giovanni dopo aver cantato al Verbo che era in principio, canta alla luce che viene nel mondo e pone la sua tenda in mezzo a noi. Sta a noi accoglierla e ci apriamo alla Parola che illumina il senso delle cose, e sia pure velatamente, sia pure gradualmente lo comprendiamo.

Guidaci luce benigna nel buio poiché  nera è la notte e ancora lontana è la Casa.  Sostieni il nostro cuore vacillante.  Nell'oscurità del cammino guidaci Tu. Non ti chiediamo di vedere sempre chiaro e lontano  ma solo passo per passo dove posare il piede.

Sulla terra le nostre radici   Lc 2, 41 - 52

Ci meraviglia il silenzio dei vangeli sulla casa di Nazaret. I suoi genitori avevano portato Gesù a Gerusalemme per dedicarlo al Signore. E la pagina si conclude con il ritorno a casa. "Il bambino cresceva e si fortificava, pieno di sapienza, e la grazia di Dio era su di lui". Si va al tempio, ma si ritorna a Nazaret. E passano gli anni. In tutto trent'anni di silenzio. Non una parola prima, non una parola dopo.

Mi impressiona una parola. Si ritorna a Nazaret ed è scritto: "Il bambino cresceva...". Si ritorna dopo che il ragazzo aveva fatto quella scelta che "non compresero" ed è scritto ancora: "E Gesù cresceva. A colpirmi è proprio questo verbo, "cresceva", questa azione prolungata nel tempo legata alla casa, alla famiglia e non al tempio.

Forse ci ricordiamo che il giovane Samuele cresceva all'ombra del grande sacerdote nel tempio di Dio. Qui no, Gesù cresce nella casa, all'ombra di una madre e di un padre. Fu quella la sua terra. Se non hai una terra in cui mettere radici, come fai a crescere?

Come viveva Gesù le sue giornate, dal mattino alla ser? Mi sembra di cogliere qualcosa dalle sue parabole. Racconta di un lume acceso e mi sembra che Gesù ricordi il gesto di sua madre che la sera lo accendeva per illuminare la casa. E intanto lui cresceva. E racconta della farina che si gonfia a poco a poco per un pugno di lievito e mi sembra di capire che i suoi occhi andassero a sua madre che silenziosa impastava il pane. E intanto lui cresceva.

Dobbiamo pensare al silenzio che circonda la prima giovinezza di Gesù. "Ma come? Uno come lui non si distingueva per far capire chi era? Non è forse scritto che quando inizia la sua missione, nella sinagoga del suo paese, lo sconcerto agli occhi di tutti fu totale? E ricordiamo la reazione: "Non è costui il falegname, il figlio di Maria?”

Nascosto in una vita non esibita eppure Gesù cresceva. Gesù si trovò ad essere, a trent'anni, quello che aveva vissuto in quella casa e da come si viveva in quella casa, da quello che aveva pregato e da come si pregava nella sua casa, da quello che aveva amato e da come ci si amava nella sua casa.

Si cresce all'ombra di persone e di eventi, è vero. I giovani, tutto questo, non sempre lo riconoscono. Ma poi ci sono momenti della vita che te li fanno incontrare, pensare e pesare. Nella casa, in ogni casa, c’è una connessione sotterranea di vita. Ma dalla lettura di questo vangelo, c'è anche una distanza che va rispettata.

Nei confronti dei figli, ma, direi, anche nei confronti dei genitori e di tutti. Gesù crea una distanza: non si aggrega alla carovana nel ritorno da Gerusalemme, si ferma nel tempio. In qualche misura rivendica una solitudine e una libertà. Cresce nella casa, ma non è inghiottito dalla casa, non è assorbito nei progetti dei genitori, non è ristretto nei loro sogni: "Non sapevate che io devo occuparmi delle cose del Padre mio?".

E noi siamo chiamati a rispettare il sogno che abita ogni figlio. C'è una distanza da venerare. E non è detto che sia sempre facile. Maria era "la piena d grazia", Giuseppe, "l'uomo giusto", eppure è scritto che, davanti alle parole di quel figlio, davanti al sogno che rivendicava, "essi non compresero ciò che aveva detto loro". Il disegno, come nella vita di ciascuno di noi, si dipanerà poco a poco. A volte lo intuisci all'ultimo tornante. Come fu per Maria, sotto una croce.

Siamo connessi gli uni agli altri, ma in venerazione della distanza, del mistero che abita ciascuno. Non il possesso ma il rispetto; non l’imposizione ma l'incoraggiamento; non la diffidenza ma la fiducia. E' così che si cresce. "Cresceva": è scritto.

Con i pastori anch’io Lc 2,1-14 

Ed ecco le parole che accesero il cielo: "Non temete: vi annuncio una grande gioia, che sarà di tutto il popolo: oggi, nella città di Davide, è nato per voi un Salvatore”. Poi tutto tornò buio. Buio nel campo prima e subito buio dopo. La luce è il brivido di un istante e sta nell'annuncio degli angeli.

Ma prima e dopo è il tempo delle lanterne. Senza lanterne i pastori non sarebbero arrivati alla grotta e non avrebbero ritrovata la strada del ritorno.

Pensate alla bellezza delle lanterne che illuminarono nella notte il viso di quel bambino. Facciamo che la nostra lanterna si posi sulle strade e sulle nostre case restituendo il brivido della vita. La nostra fede, umile lanterna, per le nostre notti.

Signore, questa notte ti prego dal campo dei pastori. Sto con loro. Era buio come oggi è buio sul mondo. Non dormono mai del tutto i pastori, ascoltano le paure delle pecore. Tu sei Dio e odi il respiro degli uomini nel sonno. Vegliavano i pastori. E io veglio al respiro di chi non prende sonno nelle notti del mondo, per fame, per i viaggi senza speranza, per gli affogamenti, per gli abusi su donne e mai una carezza che sfiori il viso, non una mano che stringa la mano invocata.

Buio il cielo e la notte della terra. Eppure, qua è là nel campo, c’è un bagliore di lanterne. Tu che hai creato la luce, sai che il buio senza lanterne genera sospetti, crea fantasmi, reclama distanziamenti, pretende chiusure ossessive di porte. Tu sai, Signore, che la nostra, fin dal principio, è una storia di sospetti. Popoli interi portano questo marchio: non c'è posto per loro.

Sto con le lanterne dei pastori, prima che il cielo si incendi nel volo degli angeli e la luce illumini le nostre vesti che odorano di pecore. Il cielo si è chinato sino ad abbracciare la terra e Dio sulla paglia è il segno per sempre del cessato distanziamento.

È l'annuncio degli angeli nella notte che chiameremo santa. Luce impigliata sui volti. Poi è subito buio. Ritorna il respiro trasognato delle pecore svegliate dalla luce. Ritorna il tempo delle lanterne, sotto il cielo di Palestina.

A noi, poveri pastori, rimane Il dondolare delle lanterne: non abbiamo una fede sontuosa ma scoppiettio di fiamma che sembra aver preso olio dall'angelo del campo dei pastori. Veniamo a te con l'odore delle pecore addosso. Gli Angeli hanno detto anche a noi che è nato Gesù. Arriviamo a te con le nostre lanterne. E siamo qui a dirti che è bello che una mamma, come una delle nostre, culli il bambino che piange.

La lanterna dell'uomo fa luce, gli occhi si illuminano di deboli chiarori. La lanterna è su Dio, il suo nome Emmanuele, Dio con noi, non distanziato. Ritorniamo, a passi di lanterna, a raccontare che Dio è nella mangiatoia. A illuminarlo non sono le stelle del cielo ma le nostre lanterne. Vieni anche tu, amico. Non sprecare parole. Vieni con la tua lanterna.

Non ti venga meno per la strada l'olio della notte santa. Forse basta questo poco di luce per resuscitare un viso dalla tomba del buio, per dare un nome ai senza nome, per strappare donne e uomini alla dissacrazione e dalla umiliazione. Nel tuo nome, Signore, di "non distanziato", non deve più accadere, per nessuno, negazione di salvezza o di speranze o di gioia e di vita.

Diremo anche noi le parole universali dell'angelo del campo: "Non temete. Vi annuncio una grande gioia che sarà di tutto il popolo". Lo diciamo con la nostra lanterna, rischiarando ogni volto. La luce della notte santa si è fatta lanterna. La mia, la nostra.

Cantare sull’uscio di una casa

Elisabetta entra in scena quando Maria va a visitarla. Perché Maria si mette incammino verso la montagna? Certo per dare aiuto ma anche per un bisogno di raccontarsi, di confidare un segreto. Due donne dell'attesa si incontrano, si abbracciano, si raccontano e cantano.

La storia ci dice che non è irrilevante il bisogno di comunicare. Pensate alla gioia e alla forza che nasce dagli incontri: si condivide entusiasmo, gioia, consolazione, sostegno, fedeltà!

Ma confesso che non mi riesce di togliermi dagli occhi altre immagini di una cronaca quasi quotidiana, quando leggiamo di donne violate, stuprate, inseguite e uccise.  Storie che raccontano l'offesa della dignità. Sempre più spesso assistiamo all'insulto e all'aggressione. Violenze che uccidono la speranza in un futuro più umano. Ci servono leggi, certo, ma serve anche e soprattutto una conversione, un cambio del cuore.

Le due donne sull'uscio di casa ascoltano la voce che viene dal loro grembo. I bambini dell'una e dell'altra raccontano, giorno e notte, che Dio le ha guardate. C'è un segno anche nel loro corpo. Dio ha fatto cose grandi in Maria e in Elisabetta, donne umili e sconosciute. 

Qui sta la radice del rispetto, della salvaguardia della dignità. Sta in questo leggere sempre qualcosa di grande nel piccolo, nel debole, nell'indifeso, nel bisognoso di aiuto. Il rispetto della dignità dell'altro sgorga dal tuo sguardo, occhi che guardano gli altri non come un vuoto, non come assenza, ma come una presenza, una creatura abitata da qualcosa di grande, di immenso, che un giorno troverà l'ultima difesa nel futuro di Dio. 

Dobbiamo recuperare questo sguardo da ciò che avvenne quel giorno sull'uscio della casa sui monti di Giuda. Avvenne come una pentecoste, un flusso dello Spirito e non in spazi sacri di riti o di preghiere, ma semplicemente per uno scambio di saluti, di due promesse madri.

Chi ce lo ha mai insegnato che a propiziare la discesa dello Spirito possono bastare anche solo le parole semplici di un saluto, il rito del saluto, il rito dell'abbraccio, sull'uscio di casa. A noi può succedere invece di attraversare la porta di casa come fosse deserta e di vivere i gesti come fossero insignificanti o vuoto perbenismo.

Abbiamo pensato di incontrare Dio dove il corpo finisce: e abbiamo trasformato il corpo in strumento o macchina per la fatica o, peggio, per esibirlo come trappola o lo abbiamo perseguitato e siamo diventati crudeli, abbiamo permesso lo sfruttamento e la guerra.

Maria ed Elisabetta si parlano. L'una vede l'altra come un dono e un dono immeritato: "A che cosa devo che la Madre del mio Signore venga da me?" Ogni creatura è abitata da Dio, una zolla del divino ha preso dimora nelle fibre più segrete dell'umanità, della nostra terra. 

E sull'uscio di quella casa un canto. Il canto di Maria, il "Magnificat", non si è più spento. Da allora, da quel primo giorno sulla montagna, il canto ha invaso le nostre chiese. Di quel canto sono colme le nostre liturgie, un canto dentro la nostra casa, dentro la nostra vita.

Cosa dobbiamo fare?  Lc 3,10-18

Giovanni Battista è il protagonista anche del vangelo di questa domenica. Lui, uomo del deserto, è convinto che di fronte al disincanto del mondo che lo circonda, illuso dai falsi profeti, non resta che prestare attenzione all’unica vita che ci è dato di vivere.

Nell’attesa  Lc 21,25 - 28,34-36

Avvento: già la parola ha un sapore di attesa. Avvento dice che qualcuno viene, viene verso di noi, incontro a noi. Chi viene? Viene realmente? O facciamo finta che venga? E noi cosa dobbiamo fare? Come essere, come stare, come vivere in questa attesa? Perché la nostra è attesa di Qualcuno: “della tua venuta” diciamo nella messa.

Siamo in attesa, “ciò che tarda verrà”. E’ questo il messaggio. E siamo chiamati a leggere i segni senza fermarci all’apparenza, ma a guardare oltre. A non rimanere nella paura. Se le parole del vangelo di Luca avessero l’intenzione di farci paura, di ingigantire la paura, ditemi voi che vangelo, che “buona notizia”, sarebbe? Non abbiamo bisogno di terrorismo spirituale.

Le immagini del vangelo sono inquietanti, perché a volte anche la vita è inquietante e non lo sono forse inquietanti queste ore? Ma una cosa mi stupisce: le immagini drammatiche, incombenti, ecco, all’improvviso si aprono. “Non lasciatevi ingannare”. “Non vi terrorizzate”. “Avrete occasione di dare testimonianza”. E ancora: “Con la vostra pazienza salverete la vostra vita”. Sino alle ultime, bellissime, parole che chiudono il brano di vangelo di oggi: “Quando cominceranno ad accadere queste cose, risollevatevi e alzate il capo, perché la vostra liberazione è vicina”.

“Quando cominceranno ad accadere queste cose...”. Quando? E non sarà che queste cose accadono già nella storia e non hanno mai finito di accadere anche oggi? Perché la storia è come segnata da questa conflittualità. E ne sono prova i nostri giorni da cui speriamo di uscire anche se frastornati, impauriti e feriti.

Quali allora gli atteggiamenti da coltivare “nell’attesa della tua venuta”? Nel tempo che va dalla venuta di Gesù al suo ritorno, “badate di non lasciarvi ingannare”. Ingannare da chi? Da quelli che usano parole religiose, da quelli che hanno facile il nome di Dio sulla loro bocca, da quelli che ti dicono: “Dio è qui, Dio è là”, o “Dio non c’è”. Sulla bocca di quelli che pretendono di dare loro un posto a Dio. Con una sicurezza arrogante, spavalda, gelida. Invece il messaggio di Gesù è semplice e concreto, ha un volto, il suo.

“Non vi terrorizzate”. I segni funesti, e ce ne sono in ogni tempo, hanno il triste effetto di terrorizzare: “gli uomini moriranno per la paura e per l’attesa di ciò che dovrà accadere sulla terra”. Mi ha colpito l’espressione “moriranno per la paura”. Si può morire di paura. La paura toglie energie, sogni, ci fa rintanare, ci paralizza. La paura ci ruba la vita, ci ruba il futuro.

“Con la vostra perseveranza salverete la vostra vita”. Tenete duro, anche quando non vedete subito accesi i segni del regno di Dio. Abbiate la pazienza del contadino che sa attendere, anche quando non vede ancora i germogli. Seminate cose buone, gesti umani e perseverate nella fiducia in Dio.

E dentro le speranze e le contraddizioni che scandiscono le fasi della storia, l’invito è: “Risollevatevi e alzate il capo”. E’ questo il segno che siete in attesa della sua venuta. Il segno è il capo, lo sguardo alzato. Le delusioni e le tragedie ci lasciano curvi, capo chino e muso a terra, e non sentiamo più la forza di ricominciare e di lottare.

Ma quando tutto sembra logoro e inutile, ci giunge, ci risuona dentro questa parola ultima del vangelo di oggi: “risollevatevi e alzate il capo, la vostra liberazione è vicina”. Inizia una nuova giornata: “Risollevati, alza la testa”. Non lasciarti fermare. Riprendi a respirare. Continua a camminare. Come? Nella carità e nella luce. È dell’apostolo Paolo questo messaggio: “Camminate nella carità nel modo in cui anche Cristo ci ha amato e ha dato se stesso per noi.

Comportatevi come figli della luce. Capite? Dentro di noi c’è una scintilla di luce, di umanità, di bontà. In ognuno di noi indistintamente. Lasciamoci illuminare allora, camminiamo in questa luce. Nell’attesa della sua venuta.

Don Paolo Zamengo, prete salesiano

La lezione di una gemma a primavera      Mc13,24-32

Gesù ci invita alla scuola della primavera che è una parabola della storia di Dio con l’umanità. Gesù ci chiede di osservare con attenzione quello che succede. Ci chiede occhi diversi perché non può essere banale ciò che è profetico.

Nello spuntare di una gemma c’è un’indicazione preziosa per la nostra vita di fede. Quando ci sentiamo come sommersi dalle catastrofi della storia o personali, quando siamo investiti da un’ondata di emozioni che ci impediscono di pensare, quando siamo come imprigionati e vediamo solo il buio, ci viene chiesto di fermarci, di rallentare, di prestare attenzione a un particolare.

Il cammino umano non va verso il nulla nonostante le sofferenze, le ingiustizie o le crisi della storia, nonostante il crollo di speranze o di ideali che furono il motivo dei nostri sogni, quello di un mondo almeno un po’ più umano. Gesù non annuncia il fallimento del mondo ma preannuncia un dono: siamo tutti convocati alla venuta definitiva del Signore e nessun uomo sarà lasciato naufragare.

L’evangelista Marco colloca queste parole di Gesù prima degli eventi della passione e risurrezione, per aiutarci a comprendere che la Pasqua è la chiave di lettura di tutte le cose e delle cose ultime e definitive. Il come Gesù ha vissuto il tempo della sua passione diventa il come è chiamato a vivere ogni suo discepolo.

Lo svelamento del volto di Dio e del giudizio è già avvenuto sulla croce di Gesù. Per questo alla fine del tempo Gesù attirerà tutti a sé. Farà in eterno ciò che ha sempre fatto nel tempo dentro la storia: perdono e guarigione. Gesù è il dono dell’amore del Padre. Gesù che risorge dai morti è l’evento che rivela che la morte non ha potere su chi ha amato.

Allora come attraversare il tempo della crisi e della tribolazione? Il credente vive in attesa della venuta definitiva del Signore; sa che tutto non è chiaro ma sa che il presente non è chiuso in se stesso. Per il credente non si tratta di andare in cerca di nuovi posti ma di avere occhi nuovi. “Imparate”, dice Gesù.

C’è contrasto fra le immagini di catastrofi e di morte e l’immagine di un fico che si intenerisce e germoglia. È la vita, è la primavera, è il futuro. C’è un cammino, un apprendistato dello spirito da avviare: la fiducia nella promessa e la fedeltà alla parola di Gesù. L’unica parola eterna coincide con l’accettazione del nostro limite: non siamo i signori del tempo.

La speranza nasce proprio al cospetto della disperazione. La speranza c’è solo se esiste la possibilità di disperare. Il credente deve confrontarsi con la mancanza e la perdita di senso. La speranza aiuta a vivere ma non nasconde la difficoltà. È corretta la traduzione nuova del Padre nostro. Non più “liberaci dalla tentazione” ma è giusto pregare e chiedere di “non essere abbandonati nella tentazione”. Così preghiamo e così crediamo.

Ascoltiamo e incontriamo storie di disperazione nel nostro vivere quotidiano e ci confrontiamo con queste situazioni sapendo che Colui che viene già nasconde i suoi germogli nella nostra storia. Il Padre si è manifestato in tutta la vita di Gesù e manderà ancora suo Figlio per radunare tutti noi, perché nessun figlio che ha cercato il suo volto sia mai più separato da lui.

Questa è la nostra gioia, questa è la nostra vita eterna.

Don Paolo Zamengo, prete salesiano

Il tesoro della povera vedova   Mc 12, 38-44

Gesù apertamente ci mette in guardia da chi trasforma la religione in strumento di gloria personale ed egoista. C’è chi ama farsi vedere per distinguersi dagli altri, provocando pubblici riconoscimenti, occupando posti d’onore per essere servito e riverito, esibendosi in ogni dove in cerca di gratificazioni solo umane piuttosto che divine.

Al tempo di Gesù, costoro, forti della loro presunta autorità, approfittavano delle vedove sfruttandole senza scrupoli e senza rispetto della legge di Dio che invitava invece a prendersi cura del povero, della vedova e del forestiero.

La critica di Gesù è così dura fino ad esprimere un giudizio di condanna da parte di Dio e ammonisce i discepoli a guardarsi da queste false persone religiose.

Gesù si ferma nell’atrio del tempio proprio dove era collocata l’urna che serviva a raccogliere le offerte destinate tra l’altro alla manutenzione del tempio.

Gesù osserva la scena, comprende e trae da questa realtà una lezione di vita. Nota che ci sono alcuni che mettono grandi somme di denaro: sono i ricchi, quelli che, senza tanta fatica, possono dare anche molto denaro per cercare il consenso dalla folla presente che ne ammira la generosità.

Il rito è invece umiliante per i più poveri, che offrono pochi spiccioli e sono indegni di considerazione. Fra questi si avvicina una povera vedova sulla quale Gesù fissa lo sguardo. L’evangelista non ci riporta il suo nome. È una vedova anonima, ai margini dalla società, vittima forse anch’essa dei soprusi degli scribi, malgrado la legge la proteggesse.

Anche lei fa la sua offerta: una cifra insignificante, due monetine da nulla. Eppure, agli occhi di Gesù, questa povera vedova, di cui nessuno si accorge, è il vero nuovo scriba che può insegnare ai discepoli la lezione più importante del vangelo. Essa ha offerto tutto quello che aveva, tutta la sua vita.

Le parole di Gesù sono introdotte in modo solenne da un Amen, per dire che queste parole sono verità. E la verità è sconvolgente: la vedova sta donando tutto ciò che ha per un tempo destinato a essere distrutto, perché i rappresentanti della legge “divorano le case delle vedove”.

Siamo di fronte all’assurdità di un dono inutile secondo la logica umana. Ma Gesù invece ammira questa donna come colei che ha saputo scegliere il dono supremo. Quello stesso dono che Gesù ha pienamente realizzato, assumendo la nostra condizione umana e venendo ad abitare in mezzo a noi.

La vedova dimostra la sua piena libertà nei confronti della vita terrena e il suo totale affidarsi a Dio. Il dono è l’offerta della propria vita a Dio. Cosa poteva dare di più? Anche Gesù farà il suo dono d’amore fino alla morte nello scandalo della croce, una morte apparentemente assurda da cui sgorgherà vita autentica per coloro che “guarderanno a colui che hanno trafitto”.

Gesù non trattiene nulla per sé, dona tutto per amore e ci invita a imparare quale è la vera ricchezza che dà senso al vivere e al morire e ci apre le porte alla resurrezione. “Perché, dove è il vostro tesoro, là sarà anche il vostro cuore”.

Don Paolo Zamengo, prete salesiano

Ascolta Israele       Mc 12, 28b.34

Quale è il primo di tutti i comandamenti? Cosa conta più di tutto nella vita? L’evangelista Marco mette in scena la storia di uno scriba, di un uomo in ricerca, pronto a lasciarsi raggiungere dalla parola di Gesù. La domanda di quel viandante dello spirito non è frutto di curiosità né di malizia. Vuole attingere alla sorgente della fede di Abramo.

La vocazione del cristiano è vivere da viandante in una società di sedentari. Anche noi ci mettiamo in cammino alla ricerca del cuore della nostra fede. Lo scriba ha bisogno di verità, di sfoltire la giungla delle prescrizioni dentro le quali era stata avvolta e sepolta la legge di Mosè. Disposizioni spesso solo umane e cristallizzatesi fino al punto da sembrare più importanti di Dio stesso.

Ancora una volta la religione rischiava di esiliare l’amore e diventare schiava di regole, di codici e di norme spesso impraticabili. Quello scriba non parla a vanvera e rivolge a Gesù la domanda fondamentale: “Quale è il cuore della fede?”.

Ricordate la parabola dell’uomo ferito abbandonato lungo la strada? Per caso, un sacerdote scendeva per quella stessa strada e quando lo vide passò oltre e anche un levita, lo vide e passò oltre. Invece un Samaritano, che era in viaggio, passandogli accanto lo vide e n'ebbe compassione. La carità viene prima della liturgia.

Gesù unisce inseparabilmente l’amore per Dio e l’amore per il prossimo. Sono due i comandamenti dell’amore ma l’amore è uno solo. E per quattro volte Gesù ripete l’esigenza della totalità, con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima, con tutta la tua mente e con tutta la tua forza".

Amare il prossimo è come amare Dio. Il prossimo è inscindibile da Dio. Questa è la rivoluzione di Gesù: amare tutti con tutto il cuore. Dio non rapina il cuore ma ne raddoppia la capacità. Dio non esaurisce l’amore ma lo moltiplica. I discepoli di Gesù imparano a non separare l’uomo da Dio perché non si possono staccare i rami dalle radici dell’albero.

Una sfida sottile agita il mondo di oggi. Di più Dio o di più l’uomo? Non si può opporre Dio all’uomo, dice Gesù, né l’uomo a Dio. Non c’è concorrenza né rivalità. E voi, sposi, che avete celebrato il sacramento del matrimonio, ricordate che quando l‘uomo e la donna si giurano amore, lo fanno con una pretesa di eternità, di completezza e di totalità.

Il sacerdote chiede agli sposi: “Siete disposti, nella nuova via del matrimonio, ad amarvi e onorarvi l’un l’altro per tutta la vita?” E la risposta è stata: “Io, accolgo te, e prometto di esserti fedele sempre, nella gioia e nel dolore, nella salute e nella malattia e di amarti e onorarti tutti i giorni della mia vita”.

Gesù dà ancora una indicazione: “Ama il prossimo tuo come te stesso”. Come se non fosse possibile amare gli altri se non hai imparato a voler bene a te stesso. Se non accogli gioiosamente la tua vita e la tua storia non diventi capaci di amare nessuno. Cercherai il piacere forse, di possedere certo, di mordere e fuggire via, ma non avrai la gioia né la gratitudine.

Allo scriba Gesù dice "Non sei lontano dal regno di Dio". Perché quest’uomo è ancora lontano? Cosa gli manca? Deve arrivare a Gerusalemme, sul Calvario, e vedere “come Lui ci ha amato”. Nella sua Pasqua di morte e resurrezione risplende la misura dell’amore con il quale siamo stati amati. E Gesù consegna a noi questa misura per entrare nel Regno.

Amare Dio con tutta la mente e con tutte le forze ci sradica dall’illusione di poterci accontentare. Non finiremo mai di amare Dio. E in nome suo non dobbiamo smettere di cercare e di trovare nuove strade di amore per i fratelli.

Don Paolo Zamengo, prete salesiano

Gli occhi di Bartimeo  Mc 10, 46 – 52

Le prime parole di Dio nella creazione sono: “Sia la luce” e Gesù nel vangelo di Giovanni è presentato come la luce che viene nel mondo per illuminare ogni uomo. La luce suscita una relazione attraverso gli occhi. L’invito che Gesù rivolge ai suoi primi discepoli è: “Venite e vedrete”. Chiamata, visione e discepolato vanno di pari passo.

Bartimeo è un cieco coraggioso. Il luogo dell’incontro è Gerico, città verde nel cuore arido del deserto della Giudea. Gesù arriva accompagnato dai discepoli e da molta folla. Bartimeo è seduto sul ciglio della strada. Sembra una persona emarginata, un escluso, incapace di unirsi agli altri lungo il cammino della vita. Là seduto deve essersi abituato al passaggio di molta gente. Ma questa volta ha sentito che doveva arrivare Gesù.

Bartimeo non vede ma sente e intuisce che la folla anonima intorno a lui nasconde un tesoro, Gesù. E allora lo chiama a gran voce con parole che esprimono la sua fede. Il suo gridare disturba e molti pretendono di farlo tacere. Bartimeo invece grida più forte finché Gesù si ferma. “Gesù, figlio di Davide, abbi pietà di me!”. Gesù è toccato da queste parole e lo vuole conoscere: “Chiamatelo”.

Quando il mendicante getta via il suo mantello mostra tutta la sua povertà. È il mantello per coprirsi, per ricevere l’elemosina dai passanti, era tutta la sua vita, una specie di carta di identità per la quale la gente lo riconosceva lungo la strada. Buttandolo via Bartimeo dichiara che non vuole più stare ai margini della strada e della vita.

Sente una forza che lo attira. Va da Gesù con un balzo di gioia. Tuttavia, rimane ancora una cosa che Bartimeo non può cambiare da solo: la sua cecità. Va da Gesù e gli porta la sua cecità. La folla scompare dalla scena. È Bartimeo che ora costruisce una relazione con Gesù. Il dialogo è breve ed essenziale. “Che cosa vuoi che io faccia per te?”. “Rabbunì: “Che io veda di nuovo”. C’è qui un uomo che non è cieco dalla nascita, ma uno che ha perso la vista nel cammino della vita.

Domenica scorsa abbiamo letto dei due fratelli, Giacomo e Giovanni, che vanno da Gesù con una richiesta. Gesù rivolge a loro la stessa domanda: “Che cosa volete che io faccia per voi?”. La risposta è molto diversa da quella del cieco di Gerico. Essi chiedono posti di grande prestigio: sedersi a destra e a sinistra di Gesù nella gloria. Bartimeo chiede solo di vedere. Il suo desiderio contrasta fortemente con la “cecità” dei figli di Zebedeo.

Malgrado la familiarità con Gesù, i due fratelli hanno bisogno che i loro occhi si aprano. La reazione di Bartimeo alla chiamata di Gesù è un’autentica manifestazione di coraggio. Gettando via il suo mantello e con lui tutto il suo passato non è paralizzato dalla paura del futuro ma guidato da una grande fiducia in Gesù. E Gesù “vede” la sua fede, “la tua fede ti ha salvato”. E il cieco guarito si mette subito a seguire il Signore.

 

La nuova strada del cieco mendicante è quella di Gesù. Bartimeo ora è consapevole che questa guarigione ha una portata più ampia. Inizia con Gesù una relazione di intimità che trasformerà la sua esistenza. Salvato da Colui che gli dona la luce, ora non vuole più rimanere ai margini, ma sulla strada insieme a Gesù.

C’è una somiglianza tra questa chiamata e quella dei primi discepoli. Mentre a Bartimeo Gesù dice: “Va’”, ai discepoli dice: “Venite e vedrete”. La differenza è solo apparente. I discepoli “andarono, videro e rimasero”. Il cieco da Gesù riceve la vista e rimane con lui sulla strada di Gerusalemme.

Anche noi a volte non vediamo o non vediamo bene nel nostro cuore ma è una fortuna essere mendicanti di luce e incontrare Dio. Che il Signore ci conceda di ricevere la sua luce.

Don Paolo Zamengo, prete salesiano

Siate servi perché liberi Mc 10, 35 – 45

Gesù si porta dietro i discepoli dalla Galilea alla Giudea ma non cambia la loro ossessione dei primi posti. Era accaduto in Galilea, poi, giunti a Cafarnao, Gesù chiede: "Di che cosa stavate discutendo lungo la via?". Ed essi tacevano. Allora, sedutosi, chiamò i Dodici e disse loro: "Se uno vuole essere il primo, sia l'ultimo di tutti e il servo di tutti".

E oggi Giacomo e Giovanni, con tono perentorio, dicono: "Vogliamo". Cosa? "Vogliamo che tu faccia per noi quello che ti chiederemo. Concedici di sedere, nella tua gloria, uno alla tua destra e uno alla tua sinistra”. E vi lascio immaginare l’indignazione degli altri. Così scrive Marco. Per dire che ci sono dentro tutti, che ci siamo dentro tutti in questa patologia.

Vuoi essere felice?   Mc 10, 17-30

Nel vangelo di oggi ci sono alcuni particolari importanti. Il primo è la corsa. Il ragazzo sta chiedendo a Gesù qualcosa di urgente che gli brucia dentro, che lo inquieta. Corre. E lo fa come uno che prega, in ginocchio: «Maestro buono, che cosa devo fare per avere la vita eterna?». Cioè: cosa posso fare per essere felice?”.

Il sogno di Dio               Marco 10,2-16

Alcuni farisei si avvicinano a Gesù per metterlo alla prova con una domanda trabocchetto: è lecito o no a un marito ripudiare la moglie? I farisei conoscono bene la legge di Mosè e chiedono a Gesù una cosa solo tollerata. Sanno però che esiste un conflitto tra norma e vita e sanno che esiste molto dolore tra le donne ripudiate. Allora stringono Gesù in questa strettoia tra la legge e la vita.

Il trionfo dell’acqua fresca     Mc 9,38-43.45.47-48

Il vangelo di oggi è un brano composito, senza un vero filo conduttore. Gesù prosegue il suo cammino verso Gerusalemme con i discepoli e il clima generale non è certo dei migliori. Gesù tenta di convincerli sulla vera natura del Messia, annunciando più volte la sua morte e la Croce che lo attende.

I discepoli non solo non comprendono ma addirittura, è il caso di Pietro, oppongono un vero rifiuto. A ciò si aggiungono le discussioni del tutto fuori luogo in quel momento, ad esempio, quella riguardante «chi sia il più grande» fra loro.

In questo contesto si sviluppano le parole di Gesù. Giovanni, uno dei discepoli più vicini, si lamenta perché alcuni, non appartenenti alla comunità, operano esorcismi nel nome di Cristo. La risposta di Gesù non si fa attendere ed è tollerante «Non glielo impedite» e mostra anche una chiara direzione di apertura totale per la comunità cristiana: «chi non è contro di noi è per noi».

Il significato è chiaro. Vengono messe in discussione certe patologie ecclesiali che a volte emergono anche ai nostri giorni fino ad avvelenare il clima, fino a creare al suo interno divisioni e opposizioni, fino a fare della chiesa una roccaforte che si erge contro il mondo, contro altri uomini e donne, ritenuti figli delle tenebre. Politicamente, ricordate tutti il grido ‘Prima gli italiani’ che, tradotto, significa ‘solo gli italiani’.

Dobbiamo confessarlo con sincerità: negli ultimi anni il clima, anche nella chiesa, si è avvelenato e questo virus, nonostante gli ammonimenti di papa Francesco, non è ancora stato debellato. C’è chi si erge a giudice, chi si ritiene cristiano autentico e migliore. Ci sono cristiani, con certezze granitiche, che giudicano gli altri fuori dalla verità e aspettano di poter ascoltare finalmente scomuniche e condanne per quanti non fanno parte del loro gruppo di eletti.

La seconda parte del vangelo di oggi riporta una serie di sentenze. Nella frase «chi scandalizzerà uno solo di questi piccoli che credono in me, è molto meglio per lui che gli venga messa al collo una macina da mulino e sia gettato nel mare», viene usato il termine “piccoli” che è la traduzione di una parola greca (mikroi), che non si riferisce ai bambini, bensì a coloro che, per vari motivi, hanno una fede fragile, oppure sono fragili nella fede in un determinato momento della loro vita.

In altre parole, Gesù sembra dirci che non ci sono credenti di serie A e di serie B, se non il fatto che, per Gesù, tutta la serie A è composta dai fragili, dagli umili, da chi non conosce ancora pienamente l'amore. Ma pure fa la volontà del Padre cercando di amare con generosità e comprensione.  

La geenna, nella cultura ebraica, è un concetto simile al nostro “inferno.” L'immagine proviene dalla vallata fuori Gerusalemme dove era praticato un culto idolatrico, e poi la vallata venne trasformata in una discarica dove il fuoco bruciava incessantemente i rifiuti della città. Là, il verme che decompone i cadaveri non muore mai, continuando a consumarli in eterno, come il fuoco.

Questo, però, non riguarda solamente il dopo-morte. Forse, chi vive nell'odio e nell'invidia, viene consumato già nel presente dal proprio egoismo, in una dimensione che per circolarità può ricordare l'eternità. Pensate alla parabola del povero Lazzaro e del ricco epulone. “Figlio, ricordati che, nella vita, tu hai ricevuto i tuoi beni, e Lazzaro i suoi mali…. Per di più, tra noi e voi è stato fissato un grande abisso: coloro che di qui vogliono passare da voi, non possono, né di lì possono giungere fino a noi”.

Ma chi vive nell'amore del Padre, oppure semplicemente compie gesti d'amore, esprime inconsciamente amore alla verità della vita. Ricordate il famoso dialogo ne “I promessi sposi” tra l’Innominato e Lucia? Dopo una notte di tormenti quell’uomo pentito si sente dire proprio da Lucia: “Dio perdona tante cose, per un'opera di misericordia!”. È proprio il trionfo di un solo bicchiere d’acqua fresca.

Don Paolo Zamengo, prete salesiano

Consegnarsi     Mc 9, 30-37

Ci capita, sempre più spesso, di costatare che l’arrivismo, la carriera, la brama di potere sono un tarlo, addirittura un cancro, della convivenza umana. I diritti di precedenza, gli onori e i privilegi sembrano appassionare anche i discepoli di Gesù. Ma Gesù li blocca. “Di cosa stavate parlando lungo la via?”. Silenzio. Imbarazzo. Disagio estremo. Avevano discusso chi fosse il più grande.

La fede di Pietro   Mc 8, 27-35

Prima o poi Gesù li avrebbe stanati. Aveva in serbo una domanda preparata fin dal giorno in cui li aveva chiamati per nome, sulla riva del lago. Gesù non voleva con sé ammiratori, voleva apostoli convinti, generosi e totali.

La vicinanza di Dio     Mc, 7, 31 – 37

Il Vangelo racconta di Gesù che passò per Sidone, dirigendosi verso il mare di Galilea: un territorio "distante", non solo geograficamente, ma spiritualmente, un territorio ritenuto pagano, terra di pagani.