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Frammenti

Consegnarsi     Mc 9, 30-37

Ci capita, sempre più spesso, di costatare che l’arrivismo, la carriera, la brama di potere sono un tarlo, addirittura un cancro, della convivenza umana. I diritti di precedenza, gli onori e i privilegi sembrano appassionare anche i discepoli di Gesù. Ma Gesù li blocca. “Di cosa stavate parlando lungo la via?”. Silenzio. Imbarazzo. Disagio estremo. Avevano discusso chi fosse il più grande.

La fede di Pietro   Mc 8, 27-35

Prima o poi Gesù li avrebbe stanati. Aveva in serbo una domanda preparata fin dal giorno in cui li aveva chiamati per nome, sulla riva del lago. Gesù non voleva con sé ammiratori, voleva apostoli convinti, generosi e totali.

La vicinanza di Dio     Mc, 7, 31 – 37

Il Vangelo racconta di Gesù che passò per Sidone, dirigendosi verso il mare di Galilea: un territorio "distante", non solo geograficamente, ma spiritualmente, un territorio ritenuto pagano, terra di pagani.

Salvare la faccia o il cuore?   Mc 7,1-8. 14-15. 21-23

“Perché i tuoi discepoli non si comportano secondo la tradizione?” Sembra una curiosità o una questione banale ma così non è perché riguarda il rapporto tra fede e legge, tra legge e libertà, tra creatività e tradizione.

Parole che profumano di eternità     Gv 6, 60-69

È già domani. La gente, che la sera prima aveva mangiato abbondantemente, cova la speranza di piegare Gesù alle proprie necessità quotidiane. La folla vuole fare Gesù re e servirsi di lui per i propri scopi materiali e politici. Ma Gesù non si lascia sequestrare. Mette le cose in chiaro e spegne le illusioni.

Il saluto sulla soglia   Lc 1, 39-56

I vangeli non ci raccontano l’assunzione di Maria al cielo, come nessuno dei vangeli racconta l’uscita di Gesù dalla tomba. La liturgia di oggi ci propone due testi, uno dell’Apocalisse che non è propriamente riferito a Maria e l’altro di Luca che conosciamo molto bene.

Buoni come il pane   Gv 6, 41-51

Mi conquistano la bellezza delle parole e delle immagini che sono custodite nelle letture di queste domeniche. Due in particolare, due immagini che quasi si abbracciano: la tavola e il pane.

Pane è il nome di Gesù  Gv 6, 24-35

In Avvento cantavamo: "Se tu squarciassi i cieli e scendessi!". E oggi Gesù ci dice che quella preghiera ha avuto una risposta. Dal cielo è sceso Lui: "Io sono il pane della vita. Chi viene a me non avrà più fame".

E' molto intrigante il contesto di questa dichiarazione. Il giorno prima, sull'erba di un prato, Gesù aveva sfamato la folla, più di cinquemila uomini, e con ciò che era avanzato avevano riempito dodici canestri. La gente impazziva, lo voleva fare re. Ma Gesù, alla sera, si era dileguato. Raggiunse i discepoli sulla barca mentre infuriavano le onde sul lago.

Gesù legge la situazione con amarezza. Lo cercavano per il pane; non cercavano lui. Erano rimasti al pane, non avevano visto altro: il pane nei loro occhi non era stato segno di Gesù. Non avevano capito che era lui il pane di cui nutrire la loro vita.

Quante volte Gesù avrà osservato sua madre impastare la farina, a lievitarla e cuocerla al fuoco e la casa profumava di pane. Poi sulla tavola il pane si spezzava, quasi un rito. Anche quello del prato era un pane spezzato. Come se spezzarsi fosse nella natura del pane. Per questo Gesù dà a se stesso il nome di pane. Non un pane intoccabile, in vetrina, ma un pane sulla tavola, pane pronto ad essere spezzato e mangiato.

Ogni volta che ci fermiamo su questo episodio, e lo facciamo tante volte, dobbiamo capire che ci può essere nella vita un mangiare, come dice Gesù, per essere sazi e basta: "In verità voi mi cercate non perché avete visto dei segni, ma perché avete mangiato di quel pane e vi siete saziati".

Succede anche a noi. Qualcuno ci fa un dono e subito lo mettiamo in tasca. Non vediamo l’amore che c’è in quel dono, lo mettiamo in un cassetto e ci diamo da fare per avere ancora altri regali. Come se non fosse importante il donatore ma l’oggetto, la cosa e basta.  

Un pane senz'anima. Anche l'eucaristia può diventare un pane senz'anima, se non riconosciamo l'amore, il cuore che vi arde dentro, il pane spezzato dal Signore per me, dal suo amore per me, senza la mia riconoscenza, senza la mia gratitudine.

Mi capita di chiedermi se è vero che oggi si è scolorita la gratitudine. Fissiamo la cosa e non andiamo oltre la cosa. Forse dovremmo riapprendere la delicatezza, reimparare la gentilezza del grazie. Accusiamo i giovani che pretendono tutto come se tutto fosse dovuto. E noi con Dio?

Un giorno mi è capitato di fermami a pensare che non avevo mai ringraziato chi nella mia casa pulisce i vetri. La gratitudine pone al centro la persona.

"Certe volte, dice papa Francesco, viene da pensare che stiamo diventando una civiltà delle cattive maniere e delle cattive parole, come se fossero un segno di emancipazione. Le sentiamo urlare tante volte anche pubblicamente in televisione. La gentilezza e la riconoscenza sono giudicate come un segno di debolezza.

La gratitudine nasce nel grembo stesso della famiglia. Dobbiamo diventare intransigenti sull'educazione alla gratitudine, alla riconoscenza: la dignità della persona e la giustizia sociale passano da qui. Se la vita familiare trascura questo stile, anche la vita sociale lo perderà.

La gratitudine, per il credente, è nel cuore stesso della fede: il cristiano che non sa ringraziare è uno che ha dimenticato la lingua di Dio. Ricordate Gesù quando guarì dieci lebbrosi e solo uno tornò a ringraziare?

Ho sentito un anziano, buono e semplice, dire: "La gratitudine è una pianta che cresce soltanto nella terra delle anime nobili".   La gratitudine è il fiore di un'anima nobile. È una bella cosa questa, da imparare!

Don Paolo Zamengo, prete salesiano

Dio moltiplica il pane nelle nostre mani Gv 6, 1 - 15

Questo è l’inizio: “Gesù passò all’altra riva e lo seguiva una grande folla, perché vedeva i segni che compiva sugli infermi”. Ma cosa comprendevano? Perché lo seguivano? Gesù vuole far rivivere alla folla l’esperienza del popolo, quando Mosè, in nome di Dio, provvedeva alla fame e alla sete nel cammino nel deserto.

Per le strade del mondo     Mc 6, 7 – 13

L’addestramento è finito, la partenza è imminente, gli apostoli scalpitano, partono a due a due. Così dovranno muoversi perché la missione non è un affare privato ma una responsabilità di chiesa.

Gesù straniero in patria       Marco 6,1-6

Molti ascoltandolo rimanevano stupiti. La prima caratteristica di Gesù è che non lascia indifferente nessun ascoltatore, dove lui passa fiorisce lo stupore. Fiorisce lo stupore e molte domande: l’evangelista Marco ne registra cinque.

La barca di Pietro nella bufera della vita     Mc 4, 35 – 41

Passiamo all’altra riva. Una proposta sorprendente quella di Gesù, se non proprio temeraria. I discepoli infatti sono perplessi. Certo Pietro è un lupo di mare ma è buio e le nuvole e il vento non promettono nulla di buono.

Il Signore ha messo un seme nella terra del mio giardino  

Mc 4,26-34  

        

Gesù parla delle cose più grandi con una semplicità sorprendente. Apre il libro della vita e racconta Dio con la freschezza di un germoglio di grano, spiega l'infinito attraverso il minuscolo seme di senape.

Perché la vita delle creature più semplici risponde alle stesse leggi della nostra vita spirituale. Vangelo e vita camminano insieme e nella stessa direzione. Accade così nel regno di Dio come quando un uomo semina.

Il pane del cammino   Mc 14, 12-16.22-26

L’eucarestia è il segno estremo della creatività di Dio, l’ultimo atto di un amore senza misura. Nel segno dell’eucarestia Dio celebra le nozze con l’umanità legandosi a noi per sempre. La nuova ed eterna alleanza, come dice il sacerdote nella consacrazione, trova nell’eucarestia la sua epifania.

Parole nuove a Pentecoste At 2, 1-11,  Gv 15, 26-27; 16, 12-15

Cosa avranno capito i discepoli quando Gesù prometteva lo Spirito Santo? Oggi è quel giorno anche per noi, il giorno in cui sentiamo tutta la povertà delle nostre parole. Non riusciamo a raccontare la nostra pentecoste. Eppure è accaduto qualcosa di divino. Il soffio dello Spirito ha toccato i volti, la nostra vita, la nostra terra.

Una nuova storia     Mc 16,15-20

Gesù desiderava tutti presenti per l’ultimo saluto. E il monte diventa una pista di lancio per Gesù e anche per i discepoli. Lui ritorna al Padre e assicura la sua vicinanza a tutti e per sempre.

Per gli apostoli c’è una bella impresa da mettere in piedi: il vangelo da diffondere, un regno da costruire. È finito il tempo dell’apprendistato, ora tutti devono rimboccarsi le maniche.

Pietro all’inizio aveva risposto con entusiasmo quando, sul lago, Gesù lo aveva chiamato. Lo ha seguito con impegno a volte intermittente e non ha nascosto a Gesù la sua divergenza sul morire in croce. Solo dopo i giorni della passione Pietro sperimenterà la luce dello Spirito e comprenderà cosa significhi andare dietro a Gesù.

E’ un viaggio interiore. I Vangeli sono costruiti come il racconto di un cammino. Io sono la via, aveva detto Gesù. Chi vuole venire con me, prenda la sua croce ogni giorno e mi segua. La vita cristiana è più uno spostare tende che un costruire chiese, provvisorietà più che stabilità.

Scendere dal monte dell’ascensione significa andare per le strade e restare sulle strade, non avere fissa dimora se non in Gesù stesso. Gesù ha parole chiare: “Andate in tutto il mondo e proclamate il Vangelo”. Ecco il programma: andare, proclamare, battezzare. Cercare sempre tutti e dappertutto. Essere finalmente pescatori di uomini.

C’è una parola che scoppia sulla bocca di Gesù. Chi crederà sarà salvato. Il Vangelo diventa visibile e credibile dai segni che il discepolo compie. Segni che lasciano trasparire la potenza di Dio, non quella dell’uomo. Il grande segno di Gesù è stata la sua vita e la sua morte: il miracolo di una incondizionata dedizione a Dio e agli uomini.

L’amore sarà la lingua del nuovo mondo e il male, il veleno del diavolo serpente,   non avrà mai l’ultima parola.   Attraverso i discepoli Gesù vivrà una più ardente presenza. Vuole fare di noi dei testimoni credibili del suo regno, ci vuole costruttori di un mondo nuovo, ci vuole protagonisti e non comparse.

Guardiamo un’ultima volta il monte dell’ascensione . E’ la montagna dove Gesù rivela il volto di Dio a quel gruppo di uomini che lo hanno seguito vincendo la loro fragilità, i dubbi, l’incredulità, il tradimento (ora manca Giuda). Su questo monte Gesù rivela il nuovo nome di Dio: “Io sono con voi”. E io sarò con voi tutti i giorni, è la sua promessa.

Il Risorto oggi invia anche noi fino ai confini della terra. La missione della chiesa iniziata attorno al lago con il “Venite dietro a me” diventa ora un mandato che parte da una montagna: Andate in tutto il mondo e proclamate il Vangelo a ogni creatura.

Quando Gesù “sale” al cielo, gli apostoli sono inviati a camminare sulla terra per rivelare fino a che punto l’amore di Dio è “sceso” sulla terra. Qui tutti lo vedranno. Andate, proclamate, battezzate. E per fare questo, Gesù non ci chiede qualcosa soltanto, ci chiede tutto.

Allora essi partirono e predicarono, mentre il Signore agiva con loro e confermava la Parola con i segni che la accompagnavano. Così rinasce la storia dell’uomo.

Don Paolo Zamengo, prete salesiano

L’amore ha le ali Gv 15, 9-17

“Come il Padre ha amato me, così anch’io ho amato voi”. Con queste parole Gesù bussa alla porta del nostro cuore. È il suo "testamento", non perché i discepoli ci ricordino di Lui ma per invitarli a fare di lui la loro casa.

Il prodigio della linfa       Gv 15,1-8

Avevo sempre pensato che Dio fosse il padrone del campo, il contadino infaticabile, abile e fiducioso. Ma oggi Gesù afferma qualcosa di nuovo: “Io sono la vite, voi i tralci”.

Il vignaiolo si è fatto vite, il seminatore si è fatto seme, il pastore è porta, il vasaio argilla, il Creatore creatura.

Le trame del lupo e la voce del pastore   Gv 10, 11-18

Ho desiderato per qualche tempo unirmi ai beduini del deserto per capire fino in fondo l’immagine del buon pastore. Ho visto, quando sono stato in Palestina, nascere e maturare tra il pastore e il gregge una grande sintonia.

Parlare di lui, parlare con lui   Lc 4,35-48

Anche oggi, in questo “primo giorno della settimana”, Gesù Risorto continua a farsi riconoscere dai suoi, da noi, suoi discepoli, radunati per “parlare” delle cose che Lo riguardano.

Arrendersi all'amore       Gv 20,19-31

Aria di paura in quella casa. Paura dei Giudei, certo, ma anche e soprattutto paura di se stessi, vergogna della propria viltà, rimorso per come si erano comportati nella notte del tradimento. Paura della propria paura.

Morire d’amore   domenica delle palme

In questa settimana per due volte la Chiesa si raccoglie nella lettura della Passione di Cristo, del patire di un Dio appassionato. La lettura più bella e regale che si possa fare, dove tutto ruota attorno alle due cose che toccano il centro di ogni vita: l'amore e il dolore.

Sul Calvario, lo ha capito, non un discepolo ma un estraneo. Alla morte di Gesù il primo atto di fede è quello di un lontano, un centurione pagano: “Davvero costui era figlio di Dio”.

Non da un sepolcro che si apre, non dallo sfolgorio di luce di giorni nuovi, di un sole mai visto, no, ma davanti e dentro la tenebra del venerdì, vedendolo sulla croce, sul patibolo, sul trono dell'infamia, un verme nel vento, questo soldato esperto di morte dice: “Era figlio di Dio”. Morire d'amore è cosa da Dio.

Perché è salito sulla croce il nostro Dio? Per essere con me, per essere come me. Perché io possa essere con lui ed essere come lui. Essere in croce è ciò che Dio, nel suo amore, deve all'uomo che è in croce. L'amore conosce molti doveri, ma il primo è di essere insieme con chi ama, come una mamma quando il figlio sta male... e vorrebbe prendere su di sé il male, ammalarsi lei per guarire suo figlio.

Dio entra nella morte perché là va ogni suo figlio. Per trascinarlo fuori, in alto, con sé. La croce è l'abisso dove Dio diviene colui che ama. È qualcosa che ci stordisce: un Dio che ci ha lavato i piedi e non gli è bastato, che ha dato il suo corpo da mangiare e non gli è bastato. Lo vediamo pendere nudo e disonorato, e dobbiamo distogliere lo sguardo.

Poi giriamo ancora la testa e riguardiamo la croce e vediamo uno a braccia spalancate che ci grida: “Ti amo”. Ama proprio me? Sanguina e grida, o forse sussurra, per non essere invadente: “Ti amo”.

C'erano là molte donne che stavano ad osservare da lontano. Piccolo gregge sgomento e coraggioso: la chiesa nasce dalla contemplazione del volto del Dio crocifisso, la chiesa nasce in quelle donne, che hanno verso Gesù lo stesso sguardo di amore e di dolore che Dio ha sul mondo. Le prime pietre viventi della chiesa sono donne.

Per diventare chiesa, dobbiamo anche noi sostare con queste donne accanto alle infinite croci del mondo dove Cristo è ancora oggi crocifisso nei suoi fratelli, disprezzato, umiliato, ricacciato indietro, naufragato.

Con Maria e le donne sentiamo nostra la passione di ogni figlio dell'uomo: il mondo è tutto una collina di croci. Restiamo accanto, a portare conforto, speranza, pane, umanità, vita. Solo così sentiremo a Pasqua che la nostra vita rotola armoniosamente nelle mani di Dio.

Don Paolo Zamengo, prete salesiano

La dismisura dell’amore   Gv 3, 14-21

"Come Mosè innalzò il serpente nel deserto, così bisogna che sia innalzato il Figlio dell'uomo". Come il serpente di rame, per chi lo guardava, era la salvezza, così nei giorni del nostro cammino noi guardiamo il Signore crocifisso e troviamo in lui la nostra salvezza. Per questo i nostri occhi sono su di lui, per fissarlo nel cuore e non dimenticare: perché quella morte stia la vera legge per l'uomo.

Ogni vita è casa di Dio     Giovanni 2,13-25

Un gesto inatteso, quasi imprevedibile: Gesù prepara una frusta, la brandisce e attraversa l'atrio del tempio come un torrente impetuoso, come una valanga che travolge uomini, animali, tavoli e monete.

{xtypo_dropcap}L{/xtypo_dropcap ebbra  Mc 1, 40-45

Gesù si confronta con la lebbra. Non è casuale l’incontro di Gesù con il peccato, “la” malattia che sfigura l’uomo nella sua identità più profonda. Esiste una malattia che non intacca solo la carne deformandone la bellezza ma che costringe chi ne è colpito a vivere distaccato dagli altri, privato delle relazioni fraterne che identificano la verità più autentica della vita.

Una giornata di immersione   Mc 1, 29-39

Il Vangelo di oggi descrive una giornata di Gesù. E non ha importanza sapere se quella giornata è reale o se l’evangelista con i suoi ricordi ha ricostruito una giornata tipo di Gesù.

Io so chi tu sei       Mc 1,21-28

L’episodio di oggi è il programma di tutta l’attività di Gesù. Gesù è colui che insegna. Il suo è un insegnamento riconosciuto come di “autorità”. Gesù non è un discorso ma una Parola, un evento, un intervento che libera l’uomo dal male che lo abita, come accade oggi nella sinagoga con lo “spirito impuro” che possedeva quell’uomo.

Andare, vedere, seguire Mc 1, 14-20

Gesù inizia la sua missione come una ricerca itinerante dell’uomo per incontrarlo nei luoghi della sua ordinaria quotidianità e offrirgli la straordinaria possibilità di rinascere come creatura nuova. Il suo invito è la proposta di un nuovo orizzonte dentro il quale coinvolgere la propria vita.

L'ora impigliata nella memoria   Gv 1, 35-42

Nel Vangelo c'è il nome di un discepolo, dell'altro no. E’ significativo e bello perché potrebbe essere il nostro, il mio o il tuo. Siamo noi su quella strada e verso quella casa. "Videro dove egli dimorava e quel giorno rimasero con lui".

Immergiti   Mt 1, 7-11

Sono tanti gli eventi che fanno da corona al Natale di Gesù. Oggi la liturgia ci fa rivivere il suo Battesimo. E non si tratta di un dettaglio di poco conto. Matteo parla di due battesimi, quello di Giovanni e quello di Gesù: "Io vi battezzo con acqua… Egli vi battezzerà in Spirito Santo e fuoco".

Il brivido dell’Epifania

Ogni anno, all'Epifania, c’è un brivido. E beato chi ancora sente questo brivido accendersi nel racconto dei Magi. Dopo il Natale, l'Epifania è la manifestazione. E dove e per chi è questa manifestazione? Certo per tutti e, per dirlo, i vangeli vanno a scovare i lontani e le strade poco note, quelle sconosciute, quelle meno visibili.

In principio   Gv 1,1-18

In principio era il Verbo. In principio è la prima parola della Bibbia. E ci sembra lontano quell’inizio, miliardi di anni, ma, ancora prima, era il Verbo. La Parola precede l’alba della creazione. L’evangelista Giovanni sembra portare una rivoluzione, una correzione, nelle sacre Scritture. Non ‘in principio Dio creò il cielo e la terra’ ma ‘In principio c’era la Parola’.

Nel segno di Maria

Iniziamo un anno, lo iniziamo con questa eucaristia che veglia sull'inizio del 2021. Forse abbiamo iniziato l'anno in modo diverso ma qui ci è chiesto di iniziarlo insieme, comunitariamente. Come comunità che si è data convocazione nell’eucaristia. Eucaristia significa ringraziamento, e allora diamo inizio all'anno ringraziando.

Una famiglia  Lc 2, 22-40

Il Natale è un mistero di progressiva incarnazione. L’ingresso in una concreta famiglia ci dice che Gesù vuole entrare in tutte le pieghe dell’avventura umana: la povertà e la precarietà, la persecuzione e l’esilio, la morte e la sepoltura. Dio ha voluto provare sulla propria pelle il mestiere difficile dell’essere uomo. La normale famiglia di Nazareth non è un’astrazione o un vago riferimento spirituale ma un modello concreto cui attingere una lezione di vita.

È il giorno della gioia. 

Attraverso gli anni, da Natale a Natale, da notte santa a notte santa, ci raggiunge questa gioia. “Un bambino è nato per noi, ci è stato dato un figlio”. E in nome di questo bambino tutti vogliono trovarsi uniti, tra amici o in famiglia, per non accostarsi da soli al misterioso banchetto a cui tutti siamo invitati, anche senza comprendere appieno, per ricevere almeno qualche briciola.

Dio Bambino   Lc 2, 1-14

In questo Natale, la nostra gioia è al culmine ma anche il nostro sbigottimento. La sorpresa è totale ed è divina. L’annuncio degli angeli è semplice, quasi disadorno: “troverete un bambino avvolto in fasce che giace in una mangiatoia”. La sorpresa è che Dio si è fatto bambino.

Parlare d’amore   Lc 1, 26-38

La salvezza del mondo è iniziata con un dialogo. Ne abbiamo appena sentito l’eco sempre sconvolgente. Un dialogo in cui Dio prende l’iniziativa. È in suo nome che l’angelo Gabriele parla a Maria. Dio fa il primo passo. È lui che si disturba, per così dire, che si scomoda per venire a mendicare presso una sua creatura un sì. È lui che, inatteso, fa irruzione nella casa della giovane donna prescelta.

Vegliate  Mc 13, 33-37

Il vangelo della prima domenica di Avvento riporta i versetti conclusivi che l’evangelista Marco pone al termine della vita pubblica di Gesù, quasi preludio del suo cammino di passione, morte e risurrezione. Una precisazione però: Marco con i 19 verbi all’ imperativo che costellano il capitolo 13, intende esortarci a vivere il presente.

Maria   Lc 1,26-38

Sulla soglia del Natale contempliamo Maria, dimora di Dio, grembo che accoglie Gesù. Questa festa ci aiuta a vivere l’Avvento come tempo di speranza e risveglia per noi un clima di serenità, di gioia, di leggerezza nell’attesa fiduciosa del Signore che, come è entrato in modo sorprendente nella vita di Maria, così continua a camminare con noi se solo siamo disposti a lasciarlo entrare nella nostra vita.

Guardare chi precede per imparare a seguire   Gv 1,6-8.19-28

Giovanni Battista precede e prepara la strada. Così egli è il testimone di Gesù, il Figlio di Dio, che vive un'intimità unica con il Padre e che rivela attraverso la sua carne umana, che assume a Natale.

Testimone è chi ha fatto un'esperienza profonda e si assume il compito di narrarla agli altri. Il testimone si lascia cambiare la vita da un incontro ma non trasforma l’incontro per esaltarsi. Il testimone è sempre in relazione e in funzione di un altro: Giovanni non attira a sé e non conduce a sé, ma a Cristo.

L’avete fatto a me     Mt 25, 31-46

La festa di Cristo Re ci ferma su questa splendida e sconcertante pagina del Vangelo. Siamo di fronte a quei gesti che esprimono la nostra riconoscenza per il dono della presenza reale del Signore nei poveri, nei sofferenti, nel prossimo. La vita del discepolo si snoda dentro una presenza data, che si manifesta nell’amore, e di una presenza ricevuta in coloro a cui siamo legati attraverso l’amore.

Custodire o nascondere?     Mt 25,14 -30

Al termine del cammino si fa più intenso il richiamo alla vigilanza: diventare discepoli di Gesù non significa accogliere una dottrina umana o imparare ad osservare precetti etici ma accogliere Lui, il dono imprevedibile di Dio che entra nella nostra carne, ci fa figli suoi e ci rende operatori fecondi di frutti nuovi.