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Don Gianfranco Fregni

Cristiano con voi. Presbitero per voi e fra di voi. Insieme per tutti.

Dicevo all'ultimo incontro sposi: è strabiliante il fatto che i discepoli, dopo aver ascoltato Gesù parlare del matrimonio, dicano: "Se questa è la condizione dell'uomo rispetto alla donna, non conviene sposarsi". Voi invece, dopo aver ascoltato gli stessi discorsi, dite "come è bello sposarsi nel Signore; perché queste cose non ce le hanno dette prima?". Che cosa è successo? Siete forse migliori dei discepoli? No, siete uomini di poca fede e dalla testa dura come loro e più di loro. Però avete ricevuto lo Spirito Santo che di dentro vi apre al mistero nuziale. Mi meraviglia un'altra cosa: che si tema il parlar bene del matrimonio, l'esaltarlo, come se ciò fosse a discapito della verginità e del celibato. Ho notato anche questo: è più facile che i monaci parlino bene del matrimonio che i parroci. "Sembra quasi un'inclinazione tra coloro che vivono sereni il loro celibato quella di attribuire la loro gioia, la loro pace a quanti hanno abbracciato un altro stato di vita". (Leclerque). Come è rasserenante fermarsi a pensare ad una scena evangelica, raccontata negli Atti degli Apostoli: i due sposi Priscilla e Aquila che invitano a casa loro l'eloquente e bravo biblista Apollo e a tavola gli manifestano "con più esattezza la via del Signore". È interessante constatare che anche Padri della Chiesa come Gregorio di Nazianzo, a contatto con persone sposate e davanti alla testimonianza della loro vita, superino le loro stesse affermazioni di assoluta eccellenza della verginità sul matrimonio. Sentite quello che Gregorio di Nazianzo scrive di sua sorella Gorgonia: "La sua pudicizia fu così lodevole ed eccelsa (...) che mentre la vita è per tutti divisa in due possibilità, matrimonio e celibato... ella prese da ambedue gli aspetti più belli e li unì in una cosa sola... Infatti ella, sebbene unita carnalmente a un uomo, non si lasciò disgiungere dallo Spirito e, benché riconoscesse la signoria del marito, non dimenticò il suo celeste Signore; ma resi pochi servigi al mondo e alla natura... tutta se stessa consacrò a Dio e il frutto del corpo, cioè i figli e i nipoti, rese frutto spirituale". È soltanto l'amore geloso di Dio che chiama ogni uomo e può maturarlo e stabilirlo nella pienezza dell'amore al di là di ogni immaginabile distinzione (A. Sicari). La teologia, se vuoi parlare di vocazioni, è costretta a distinguere e a precisare. Quando invece noi parliamo dei "chiamati" da Cristo, in carne e ossa, come di persone che "l'amore trinitario e crocifisso di Dio" ha pienamente maturato, quando ci si comunica gli uni gli altri esperienze spirituali, ci si accorge che queste sono al di là di ogni possibile limitazione definita a partire da uno stato di vita. È meraviglioso questo, ma non accade fin tanto che gli sposi e i presbiteri ignorano ciascuno più o meno la vita e l'ideale dell'altro, come se appartenessero a due mondi diversi. Affinché nasca e cresca la stima, l'amicizia reciproca, bisogna che i sacerdoti si mettano in ascolto e sappiano stupirsi dell'amore di due sposi e che gli sposi comprendano e stupiscano dell'esistenza di quell'uomo che è "il prete".

Presbitero per voi e fra di voi

"Guai, se da sposata non incontro persone celibi - mi dice una signora - e non solo religiosi e religiose i quali tra loro formano famiglia e non sono soli. Il sacerdote diocesano si espone molto di più alla solitudine anche esterna (quella interna c'è per ogni adulto maturo, perciò anche per gli sposati) e, se vive il suo celibato convinto e con gioia, diventa segno dell'Alleanza tra Dio e la sua gente". Il "celibe presbitero" è chiamato ad essere accanto allo sposato: Raffaele, la medicina di Dio; Michele la forza di Dio; Gabriele l'uomo di Dio. In parole bibliche: l'angelo del Signore. È stato "separato" fin dal grembo di sua madre per voi. E, come Gesù, solo entrando in relazione personale di amicizia con voi può comunicarvi il dono in cui è portatore. Solo così può arrivare ad essere "geloso di voi" per avervi rigenerato nella fede mediante la Parola e il sacramento. Come Paolo, sarà grato a ciascuno di voi, per l'affetto e la premura che gli dimostrate, perché vi porta nel cuore: vi sarà grato dell'ospitalità, come Paolo nei confronti di Aquila e Priscilla, come Eliseo per quella sposa che gli aveva preparato una cameretta nella propria casa, come Gesù stesso per la casa di Betania. Ma vi sarà ancor più grato tanto più gli dimostrerete di aver bisogno del suo dono sacerdotale unico e irripetibile: l' Eucarestia e il Perdono. Così lui ha bisogno che gli siate testimoni che chi lascia il padre, la madre, la sposa, i figli, la casa per il regno, avrà il centuple qui sulla terra in ...padri, madri, sorelle, fratelli e figli. Altrimenti non capisce più a chi serva il suo "rimanére celibe". Vivendo fra voi e per voi, il celibe-presbitero capisce che vi sono "diversità di doni, ma uno solo è lo Spirito; vi sono diversità di ministeri, ma uno solo è il Signore; vi sono diversità di operazioni, ma uno solo è Dio che opera tutto in tutti". Quelle cose infatti che lo Spirito distribuisce ai singoli sono date dal Padre per mezzo del Figlio a vantaggio comune, per edificare la "casa di Dio", la famiglia di Dio. Anche al presbitero sono dati da vivere e custodire, nei confronti della comunità, i beni e gli impegni della famiglia umana: unità, fecondità, fedeltà, indissolubilità. Sono infatti le caratteristiche della Chiesa: una, santa, cattolica, apostolica. o L'unità: più che unità disciplinare e uniformità si tratta di "comunione", capacità di creare comunione, di essere una cosa sola con l'altro. Carisma e impegno per lo sposo e la sposa; carisma e impegno per il presbitero ad aiutarvi in questo all'interno della vostra famiglia ma anche nei confronti delle varie famiglie fra di loro, fra sposati e vergini, proprio perché la Chiesa sia "una". La cura pastorale, ci ammonisce il Concilio, non consiste solo nella cura dei singoli fedeli, ma anche nella edificazione della comunità. E non si da comunità che non abbia l'Eucarestia come sua radice e come suo cardine. Certamente lo sposo e la sposa sono chiamati a realizzare questo "essere una cosa sola" anche nel proprio corpo. Non vi meravigliate se vi confessiamo che il sacerdote teme di attirare con i suoi doni umani quasi altrettanto che di allontanare con i propri difetti. Poiché il suo ministero è di legare il cuore degli uomini: ma non a se stesso, anche se per mezzo di se stesso. o Fecondità: c'è una fecondità umana, fisica e spirituale nel matrimonio che parte anzitutto dalla fecondità reciproca di marito e moglie. Intendo dire che l'amore dell'uno è fecondo solo quando è capace di far sentir vivo l'altro e di fargli assaporare una pienezza di vita. Ma ciò è anche per il presbitero: la sua verginità non è sterile; essa è pregnante di vita che trasmette alle persone che incontra nel profondo del loro essere. Il Cristo stesso, che è l'uomo compiuto, è fecondo come sposo; ha resa feconda la sua sposa la Chiesa, madre di molti figli. E come voi generate figli, cosi per la Parola e la potenza dello Spirito che rende feconda la sua parola, il presbitero è capace di generare alla vita, di far venire alla luce. o Fedeltà: nel matrimonio la fedeltà è una e molteplice. Deve contemperare la esclusività e originalità verso il coniugo con la fedeltà ad altri impegni e legami d'amore: i figli, i propri genitori, la parola data ad un amico. Anche la Chiesa è fedele al suo Signore in modo pieno ed esclusivo, ma proprio questa fedeltà ad essere "sposa di Lui" la impegna ad aprirsi a tutti gli uomini, in una universalità che la fa chiamare "cattolica". Così è anche per il presbitero: fedele al suo Signore per il quale vive unicamente e totalmente, è chiamato ad essere aperto e fedele anche alle sorelle e ai fratelli ai quali proprio il suo Signore lo invia perché li ami "con la stessa passione e con la stessa libertà" con cui li ama Lui. E pur nei continui slanci e conflitti, perplessità e purificazioni, egli sente che può esservi amico fedele proprio e a causa della sua verginità. o Indissolubilità: è il bene costituito dal vincolo indissolubile che nell'amore, al di là della vostra volontà e autorità, vi lega l'un l'altro e che solo la morte ha il potere di sciogliere. Anche il presbitero vive nella propria carne questo vincolo indissolubile, sigillato dal "carattere" sacerdotale oltre la morte, con la Chiesa che è ciascuno di voi e voi insieme. Il presbitero è un consacrato a Dio e all'uomo. Ma anche voi siete dei consacrati e perfino il nuovo codice di diritto ecclesiale ne fa menzione al can. 1134. Ecco come il Signore opera tutto in tutti, nell'unità, fecondità, fedeltà e indissolubilità. Anche noi presbiteri, come ogni battezzato, conosciamo l'umiliazione del peccato e della debolezza. Ma siamo sempre per voi. Ed allora mi sovviene una pagina di Dom Caffarel: "Ai ricchi occorrono dei cibi raffinati: il mendicante mangia con gioia la sua crosta di pane. Voi, ricchi di preti, diventate qualche volta molto difficili: vi occorrono dei discorsi che assecondino i vostri gusti intellettuali, un fervore eccezionale, delle qualità rare. Colui che non ve le offre, facilmente è rifiutato. Voi dunque non cercate innanzi tutto il "sacerdote" nel prete. Ci vorrà una rivoluzione come nel Messico, perché piangiate di tenerezza baciando la mano consacrata di un povero prete alcoolizzato?".

Insieme per tutti

L'unica preoccupazione importante allora è che tutti - sposati e celibi consacrati - ci comportiamo in maniera degna della vocazione che abbiamo ricevuto. Qual è questa maniera? con umiltà, mansuetudine e pazienza, mitezza, bontà, dominio di sé, sopportandoci a vicenda con amore, cercando di conservare l'unità dello spirito nel vincolo della pace. Infatti il Padre di tutti, che è al di sopra di tutti, agisce per mezzo di tutti ed è presente in tutti. Lui ha chiamato e stabilito alcuni nella verginità come apostoli, altri come pastori e maestri, altri nella vita nuziale come sposi e padri per edificare il corpo di Cristo, affinché arriviamo tutti all'unità della fede, allo stato di uomo perfetto nella misura che conviene alla piena maturità di Cristo. E ciascuno è così invitato a mettere a servizio di tutti il dono ricevuto, come si conviene a buoni amministratori dell'unica grazia di salvezza. Essa però assume molte e diverse forme, incarnandosi nelle persone e nella loro irripetibile originalità. E ciascuno di noi, celibe o sposato, è debitore nella sua storia a tante sorelle e fratelli. O più propriamente è debitore all'amore di tante sorelle e fratelli che di volta in volta si è fatto madre, padre, sposo, sposa, sorella, fratello, amica, amico, nutrimento, consolazione, rigenerazione, secondo qual era la mia fame e la mia sete. Non dimentichiamolo: nessun uomo può vivere e crescere e maturare senza amore, sia coniugato o presbitero. L'uomo rimane un essere incomprensibile per fino a se stesso se non gli viene rivelato l'amore. La sua vita, fosse pure impegnata in nobile professione, rimane senza senso se non si incontra con l'amore, se non lo sperimenta e non lo fa proprio, se non vi partecipa vivamente. Constatiamo invece che esistono al mondo moltissime persone le quali, disgraziatamente, nascono svantaggiate quanto all'amore. Uomini e donne che non possono riferirsi in alcun modo a ciò che noi definiamo in senso proprio una famiglia, ossia alla radice e al terreno naturale dell'amore. Cosi moltissimi nascono già "ultimi" e ancor di più lo diventano cammin facendo. Grandi settori di umanità vivono in queste condizioni di enorme povertà ed anche larghi strati della popolazione delle nostre città. Aggiungiamo anche tutte le persone rimaste solo al mondo, "condannate" al celibato, ad essere "eunuchi" dalla natura o dagli uomini. Per tutti costoro l'esistenza si manifesta come una storia di dannazione più che di salvezza. Non esiste anche per loro il buon annunzio dell'amore geloso di Dio e della famiglia tale da tramutare quella storia di dannazione in storia di salvezza? Altrimenti con Gide sarebbero autorizzati a gridare contro di voi sposati: "famiglie io vi odio" e contro di noi. Ma chi glielo porta questo annunzio? Chi può dare loro speranza? "A coloro che non hanno una famiglia naturale bisogna ancor più aprire le porte della grande famiglia di Dio: la Chiesa". Nessuno è privo della famiglia in questo mondo perché Dio ci ha predestinato tutti all'adozione. La Chiesa con i suoi coniugati e suoi vergini, con suoi sposi e i suoi presbiteri è per nascita e per missione: casa e famiglia per tutti, specialmente per quanti sono affaticati e oppressi da una esistenza senza amore. (Cfr. Familiaris Consortio, 85) In questa visuale si può considerare un'evoluzione il poter sposare oggi chi si ama, ma resterà sempre fondamentale amare chi si è sposato. Chi si è sposato: ossia le persone con le quali abbiamo fatto alleanza col sacramento nuziale o attraverso il battesimo e l'Eucarestia. Così è vero che si vive per amare, ma solo quando uno fa l'esperienza dell'amore grida: "amo, dunque vivo". Altrimenti mi sento albero rinsecchito, eunuco anche se sposato, mentre sono chiamato ad essere fecondo anche se celibe. Giovanni Paolo II ci conforta in queste riflessioni: "II matrimonio non è inferiore al celibato. Le parole di Gesù non forniscono motivo per sostenere ne l'inferiorità del matrimonio, ne la superiorità della verginità e del celibato. Non vi è nessuna base per una supposta contrapposizione secondo cui i celibi o le nubili solo a motivo della continenza costituirebbero la classe dei perfetti e al contrario le persone sposate costituirebbero la classe dei non perfetti o dei meno perfetti. La perfezione cristiana è misurata col metro della carità e non con quello della continenza".