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Vi esorto, fratelli, io, il prigioniero nel Signore, a comportarvi in maniera degna della vocazione che avete ricevuto, con ogni umiltà, mansuetudine e pazienza, sopportandovi a vicenda con amore, cercando di conservare l’unità dello spirito per mezzo del vincolo della pace.

Un solo corpo, un solo spirito, come una sola è la speranza alla quale siete stati chiamati, quella della vostra vocazione; un solo Signore, una sola fede, un solo battesimo. Un solo Dio Padre di tutti, che è al di sopra di tutti, agisce per mezzo di tutti ed è presente in tutti.

(LECTIO Che cosa dice il testo

La chiamata divina, che fonda l’identità del cristiano, deve tradursi in un coerente comportamento esistenziale (v. 1). L’essere cristiani è grazia e insieme corrispondenza personale alla chiamata per la quale si diventa sempre più quello che già si è. Paolo specifica allora in che cosa consista questa vita della comunità, enunciando anzitutto una serie di comportamenti concreti (v. 2), caratterizzanti i rapporti vicendevoli tra i battezzati.

L’umiltà è al primo posto: essa è un sapersi piccoli davanti al Signore e si traduce in stima e rispetto verso il fratello. Suo sinonimo è la mansuetudine, intesa come comportamento alieno da accessi d’ira e da rozzezze. Occorre poi la pazienza o, meglio, la magnanimità, come dice il testo greco, cioè il non perdersi in piccolezze e superare le intolleranze reciproche.

Questi richiami preparano all’esortazione più urgente: quella all’unità della Chiesa (v. 3). L’amore si esprime non tanto in un sentimento, m anella costruzione concreta dell’unità della Chiesa vista come corpo di Cristo, dove la molteplicità converge nell’unità, vincendo le varie separazioni e lacerazioni. Poiché l’unità profonda viene da Dio, Padre, Figlio e Spirito Santo, la Chiesa è corpo di Cristo, e Paolo ricorda come, al di sopra delle divergenze dei singoli punti di vista, dovrebbe esservi sempre la considerazione di che cosa sia realmente il mistero della Chiesa.

La divina presenza è la fonte dell’unica speranza, che deve caratterizzare tutti i battezzati, e dell’unica fede, intesa in senso oggettivo (vv. 4s) Anche il battesimo è unico, poiché è la sola via che Dio ci ha dato per significare la nostra immersione nel mistero di Cristo. Nell’acclamazione finale (v. 6) tutto si orienta verso Dio come Padre universale e garante sommo dell’unità della Chiesa e dell’intera umanità.

Ringraziamo sul testo (MEDITATIO)

“Sopportatevi a vicenda” è un augurio di nozze intelligente, osiamo dire “paolino”, che dice non soltanto realismo (non andrà sempre tutto liscio tra voi), ma anche speranza (riuscirete insieme a superare gli intoppi). Ma ci sono due modi di “sopportarsi a vicenda”. Uno è totalmente umano e viene dalla delusione: ti sopporto perché non posso fare altrimenti, non ti posso cambiare, devo tenerti così. Una simile sopportazione si rivela come una maschera che nasconde svalutazione e disprezzo. “Non lo sento alla mia altezza, ma in fondo è un buon uomo e mi va bene così”, diceva una lei insoddisfatta. Inutile dire che una simile aria di sopportazione intossica tutta la casa e, soprattutto, non dice nulla di nuovo sull’Amore.

C’è invece un sopportarsi per così dire “spirituale”, proprio nel senso “paolino”: è umano, sì, perché viene dalla tenerezza, dalla magnanimità con cui non si sta a mettere i puntini sulle “i”, in cui si è perfino capaci di sorridere dei propri difetti e di quelli dell’altro; ma viene dallo Spirito che si accoglie come vocazione. E’ una chiamata a cui non ci si può sottrarre: i due battezzati che appartengono a Cristo in forza del loro battesimo sono stati da lui consegnati l’un l’altro nel mistero del sacramento. Ma non consegnati una volta per tutte con sogni immacolati: consegnati l’un l’altro ogni giorno per iniziativa Sua. Sopportarsi nell’amore non può essere opera totalmente umana: è grazia, data gratis non solo alla coppia, ma a tutti coloro che beneficiano dell’unità della coppia, alla comunità cristiana che ha bisogno di testimoni uniti nello Spirito “per mezzo del vincolo della pace” (v. 3). Vincolo e pace sembrerebbero due parole distanti, quasi inconciliabili: eppure Paolo, unendole, ci dà un’indicazione preziosa; la pace familiare, frutto buono del “sopportarsi a vicenda”, è un vincolo, un legame dei coniugi tra loro, tra loro e la Chiesa sposa e, soprattutto, tra loro e lo Sposo. Vincolo di unità che egli custodisce e protegge!

Preghiamo (ORATIO)

Rendi noi due coppia, testimoni del tuo Amore.

Come, se non sappiamo dare la vita, se non sappiamo proclamarti nelle assemblee, se non sappiamo scrivere di te?

Siamo testimoni quando cerchiamo la pace ad ogni costo, quando consegniamo all’altro il nostro errore, quando scriviamo nel nostro sguardo la gioia di ricederlo/a, quando accettiamo di costruire insieme a lui/lei la nostra gioia.

Che cosa ha detto la Parola (CONTEMPLATIO)

Chi sono i pacifici? Sono coloro che, lontani dallo scandalo che nasce dal dissenso e dalla discordia, conservano, nell’unità delle fede cattolica, l’amore di predilezione nella carità fraterna, e la pace della Chiesa. Il Signore raccomanda di conservare la pace in modo del tutto particolare: per essa fa un pressante invito, poiché leggiamo nell’evangelo: “Vi do la pace, vi lascio la mia pace”

(Gv 14,27). Anche l’Apostolo ci invita caldamente a custodire tale pace, esortandoci: “Cercate di conservare l’unità dello Spirito per mezzo del vincolo della pace” (Ef 4,3). Aggiunge pure: “ La pace di Dio, che trascende ogni capacità di comprensione, custodisca i vostri cuori e i vostri corpi distogliendoli dal male” (Fil 4,7). Non c’è nulla di più importante, nulla di tanto giovevole alla Chiesa quanto l’impegno per conservare la carità fraterna, quanto il dovere di amare la pace. E’ questa la condizione essenziale per poter contemplare Dio; lo affermala Lettera agli Ebrei (12,14): “Prima di tutto guardate di amare la pace: senza di essa nessuno di noi potrà vedere Dio”. Per cui è sommamente necessario conservare la pace della Chiesa con ogni attenzione e con dedizione costante. Se vi sono di quelli che non concordano in ciò, occorre che ci mettiamo tutto il nostro zelo per riportarli all’amore della Chiesa, alla pace, all’unità della fede (Cromazio di Aquileia, Commento al Vangelo di Matteo).

Mettere in pratica la Parola (ACTIO)

Traducete nella vostra vita coniugale questa parola: “Sopportatevi a vicenda con amore”

(cfr. Ef 4,2).

PER LA LETTURA SPIRITUALE

La spiritualità cristiana è docilità all’iniziativa dello Spirito di Gesù Cristo, morto e risorto. E’ cioè spiritualità dell’incarnazione. Contro le tentazioni spiritualistiche oggi assai diffuse, legate alla proliferazione del “sacro selvaggio” che parassita il senso religioso dell’uomo, il mistero nuziale, così come è concretamente vissuto da sposi, padri, madri, figli, fratelli e sorelle cristiani, ci richiama l’alta necessità di stare alla realtà, alle cose così come sono. Vivere il mistero nuziale come la reale risposta alla questione del bisogno-desiderio d’amore costitutivo dell’uomo, rappresenta una straordinaria risorsa per ricreare nella civiltà di oggi un soggetto personale e comunitario, veramente capace di una cultura radicata nell’esperienza dell’umano.

Da dove viene a noi cristiani la capacità di tale realismo? Certamente dai due fondamenti della nostra fede: la Trinità e Gesù Cristo. Ma come, in concreto, questi grandi misteri si rendono accessibili? Nell’offerta che la Chiesa sposa fa di Cristo Sposo, per le nozze dell’Agnello. Essa si compie nell’ineffabile, diuturno dono dell’eucaristia al popolo santo di Dio, cioè nel dono di quel Padre che regge ogni atto di libertà del singolo. Nell’incontro quotidiano tra la libertà di Dio e la libertà dell’uomo che l’eucaristia realizza, ogni cristiano può seguire Cristo (la Via) sulla strada del compimento del bisogno-desiderio costitutivo di essere definitivamente amato.

In altri termini: ogni circostanza, se obiettivamente radicata nella forma del rito sacramentale così come è istituito nella santa madre Chiesa, si trasforma in un prolungamento del dono eucaristico di Cristo in vista del compimento della nostra libertà. I rapporti di cui è impastata la nostra vita trovano allora nel mistero nuziale, che si realizza nelle famiglie cristiane, la più alta possibilità di educazione dell’uomo, nelle due dimensioni costitutive degli affetti e del lavoro. Esse sono, infatti, interdipendenti. Non per nulla il realismo cristiano attribuisce al lavoro come primo e più immediato significato quello di provvedere al sostentamento proprio e dei propri cari (A. Scola, Uomo e donna oggi: identità e differenza, in R. Bonetti , La reciprocità uomo-donna, via di spiritualità coniugale e familiare).