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Famiglia Domani

Mai come in questo periodo Dio sembra essere tornato di moda, almeno tra i filosofi, gli storici, i sociologi, i politici: tutti discettano su di Lui, ognuno tirandolo dalla propria parte, cercando di farlo rientrare nei propri schemi a suffragio delle proprie tesi.
Eppure mai come oggi sembra che si stia vivendo senza Dio, almeno in apparenza, perché il Dio gridato sui tetti, il Dio intellettuale, non sembra penetrare nella vita, nel cuore e nelle scelte di quanti lo richiamano.
E’ anche vero, però, che non c’è nulla di più profondo, di più intimo e di conseguenza di più misterioso dell’autentico rapporto personale con Dio: ognuno di noi vive la propria relazione (o l’assenza di relazione) con Dio secondo la propria formazione, la propria cultura, la propria
sensibilità, il proprio pudore.
Ma i “giovani” che cosa pensano di Dio, della chiesa?

 

Una serata con un gruppo di fidanzati
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Come al solito il gruppo è abbastanza eterogeneo: molti impiegati, alcuni lavoratori autonomi, altri con un lavoro precario, molti conviventi “ufficiali”, quasi tutti hanno alle spalle “storie” che durano da diversi anni, ma tutti sono lì con noi perché hanno deciso di sposarsi in chiesa.
Sono già state tenute alcune serate che sono servite per “rompere il ghiaccio”, il clima è buono e favorevole allo scambio, si è già riflettuto sulla loro scelta di sposarsi ed eccoci alla fatidica domanda: “Chi è Dio per ciascuno di voi?”

La domanda sicuramente non sorprende (la sede è la parrocchia, tutti hanno chiesto di sposarsi in chiesa, tutto questo avrà pure qualcosa a che fare con Dio!), ma le risposte non sono facili. Ne riportiamo alcune:
• Dio è qualcuno a cui mi rivolgo nei momenti di difficoltà (scherzosamente chiamato il “Dio 113”);
• Dio è troppo astratto, troppo grande, ed ho quasi paura di avvicinarmi a Lui;
• sento Dio come un padre che ci ama e vuole che anche noi ci amiamo tra di noi;
• entro per pregare quando passo davanti ad una chiesa e non c’è nessuno;
• credere in Dio mi aiuta a stare bene con me stesso;
• onestamente non mi sono più posto questa domanda: sono tanti anni che non frequento e mi sposo in chiesa solo perché lei ci tiene; comunque vedo tanta ipocrisia in quelli che si dichiarano cristiani;
• ho una venerazione per Padre Pio... (il discorso comincia a spostarsi - meglio parlare di altri.. - ritorniamo a noi…);
• è più facile parlare di Cristo: lo sento come un amico che mi sta vicino e mi aiuta a capire cosa può voler dire amare;
• la mia fede è nata all’interno della mia famiglia, sull’esempio dei miei genitori;
• sono convinto che c’è qualcuno che guida la nostra vita, che ci ha fatto incontrare e che veglia su di noi;
• è da quando conosco lui/lei che mi sono riavvicinata/o e questi incontri ci aiutano a riflettere insieme sulla nostra fede;
• Cristo mi sta bene, ma in chiesa non ci vado (eccoci arrivati al vero scoglio .. ed a questo punto gli interventi si susseguono rapidi);

• la chiesa è potente, troppo ricca, però ammiro i missionari e le persone che si dedicano agli altri;
• la chiesa non è al passo con i tempi, la società è cambiata e certe posizioni non sono più accettabili, ci sono troppe chiusure;
• i preti che ho incontrato mi hanno fatto allontanare;
• non vado a messa perché non ho tempo e poi spesso queste celebrazioni sono noiose;
• io invece vado a messa: certo devi trovare dei preti furbi, che spieghino bene il Vangelo e più che altro lo rendano attuale e realizzabile.


La percezione di una crisi etica
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Il discorso ora si allarga a temi più generali, ad esempio il senso del peccato, la salvezza...
Molti riscontrano nella nostra società la mancanza del senso del peccato (non tanto riferito ai dettami della chiesa, quanto piuttosto ad una legge morale presente nel cuore di tutti. Certo, può variare a seconda delle culture e delle tradizioni, ma l’ingiustizia verso i deboli resterà sempre un’ingiustizia a qualsiasi latitudine, sfruttare i poveri per il proprio arricchimento genera rabbia e ribellione in ogni clima, la guerra è
morte fisica e morale in ogni Paese). Oggi tutto sembra lecito, scusato o scusabile, il fine giustifica i mezzi, l’unico timore è quello della punizione, ma se la faccio franca … Di fronte a questa mentalità la posizione che emerge tra i giovani è invece quella di andare al cuore del problema: il vero peccato è la mancanza d’amore, il generare sofferenza agli altri.
L’uomo è in continuo cammino, alla ricerca di se stesso ed il peccato ferma il suo progredire, rallentando anche il passo degli altri. Un’umanità intera si tiene per mano e cammina verso Dio: se inciampo o cado, rallento anche gli altri al mio fianco ed impedisco anche a loro di continuare la strada. E’ un’immagine, questa, un po’ difficile da trasmettere perché l’individualismo gioca un ruolo importante anche nel campo della fede: ognuno di noi interagisce con Dio a suo modo, secondo la propria coscienza, in un cammino molto spesso personale.


Come viene recepita la parola di Gesù?
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Un altro aspetto che emerge dal confronto è che talvolta si ha l’impressione che la comprensione della Parola di Gesù non vada oltre la nostra intelligenza, e non arrivi sino al cuore e tanto meno alle nostre mani. Prendiamo per esempio il perdono:
Gesù ne ha parlato, l’ha sperimentato, ma noi non accettiamo di essere “traditi”, non ridiamo fiducia, non siamo capaci a farne dono, il nostro orgoglio ferito è più forte della speranza che potremmo far vivere.
E che dire della solidarietà? Gesù ha condiviso la sua vita con le persone più emarginate, ha dato loro speranza, ha guarito ferite fisiche e morali; noi invece talvolta abbiamo timore ad uscire dal nostro ambiente, vediamo gli altri come ostacoli al nostro benessere (e al nostro “ben-avere”). Ci sono però anche giovani che fanno scelte coraggiose di vita (educatori in comunità, impegnati nel volontariato, infermieri…), che coltivano atteggiamenti d’attenzione all’ambiente (il commercio equo e solidale è, ad esempio, conosciuto e diffuso).

E noi animatori, come dovremmo annunciare Dio ai fidanzati?
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La riflessione si sposta inevitabilmente sugli animatori, perché se è vero che non c’è nulla di più intimo e misterioso della fede, è però anche vero che la fede in qualche modo va annunciata e soprattutto testimoniata. I nostri incontri dovrebbero essere un’immagine autentica di “Chiesa”, piccola comunità, gioiosa, attenta alle persone, per aiutarci a crescere nella fede e a testimoniarla nella vita. Di qui l’esigenza di essere accoglienti nei confronti dei fidanzati, saperli ascoltare, superare le loro diffidenze, non essere prevenuti e non giudicarli, saper
cogliere i grandi segni di speranza che stanno vivendo, prospettare loro una visione più ampia che vada oltre il loro orticello (Abramo è partito verso una meta sconosciuta attirato da un ideale di cui non vedeva bene i contorni… e non era neppure ebreo!).
Dovremmo essere attenti a non ridurre Dio ai nostri parametri, non rinchiuderlo nei nostri schemi, ma saper cogliere il suo invito a liberarci dai “lacci e laccioli” per andare al cuore del suo messaggio: Lui ci ama e vuole che ci amiamo tra di noi.

Non dobbiamo aver paura a parlare di Dio: cerchiamo di far cogliere che il rapporto di Dio con il suo popolo e quindi con noi è una relazione d’amore nuziale (facile da scrivere, ma molto più difficile da realizzare, perché parlare di Dio in questo modo vuol dire avere con Lui una conoscenza profonda, intima, confidenziale, da veri “amici”). Poiché gli incontri di preparazione al matrimonio sono forse la prima occasione
che i giovani hanno di parlare tra di loro di Dio e della loro fede, possiamo partire dalle loro emozioni, dal bisogno di silenzio, dalla loro religiosità per accompagnarli in un cammino di ricerca, invitandoli a cercare Dio nella loro storia personale e di coppia, non solo adesso, ma anche dopo, nella loro vita quotidiana.
Facciamo loro (ri)scoprire la ricchezza e la bellezza della Parola di Dio, aiutandoli a coglierne l’attualità e allo stesso tempo la “rivoluzionarietà” (se fossimo capaci di vivere almeno una beatitudine…, se fossimo capaci di uscire di casa per attendere chi ha sbagliato..., se riuscissimo a pregare ogni tanto con l’intensità di Gesù..., se, se, se…, in che mondo meraviglioso vivremmo e che unione d’amore sarebbe la nostra!).

 

Un richiamo alla coerenza
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Allo stesso tempo gli incontri devono stimolare alla verifica della nostra e della loro coerenza, non ad alcune norme, ma al messaggio di Cristo: egli è morto per noi, e noi siamo capaci di dare la nostra vita per l’altro? Siamo capaci di rinunciare a qualcosa di noi per andare verso l’altro, per far sì che la nostra coppia cresca? Questo passaggio ci costerà fatica (passione e morte), ma saremo ricompensati con una maggiore solidità di coppia, una gioia più grande (la resurrezione).
Dovremo essere capaci di testimoniare la gioia del nostro credere (Paolo VI diceva che ci vogliono più testimoni che maestri), non con parole teologiche, ma con esempi credibili di vita.
Occorre invitarli a non chiudersi all’interno della loro coppia: la società e la chiesa hanno bisogno di teste pensanti, di occhi intelligenti e di cuori attenti, di tante piccole note per comporre la sinfonia di una nuova umanità. Vivere la gioia e dare speranza dovrebbero essere l’humus dal quale far emergere la presenza di Dio. A questo dovremmo aggiungere anche lo stupore: di essere amati, malgrado i nostri limiti, di vivere in un mondo creato per noi, di camminare verso un futuro più roseo. Lui/lei è una persona meravigliosa per me ed è lì per me, insieme il futuro non ci fa paura, potremo superare difficoltà, potremo sostenerci, sorridere, gioire, dare speranza, costruire una famiglia, un mondo più a misura d’uomo.
Tutto il Vangelo deve essere presentato veramente come la “Buona Notizia”, con entusiasmo e allo stesso tempo con consapevolezza (altrimenti c’è il rischio che passata l’emozione, tutto evapori, si secchi come il seme caduto nella poca terra).
Aderire alla proposta del Vangelo vuol dire fare delle scelte, a favore di un progetto di vita che apre a prospettive di libertà.
Se l’adesione a Cristo ci aiuta a renderci liberi, ci aiuta anche a porci delle domande di senso sulla vita, sulla morte, sulla giustizia, sulla pace, sulla fedeltà, sull’accoglienza reciproca e dei figli, sull’apertura verso gli altri; a ognuno di noi toccherà poi darsi delle risposte, che a questo punto non potranno però essere slegate dal messaggio della “Buona Notizia”.


Come fare, concretamente?
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Ma siamo veramente capaci nei nostri pochi incontri con i fidanzati di trasmettere tutto questo? Non si rischia forse una “overdose” di “pseudo-catechismo”? Riprendendo il racconto dei discepoli di Emmaus (forse una coppia!), proviamo a metterci nei panni di Gesù e a chiederci che cosa farebbe lui nei confronti delle giovani coppie oggi: si affianca a loro, viandante con i viandanti, pone delle domande, cerca di capire la loro situazione, li ascolta, ne conquista la fiducia, e, quasi prendendoli per mano, li porta a superare i limiti della loro
esperienza, del loro vissuto, per far loro intravedere orizzonti più ampi. Giunge la sera, ma ora c’è un compagno di viaggio a cui non vogliono rinunciare, un amico con il quale desiderano continuare a parlare. Ed ecco l’intimità della casa, una tavola apparecchiata, dopo tanto camminare finalmente seduti, rilassati ed è in questo contesto, in un ambiente accogliente, personale, nella necessaria quotidianità di un pasto che Gesù si rivela attraverso il gesto con il quale, pochi giorni prima, si era fatto dono e che ora ripete, sempre a tavola,
sempre tra amici, sempre al culmine di un cammino spirituale e di vita.

E a questo punto la vita dei discepoli è trasformata: anche se Gesù è scomparso dalla loro vista (e quindi potrebbero sentirsi abbandonati) essi acquistano consapevolezza del percorso che Gesù ha fatto fare loro, ne scoprono l’entusiasmo vissuto, che li porta ad uscire, per infondere coraggio e gioia agli altri.


Per concludere
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Per poter “dire” Dio ai fidanzati, anche noi sull’esempio di Gesù dovremmo:
• accoglierli;
• farci partecipi della loro vita;
• affiancarli;
• stimolarli con parole “alte” e messaggi importanti;
• farli riflettere sulle loro scelte;
• “mescolarci” alla loro quotidianità;
• infondere un entusiasmo costruttivo;
• dar loro la fiducia che da ora in poi sapranno “camminare sulle loro gambe”.
Si tratta di un impegno sicuramente non semplice, anche perché richiede che in noi ci sia spazio per Dio e per loro, nella certezza che sapranno incontrarsi e dialogare, come Lui sa fare.

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