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PAUL DERKINDEREN

L'articolo che segue rappresenta un estratto di un documento più ampio pubblicato per la prima volta a Bruxelles nel 1975 e ristampato recentemente a cura della Federazione Internazionale dei CPM col titolo "I sette punti di Paul". L'Autore, sacerdote, teologo, psicologo, ha rappresentato per molti anni il Belgio in seno al bureau della Federazione Internazionale dei CPM;ne è stato l'Assistente.

Presentazione

Diciott'anni di strada accanto ai fidanzati mi hanno convinto che fin dal momento dell'incontro, dell'accoglienza, una persona, una coppia, un gruppo si sente accettato o rifiutato; abbiamo tutti bisogno -" e sono i momenti forti della nostra vita - di ricordarci una buona accoglienza, di sentirci a nostro agio e ascoltati in profondità da una persona disponibile. L'esegesi del Vangelo da un lato e lo studio delle scienze umane dall'altro mi hanno portato a credere che lavorare per stabilire relazioni vere e profonde è uno dei modi di far avanzare la costruzione del Regno, anche nelle condizioni difficili in cui ci si trova accogliendo i fidanzati in vista del matrimonio. Il documento che segue vorrebbe essere uno strumento di lavoro indirizzato soprattutto a coloro che sono impegnati nel cammino a fianco dei fidanzati. Nato dall'esperienza concreta di un prete circondato da molte coppie alle quali deve tanto, vorrebbe essere un aiuto per altri preti e altre coppie nel trovare un metodo per rispondere ai bisogni e incontrare le persone nel mondo d'oggi. Non è un segreto per nessuno che gli incontri con i fidanzati ci mettono spesso in contatto con persone che cataloghiamo senza esitazione come poco credenti o non credenti; l'ambizione delle pagine che seguono è di mostrare che, entrando con le persone in una relazione profonda, al livello dei comportamenti essenziali, il dialogo è possibile. Dobbiamo acquisire uno spirito, una mentalità; le forme di accompagnamento vengono successivamente. Mettere a punto degli itinerari senza cambiare prima mentalità, vuoi dire condannarsi a un cammino disincarnato. Non è possibile entrare in una relazione profonda con i fidanzati se non in uno spirito di accoglienza e in un atteggiamento di apertura verso ciò che essi sono veramente. Non di meno questo spirito, questa mentalità possono tradursi in un metodo per affrontare le relazioni; l'esperienza insegna che questo metodo si può scomporre in sette comportamenti, che interagiscono profondamente tra di loro. Non si tratta di atteggiamenti da assumere di fronte ai fidanzati in successione quasi cronologica, ma piuttosto di differenti sfaccettature della stessa attitudine di ac-cettazione delle persone incontrate.

 

II comandamento nuovo

 

Cristo è stato esplicito: "Vi do un comandamento nuovo: che vi amiate gli uni gli altri, come io vi ho amato. Da questo tutti sapranno che siete miei discepoli, se avrete amore gli uni per gli altri" (Gv 13,34-35). Troviamo ancora questo concetto nella prima lettera di San Giovanni (4,3-4. 7-13), sotto forma di trittico: in principio, Dio ama gli uomini e entra in comunione con loro; poi Cristo rende manifesto, concreto l'amore di Dio; infine, Dio ci coinvolge direttamente: per amare me, amate il prossimo, entrate in relazione con gli altri. Ne consegue che la morale cristiana è necessariamente una morale di incontro, una morale di relazione e non si può parlare di morale se non cercando le esigenze concrete di comportamento, che permettano relazioni interpersonali più auten-tiche possibili. Siamo ben lontani da una morale del lecito e del proibito. Gesù ci invita a una morale dinamica di relazione, in opposizione a una morale statica di cose lecite o illecite. Non sono dei principi esterni a noi stessi, che possono guidare la nostra azione, ma la necessità intcriore della relazione vissuta. Non siamo più sotto il regno della "legge", ma possiamo lasciarci guidare dallo Spirito. Il risultato dell'atteggiamento di Cristo, sempre attento alle persone, è una liberazione, sia di chi sviluppa la relazione, e si realizza attraverso questa, sia di chi si sente accolto, sostenuto dalla relazione offertagli. L'attenzione alle persone è fonte di vita, è risurrezione perché permette continuamente nuove relazioni, favorisce la comunicazione e approfondisce le relazioni esistenti. Resta da vedere come, in che modo incarnare la nostra volontà di relazione, il nostro desiderio di comunicazione. Propongo di tradurre ogni tentativo di relazione interpersonale in sette comportamenti, che mi permettono di controllare la serietà e la riuscita delle mie relazioni con gli altri. 7. FIDUCIA Accettare il valore positivo, un orientamento positivo in ogni persona. Accettare l'altro totalmente, in ogni istante. 2. RISPETTO DELL'ALTRO Accettare l'altro nella sua diversità, nel proprio essere, nella sua evoluzione.

3. ESSERE SE STESSI Sviluppare la propria identità, mentre si promuove quella dell'altro* 4. UN CAMMINO COINVOLGENTE Osare camminare con l'altro, accettare l'avventura della vita e sentirsi reciprocamente coinvolti. 5. ACCETTARE LA SCONFITTA Continuare a stabilire relazioni sempre nuove, anche attraverso la difficoltà, non evitandola, ma superandola incessantemente* & NON GIUDICARE Valutare insieme, tramite l'ascolto e il dialogo. 7. SPIRITO DI POVERTÀ Accettare i propri limiti e la parte insoddisfatta di sé. Essere in ricerca.

 

I sette comportamenti

 

1. Fiducia Per entrare in relazione sincera con qualcuno, bisogna innanzitutto concedergli fiducia. Naturalmente - e l'osservazione vale per ciascuno dei sette comportamenti - c'è un apprendistato e una progressione nella fiducia. Troppo spesso, infatti, il mondo odierno favorisce la diffidenza e molti rapporti ne risultano inquinati; è sufficiente considerare come sono guardati con sospetto tutti coloro che vivono un po' ai margini dei conformismi abituali: gli emarginati dall'economia, come gli stranieri e gli immigrati; gli emarginati dalla morale, come i divorziati, gli omosessuali, i drogati; gli emarginati dalla politica, come gli estremisti. Al contrario, la fiducia che favorisce una relazione profonda esprime la tensione verso una fiducia totale, in ogni uomo e in ogni circostanza. a) totale: per essere vera, la fiducia deve essere senza riserve, senza condizioni, andare alla radice. Solo cosi diventa inesauribile e, in caso di fallimento, si cercherà di concederla ancora. Avere fiducia significa anche essere realistici: non nego le eventuali debolezze dell'altro, ma, al di là di queste, voglio continuare a vedere in lui la persona in cui ho fiducia. b) in ogni uomo: non si può escludere nessuno da una relazione di fiducia. Le divergenze non sono un ostacolo al dialogo, non bloccano la comunicazione: anzi, scoprendo in ognuno un essere degno di interesse, posso entrare in relazione proprio con quelli che si sentono emarginati o diversi. c) in ogni circostanza: la sincerità di una relazione, basata sulla fiducia, si verifica soprattutto nei momenti difficili. Come nel matrimonio ci si impegna nella buona e nella cattiva sorte, così la fiducia non può venire scossa dalle situazioni. Una splendida pedagogia della fiducia ci viene offerta nell'episodio evangelico di Gesù, che cammina sulle acque (Mt 14,22ss). Quando i discepoli lo vedono sulle onde, credono che sia un fantasma e gridano di paura. Gesù non si scoraggia di fronte al loro rifiuto e propone nuovamente la comunicazione: "Sono io, non abbiate paura!". Ma Pietro non si lascia ancora coinvolgere completamente: "Comanda che io venga!". La risposta di Gesù è una nuova offerta di relazione, più profonda: "Vieni!". Pietro comincia ad avere fiducia, si mette in cammino. Ma di fronte alle difficoltà che incontra la sua fiducia si rivela ancora relativa e si sente affondare. Fortunatamente per lui, riesce a gridare: "Signore, salvami", sollecitando lui stesso la comunicazione. Gesù risponde su un registro non verbale, offre la sua fiducia non solo con le parole, ma con un gesto: "Subito Gesù stese la mano e lo afferrò ", Da Pietro la fiducia si trasmette agli altri apostoli e anche gli elementi sottolineano la pace di una relazione ritrovata: "Appena saliti sulla barca, il vento cessò" e tutti si prosternarono dicendo "Tu sei veramente il Figlio di Dio". Si è stabilita così una relazione, una comunicazione fiduciosa attraverso tentativi vari ed esitazioni: non solo verbalmente, ma tramite gesti ed approcci. Si è poi sviluppata, diventando fonte di superamento: vissuta, la fiducia è fonte di vita. Solo una relazione totale e incondizionata, per ogni uomo e in ogni circostanza, può dare inizio ad una vita rinnovata e feconda. Gesù non ha mai abbandonato nessuno, ha sempre accolto le persone (Zaccheo, Maria Maddalena, Pietro, l'adultera), ha sempre ridato loro fiducia. Questo atteggiamento fondamentale di fiducia che riconosce in ogni uomo un valore positivo converge con le attuali acquisizioni delle scienze umane. Abbiamo già fatto riferimento alle difficoltà di comunicazione, così diffuse nell'anonimato della nostra epoca. La scienza psicologica moderna sottolinea il rapporto fra isolamento e angoscia: psicosi e nevrosi derivano essenzialmente da difficili relazioni filiali, coniugali e sociali. La psicoterapia moderna si prefigge di stabilire un legame di fiducia con chi è angosciato, per ridare un senso nuovo alla sua vita. Significativa una frase dello psicologo americano Cari Rogers: "Dopo 25 anni di terapia, constato in ogni uomo una tendenza positiva".

2. Rispetto dell'altro

Qualcuno ha detto: "Si costruiscono troppi muri e non abbastanza ponti". Per imparare ad essere "ponte" - relazione con l'altro -, bisogna imparare a rispettarlo. Non è sempre facile, perché ciò presuppone tre realtà: a) ammettere un'uguaglianza fondamentale fra gli esseri: quando entro in relazione con qualcuno, non posso mai credermi migliore di lui. Far valere, inconsciamente forse, la propria esperienza, l'età o la posizione è una tentazione insidiosa, che rende immediatamente falsa la relazione. b) accettare che l'altro sia diverso: fondata sull'uguaglianza fondamentale, la relazione interpersonale ha tuttavia l'ambizione di sviluppare il dinamismo di ciascuno. Non solo accetto l'altro diverso nelle idee, nella sensibilità, nel contesto sociale, ma cerco anche che egli realizzi se stesso: e la mia gioia consiste proprio nel sentirlo diverso da me. e) accettare l'altro nella sua interezza: se oggettivo qualcuno, non entro in relazione vera con lui. Il medico che identifica il malato con la malattia lo riduce a oggetto e perde il necessario contatto umano e così pure il marito, che riduce la moglie al ruolo di massaia, Osserviamo la vita di Gesù: egli rispetta profondamente tutti i suoi interlocutori. Eccolo, per esempio, a casa del fariseo, quando arriva una peccatrice a ungerlo di profumo (Le 7,36-50). Il fariseo è attento alle reazioni di Gesù, si crede superiore alla peccatrice: "Se costui fosse un profeta, saprebbe chi e che specie di donna è colei che lo tocca", Gesù non rifiuta il dialogo, ma riconduce il fariseo al livello delle persone, chiedendo il suo parere sul creditore che perdona il debito a due debitori. Solo allora, dopo che si è situato su di un piano relazionale, si situa lui stesso di fronte alla donna. Si riconosce fondamentalmente pari a lei, riconosce le sue diversità e ne loda la creatività. La rispetta nella sua interezza, non riducendola a peccatrice: essa "ha molto amato". La relazione apertasi fra Gesù e la donna, basata sulla fiducia e l'accettazione reciproca, cresce ancora e diventa fonte di vita: "Ti sono perdonati i tuoi peccati. Va ' in pace!". Anche i presenti avvertono che questa comunicazione è diventata rivelazione: "Chi è quest'uomo?". Il rispetto reciproco porta a un superamento delle persone: la donna non è più peccatrice, ma è ricca di inventiva, amore, spontaneità; Gesù è più di un uomo degno di fiducia, è il Messia. Vediamo che le ricerche contemporanee delle scienze umane confermano quanto detto e ci aiutano a stabilire relazioni veramente rispettose dell'altro. 1. L'insistenza sul tema dell'accettazione ci rivela quanto è profondo nel cuore dell'uomo il bisogno di essere rispettato, accettato con i propri valori. Anzi, ciascuno ne ha bisogno a diversi livelli: in una dinamica di gruppo, devo imparare a riconoscere ciascuno come persona unica e inviolabile, ogni coppia nella sua originalità e infine ogni gruppo nella sua fisionomia sempre in evoluzione. 2. Le scienze contemporanee sottolineano inoltre l'importanza del processo di crescita nelle persone, nelle coppie, nelle situazioni. 3. Esse mettono in evidenza i blocchi, che ostacolano il rispetto della persona. Il blocco delle intenzioni, soprattutto: occorre una vigilanza costante, per affrontare una relazione senza preconcetti, senza la volontà di manipolare l'altro.

3. Essere se stessi

Per stabilire una buona relazione con gli altri bisogna essere se stessi, senza paraventi, senza tenere troppo conto di quello che si dovrebbe essere o di quello che l'altro si aspetta da noi. Mi permetto allora di insistere sulla necessità di affermare la propria identità, di osare essere se stessi, perché so bene come questo contrasti con l'educazione cristiana che abbiamo ricevuto, in cui il dovere di far piacere agli altri, la ricerca dell'unità ad ogni costo finiscono spesso col farci fare certe cose non perché ne abbiamo voglia, ma perché gli altri si aspettano che noi le facciamo. Al contrario, davanti agli altri, è bene che emerga in modo chiaro la mia identità, la mia natura, le mie reazioni interiori, i miei desideri. È bene che io ricerchi l' autenticità: che l'altro possa scoprirmi al di là delle maschere di conformismo o del ruolo che sostengo. È bene infine che io tenda all'autonomia: solo se l'altro non mi sentirà dipendente, potrà a sua volta essere abbastanza indipendente da entrare in comunicazione profonda. Mi sembra sempre più necessario coltivare il proprio giardino; ritemprarsi nello studio, nella riflessione, nella preghiera, nello yoga o con altre tecniche di sviluppo personale aiuta a scoprire se stessi, per accettare meglio l'altro cosi come egli è. L'esperienza della solitudine mi sembra anche necessaria, per non cadere nel livellamento, che riduce ciascuno a un numero anonimo in una massa indistinta. Forse siamo troppo abituati a una lettura moralizzatrice e altruistica della Bibbia e non ci accorgiamo quanto essa sottolinei il necessario amore di sé. Dice la Scrittura: "La carità ben ordinata inizia da se stessi". E molti testi fanno eco, insistendo su "come tè stesso": "Amerai il tuo prossimo come tè stesso" (Levitico); "Come vuoi essere buono con il tuo prossimo, se non sei buono con tè stesso?" (Sapienza); "Come vuoi vivere in pace con gli altri, se prima non cominci a vivere in pace con tè stesso?" (Sapienza); "Amerai il prossimo tuo come tè stesso!" (cf Mt 22,39; Mc 12,31; Le 10,27; Gai 5,14; Rm 13,9; Gc 2,8). Anche l'amore coniugale si articola sull'amore di sé: "Così i mariti devono amare le loro mogli, come i loro propri corpi... Nessuno infatti ha mai odiato la propria carne, ma la nutre e ne ha cura" (Ef 5,28-29). Vediamo ora come questi comportamenti si ricolleghino alle scoperte delle scienze umane e più precisamente della psicologia: esse sottolineano più che mai la necessità di una buona analisi di sé, per stabilire delle relazioni.Questa ricerca di identità si manifesta a diversi livelli: pensiamo a tutte le richieste di riconoscimento da parte di minoranze, gruppi etnici, sociali, dei giovani, degli immigrati, delle donne. Un secondo livello di identità è quello dei partners, nelle relazioni interpersonali: in una relazione a due è importante non fissare i ruoli una volta per tutte, affinché ciascuno possa essere veramente se stesso. Infine, bisogna arrivare a essere se stessi in quanto individui. La psicologia attuale sottolinea che questa identità è possibile, solo se ci si accetta nella propria globalità. Non sono me stesso solo quando mi sento in accordo col mio intelletto, con i miei pensieri. Bisogna anche che mi ritrovi affettivamente, che impari a discernere i miei sentimenti. Bisogna infine che mi accetti corporalmente, in tutta la dimensione sessuata e sessuale che questo comporta. Le scienze umane ci informano anche sugli ostacoli che si oppongono alla ricerca di identità e sottolineano il senso di colpa, che frena gli sforzi di autenticità;spesso solo apparentemente liberati, si resta comunque sotto il peso della trasgres-sione. È bene quindi far luce in noi su tutte le paure inconfessate. Inoltre solo a forza di lucidità su se stessi si eviterà di proiettare sugli altri le proprie aspettative. Se non mi sorveglio, nell'ambito della famiglia, per esempio, imporrò presto il mio desiderio di possessività; nell'ambito affettivo, comunicherò facilmente le mie nevrosi; nell'ambito professionale, vorrò che i miei figli seguano la mia strada.

4. Un cammino coinvolgente

Quando vivo una relazione, mi sforzo sempre di accostarmi ai miei partners là dove essi si trovano, di accompagnarli dove vogliono andare, di camminare con loro. Per fare questo è indispensabile essere disponibile: devo staccarmi dalle mie preoccupazioni per aderire alle loro, lasciare le mie sicurezze per raggiungere i loro problemi. Bisogna correre il rischio di venire coinvolti: in ogni dialogo, in ogni inizio di relazione si rischia un po' della propria vita. Significa, in fondo, accettare una conversione continua. Il Vangelo testimonia continuamente questa necessità della conversione, del mettersi in cammino. Dio dice ad Abramo: "Vattene dal tuo paese, dalla tua patria e dalla casa di tuo padre" (Gn 12,1). Nel Vangelo di Matteo (5,41) troviamo: "E se uno ti costringerà a fare un miglio, tu fanne con lui due"; e nel Vangelo di Marco (8,34-35): "Se qualcuno vuoi venire dietro a me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua! Perché chi vorrà salvare la propria vita la perderà, e chi perderà la propria vita per causa mia e del Vangelo, la salverà". Vivere è saper cambiare; mettersi in cammino con qualcuno, va al di là di ogni possessività, significa accettare l'avventura della vita, entrare in una dinamica sempre rinnovata e che impegna tutta la persona, globalmente. Invece di lasciarci coinvolgere, noi abbiamo spesso la tendenza ad essere formali, a fermarci all'esteriorità. Vivere una relazione è molto di più che avere una discussione intellettuale o teorica. È necessario condividere i problemi reali dell'altro e tutta la persona ne viene coinvolta. Nei gruppi, cerco di vivere gli stessi atteggiamenti di accompagnamento. La disponibilità ai problemi reali dei mèmbri del gruppo, facilita una relazione più profonda, aiuta a superare la superficialità e permette di evitare la discussione formale, spesso sterile. In questo modo, una relazione accettata e vissuta è sempre creatrice di vita. Un comportamento realmente vissuto porta ad una trasmissione di comportamenti, che a loro volta sono creatori. Ogni relazione comporta una dinamica, una crescita, una maturazione. Essa è una sfida costante: non è mai luogo di riposo, ma movimento, slancio comune.

5. Accettare la sconfitta

È difficile accettare la sconfitta, nella relazione con l'altro. Me ne accorgo di fronte alle persone in difficoltà, in particolare di fronte ai divorziati, perché devo assumere su di me, per entrare in relazione vera, tutta l'amarezza di una famiglia fallita, tutto lo sconforto di uno sposo deluso, tutta la gravita di conflitti, spesso insolubili. Tuttavia è indispensabile farlo, se vogliamo passare, insieme, da una relazione di aiuto dall'esterno ad una relazione adulta, che sia di crescita per ciascuno. Come raggi di sole che riscaldano, la comunicazione e la fiducia sono realmente creatrici e favoriscono lo sviluppo delle vite umane, se solo si osa attraversare insieme le difficoltà. Occorre tutta una maturazione, perché un gruppo possa diventare se stesso e, se ne sono l'animatore, dovrei lasciarmi coinvolgere fino alla sofferenza, accettare una parte di insoddisfazione in me per mettermi veramente al servizio di tutti. Non mi è sempre facile accettare il ritmo con cui il gruppo sviluppa la sua originalità. In questi ultimi tempi constato in me una difficoltà crescente dovuta alla mia personale evoluzione. Essendo inserito in un gruppo in cui si cerca di vivere in profondità, avverto più che in passato lo scarto tra questa esperienza molto coinvolgente e i gruppi che animo e, qualche volta, sono tentato di uscirne, perché, apparentemente, non crescono abbastanza; so, però, che devo aver pazienza (dal latino pati == soffrire) nel rispetto della maturazione di ogni gruppo, per essere veramente soddisfatto e felice, per risolvere insieme Ì problemi e trovare la strada. Il necessario passaggio attraverso la sconfitta e la sofferenza è evidentemente molto vicino al Vangelo: è anzi il messaggio centrale del cristianesimo. Il Signore ce lo dice continuamente col suo esempio: egli accetta di passare attraverso sofferenze e sconfitte, per amore, verso la vita. Vediamo dunque Cristo spesso in lotta contro il peccato, il diavolo, i farisei, la malattia e addirittura la propria morte. Ma è per trionfarne, nell'amore. Ricaccia Satana al suo posto (Lc 4,1-13); libera gli ossessi dal suo potere (Mc 5,1-13). Anche il peccato è vinto alla radice, poiché la Chiesa è costituita da una nuova categoria di peccatori, che sanno di essere salvati e poiché i sacerdoti sono ormai ministri della vittoria sul peccato. Seguendo l'esempio di Gesù, ogni volta che cerchiamo di passare verso la vita attraverso sconfitte e sofferenze, constatiamo che veramente queste diventano fonte di vita {Col 1,1-20; Rm 1,4; 1 Cor 5): la relazione con le persone, se si accetta il dialogo anche quando è difficile, ci guadagna in profondità e maturità.

 

6. Non giudicare

Più medito la vita di Gesù, più ammiro il suo atteggiamento nelle relazioni interpersonali. Per esempio, nell'episodio dell'adultera (Gv 8,1-11), che vorrei riprendere in un'ottica leggermente diversa, Gesù riesce a entrare in relazione sia con i farisei che con la donna. Invece di mettersi dalla parte dei rappresentanti ufficiali della legge e di accusare l'adultera. Gesù invita ciascuno a fare prima un'analisi di se stesso: "Chi di voi è senza peccato scagli per primo la pietra contro di lei". In questo modo da tempo sia ai farisei che alla donna di fare revisione di vita. Non ha preconcetti: "Nessuno ti ha condannata … neanch' io ti condanno". Gesù non ha catalogato nessuno, anzi ha aperto con ciascuno una nuova fase di relazione: i farisei non hanno condannato, come avrebbero voluto inizialmente fare; la donna può ripartire da zero, iniziare una nuova vita: "Va' e d'ora in poi non peccare più". Gesù ha applicato qui quello che aveva insegnato nel suo discorso sulla montagna (Mt 7,1-5): "Non giudicate - diceva - per non essere giudicati". Invitava a fare l'autocritica: "Perché osservi la pagliuzza nell'occhio del tuo fratello, mentre non ti accorgi della trave che hai nel tuo occhio?". Bisogna riuscire a far luce in se stessi, prima di arrivare ad una valutazione con l'altro, che sarà quindi più fraterna: "Togli prima la trave dal tuo occhio e poi ci vedrai bene per togliere la pagliuzza dall'occhio del tuo fratello". Far luce all'interno delle persone, è forse il solo mezzo per avvicinarsi all'altro. Solo se evito un giudizio di valori, do al mio interlocutore la possibilità di arrivare al cuore della sua personalità e gli rendo possibile fare l'autocritica. Infatti, se il giudizio su altri mi sembra detestabile, penso sempre più che la valutazione, la chiarificazione siano necessario. Ma un altro passo diventa indispensabile: capire la persona, ascoltarla, entrare in simpatia profonda con lei. Solo allora è possibile fare insieme una valutazione. Questa reciproca comprensione, che permette di passare attraverso la valutazione per arrivare alla chiarificazione, comporta due caratteristiche fondamentali. a) Innanzi tutto mi sembra necessario che la comprensione non sia solo a livello intellettuale, ma si situi a livello dei sentimenti più profondi, diventi quella che oserei chiamare valutazione nella tenerezza. b) Preferisco poi valutare partendo da relazioni, da esperienze di vita vissute insieme: far riferimento a elementi parziali o fidarsi di giudizi di terzi, significa indebolire la forza della comunicazione stabilita insieme. Negli episodi della peccatrice e dell'adultera, è stupefacente vedere come Gesù aiuti a chiarire la situazione, da una parte nella tenerezza e nella comprensione rispettosa, dall'altra partendo dalla realtà, senza riferirsi a giudizi preesistenti, ma aiutando ciascuno a far luce in se stesso. Sull'esempio di Gesù, che confida nel dinamismo ulteriore dell'uomo, mi sembra sempre più difficile giudicare nel nome della fede o della morale. Per questo mi sembra particolarmente necessario, per dei cristiani, combattere la tendenza a catalogare le persone secondo il loro grado di fede: praticanti, tiepidi, non credenti o mal credenti ecc. Affrontiamo insieme il cammino, lasciamoci coinvolgere e avremo la gioia di giungere insieme alla valutazione della nostra realtà vissuta.

7. Spirito di povertà

Se nella relazione con delle persone, delle coppie, dei gruppi trovo delle difficoltà a superare conflitti e fallimenti, a volte è anche per mancanza di spirito di povertà. Lasciare il proprio mondo, per entrare nel quadro di riferimento dell'altro, non è sempre facile, perché occorre sapersi spogliare continuamente. Scopro tanti campi, dove, coscientemente o no, ho accumulato un certo numero di ricchezze, che mi impediscono di mettermi su di un piano di uguaglianza con l'altro. Gioca anche la possibilità di avere dei ruoli dietro i quali posso mascherarmi: quanto mi è difficile abbandonare il mio statuto di prete, di assistente, di consigliere e avere la semplicità di mettermi a nudo davanti all'altro! A volte ho anche la tendenza a farmi valere, parlando del mio passato e dei miei progetti futuri. Sottolineo facilmente la mia origine, la mia formazione, mi presento spesso come rappresentante di un movimento, di un'ideologia e mi piace troppo parlare di quello che sta a cuore a me: allora capisco che, in fin dei conti, una relazione piena richiede più spirito di povertà e più discrezione. Lo spirito di povertà, però, non richiede necessariamente che ci si sottovaluti. È un'altra tentazione, la cosiddetta umiltà cristiana. Perché non accettare in me quello che è valido e valorizzante? La povertà esige la verità e il rispetto della mia persona e mi chiede dunque di avere fiducia in me stesso. Infine, la povertà in spirito mi dice anche di evitare il più possibile i confronti con le persone e le situazioni. Nella parabola del fariseo e del pubblicano (Lc 18,9-14), Gesù rimprovera il fariseo che si vanta e disprezza il pubblicano: "O Dio, ti ringrazio che non sono come tutti gli altri uomini... e neppure come questo pubblicano". Il vero povero è colui che è cosciente delle proprie imperfezioni ed è quindi capace di aprirsi a un valore superiore. Il Vangelo è chiaro: non sono ne il potere, ne la ricchezza, ne la fama ma il servizio, l'accoglienza, l'apertura agli altri che caratterizzano il vero povero: "Ma spogliò se stesso, assumendo la condizione di servo e divenendo simile agli uomini" (Fil 2,7).

Conclusione

Giunti al termine dell'analisi dei sette comportamenti, vorrei ora insistere sulla necessità di utilizzare questo documento in una prospettiva ecclesiale, proponendo due piste di riflessione: 1. Necessità di una revisione di vita in gruppo, che possa concludersi in una liturgia, La revisione di vita sulla base di questi sette comportamenti e la meditazione dei testi del Vangelo permettono di rispondere al comandamento nuovo "Amatevi gli uni gli altri come io vi ho amato". Questa revisione di vita, direi quasi quotidiana, è una condizione indispensabile per acquisire progressivamente lo spirito di Cristo, affinché i suoi comportamenti diventino i nostri. La mia fede mi dice che se facciamo riferimento a Lui, troveremo la forza e la capacità di incontrare le persone con lo stesso dinamismo, nello stesso spirito e troveremo anche la possibilità di superare l'angoscia, le difficoltà, le incomunicabilità. È indispensabile che le comunità cristiane, siano esse la coppia, la famiglia, l'equipe CPM ecc., facciano con regolarità il punto della situazione e lo vivano in una dimensione liturgica. Se abbiamo percorso un cammino con una persona o con un gruppo, è necessario fare insieme la valutazione: se la relazione è riuscita, rendiamo grazie a Dio, se è fallita riconosciamo la nostra colpa e chiediamo al Signore di migliorare il nostro spirito di incontro. Questa azione di grazie e questa richiesta di perdono possono essere vissute con una preghiera personale intensa, ma possono a volte concludersi con una celebrazione in équipe. 2. Necessità di applicare questo metodo alla propria vita, per promuovere la creazione di nuove cellule di Chiesa, Questi sette comportamenti possono diventare un metodo per favorire le relazioni umane, solo se noi li applichiamo alla nostra vita quotidiana e si possono trasmettere solo attraverso sacerdoti e coppie che amano nello spirito e con la mentalità di Cristo. Questi sacerdoti e queste coppie, uniti in amicizia e corresponsabilità, riusciranno così a rivelare un nuovo volto della Chiesa, che è finalmente il volto del Cristo. Sarà inoltre grazie a questi comportamenti che la Chiesa ritroverà un contatto migliore con il mondo dei giovani: la loro autenticità pretende esempio, spirito, vita piuttosto che informazioni e ricerche teoriche. È evidente che le comunità cristiane esistenti sono invitate a impregnarsi maggiormente di questo spirito di Cristo, ma diventa urgente formare nuove cellule di Chiesa. La creazione di nuove comunità si farà, partendo da un'esperienza concreta di vita in équipe, che, attraverso incertezze e coinvolgimenti, diventi gruppo di approfondimento e di ricerca, per arrivare un giorno ad esprimere la propria fede in Cristo, nell'Eucarestia e nel perdono. Solo se le équipes di accoglienza, le équipes CPM o altre saranno impregnate dello spirito di Cristo e cercheranno di vivere i suoi comportamenti, saranno capaci di suscitare nuove cellule di Chiesa, animate così dallo stesso Spirito.