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Interpreti: Nanni Moretti, Laura Morante, Jasmine Trinca, Giuseppe Sanfelice, Silvio Orlando, Claudia Della Seta, Stefano Accorsi, Toni Bertorelli

Distribuzione : Sacher

Durata: 105'

Supporto: 35 mm; Dvd; Vhs

Un Nanni Moretti contenuto, sincero, intenso, umbratile, come commosso. Allontanandosi da Roma, scenario caro all'autore di Caro diario, il suo personaggio si è prosciugato. Più maturo, più partecipe ai problemi altrui. L'antica nevrosi è adesso controllata. Qualche scatto di impazienza, di noia dato il lavoro del protagonista di La stanca del figlio, lo psicoanalista Giovanni; un residuo di malumore da smaltire con una corsa sul lungomare (siamo ad Ancona) con una chiacchierata con i due figli, Irene e Andrea, quasi sempre scherzosa, raramente impaziente, burrascosa solo nel caso di mancanze che ledano un codice di moralità (uno scherzo di Andrea a un professore con il trafugamento di un fossile denunciato da un compagno, qualcosa che mettila come vuoi rimane un furto).

 

 La descrizione morettiana di un gruppo familiare in un intemo (e in qualche estemo) è esemplare. Senza mai indugiare su quel minimalismo che fu a lungo una palla al piede dei registi italiani, Nanni Moretti descrive, con una scelta esatta dei dettagli da sottolineare o da trascurare, i pasti che, in tante famiglie che vogliono darsi un ordine, costituiscono il momento del confronto, dello scambio alla pari e, talvolta, del dissenso. Con un dettato di rara fluidità - il film si svolge su una linea orizzontale, senza mai impennate che risulterebbero fuori posto - Moretti ci dischiude l'intimità di una casa (si badi a quel!'aprirsi di porte che si nota all'inizio del racconto e viene riproposto più avanti) nelle ore della gioia e nei giorni del dolore; giorni che possono dilatarsi, quasi coprire l'eternità. Che nella vita di Giovanni e di sua moglie Paola si verifica uno di quegli eventi assurdi che non si riesce mai a sopportare: in un'uscita in gommone con gli amici per una partita di pesca subacquea, Andrea ha un incidente e muore. Moretti, mentre chiude all'interno di un'elisse la disgrazia, non ci nasconde alcun particolare del congedo (il giovane steso nella cassa, il coperchio saldato sulla bara) e nessuno dei pensieri che accompagnano tali dolorose circostanze (non avrei potuto evitare l'accaduto, qual’è la mia responsabilità?). Lo fa, si ripete, con rigoroso senso della misura narrativa. Ci commuove profondamente con un'operazione di sottrazione più che di aggiunta di particolari. Neppure quei temi di fondo che coinvolgono una persona assistita da una forte fede sono da lui rimossi. Moretti vi accenna con discrezione pur rifiutandosi di proporre risposte.

 La stanza del figlio (distribuito dalla Sacher, la casa di produzione dell'attore-regista) non è racconto unicamente intimista. A far da corona al dolore di Giovanni ci sono le sofferenze, gli sconforti, le rabbie anche, dei suoi pazienti; mai tipi di circostanza ma personaggi che, pur nella speditezza del ritratto, sono a tutto tondo. Prova di maturità narrativa è il modo con cui l'ultimo Moretti accompagna i personaggi principali oltre la zona d'ombra e perviene a un finale che non stona, che non impoverisce, non blocca lo scorrere leggero ma inarrestabile della narrazione. È quasi superfluo osservare che la recitazione di tutti gli interpreti - e non solo di Moretti, di una duttile Laura Morante (la madre) e di un essenziale Silvio Orlando - è di piena attendibilità.

Francesco Bolzoni - Avvenire