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Per amore di Sion non tacerò,

per amore di Gerusalemme non mi darò pace,

finché non sorga come stella la sua giustizia

e la sua salvezza non risplenda come lampada.

Allora i popoli vedranno la tua giustizia,

tutti i re la tua gloria;

ti si chiamerà con un nome nuovo

che la bocca del Signore indicherà.

Sarai una magnifica corona nella mano del Signore,

un diadema regale nella palma del tuo Dio.

Nessuno ti chiamerà più Abbandonata,

né la tua terra sarà più detta Devastata,

ma tu sarai chiamata Mio compiacimento

e la tua terra Sposata,

perché il Signore si compiacerà di te

e la tua terra avrà uno sposo.

Sì, come un giovane sposa una vergine,

così ti sposerà il tuo creatore;

come gioisce lo sposo per la sposa,

così il tuo Dio gioirà per te.

Che cosa dice il testo (LECTIO)

Questo brano è una promessa di salvezza che conferma come il tempo del silenzio di Dio sia finito; così egli annuncia il suo amore per la città, la cui sofferenza e desolazione sono passate.

L’atmosfera che domina l’oracolo è quella dell’esultanza, perché Dio vuole e può salvare il suo popolo. Al centro di tale annuncio sta appunto l’immagine della città di Gerusalemme, figura dell’intero Israele, presentato quale sposa, mentre Dio è il Salvatore-Sposo del suo popolo. Qual è il senso di questa metafora? Innanzi tutto suggerisce l’idea di intimità, di appartenenza reciproca, di comunione vitale. Dio salverà il suo popolo, non semplicemente strappandolo da una condizione di desolazione, di disperazione, ma donando se stesso a questo popolo di afflitti, entrando in comunione intima con esso.

Nel poema si fondono varie immagini: quella del sole e quella del re vittorioso nel giorno delle sue nozze. Il profeta vede sorgere sulla città amata l’aurora luminosa, che fa brillare le mura e le merlature, rendendole simili ad una corona che brilla sul monte (v. 3), magnifica agli occhi e visibile fin da lontano.

La seconda immagine mostra il Signore che vuole congiungersi al suo popolo nella forza di un amore capace di novità inesauribile e di ringiovanimento costante. Lo sposalizio tra Dio e Gerusalemme non è qui presentato come una riconciliazione dopo una separazione, una rottura, ma come un amore sorgivo, nascente, quasi primaverile: “Sì, come un giovani sposa una vergine, così ti sposerà il tuo creatore” (v. 5).

Ma questa parola profetica dice ancor di più: non solo noi possiamo esultare per Dio e gioire con lui, ma egli gioisce di noi come uno sposo è felice per la sua sposa, o l’innamorato per la sua amata.

Ringraziamo sul testo (MEDITATIO)

Proviamo a gioire anche noi di questa gioia dello Sposo-Dio per la sposa-comunità. Questo annuncio di un Dio Sposo che “con un amore sorgivo” gioisce per la sua sposa è uno di quegli annunci che dovrebbero spaccare i rigidi e freddi steccati delle nostre paure e delle nostre diffidenze, come pure della nostra autocommiserazione. Se Dio gioisce per te, qualcosa di buono dovrai pur avere, un raggio di bellezza dovrà pure sorprenderti!

Ma c’è di più, molto di più in quel “come gioisce lo sposo per la sposa” (v. 5): non è un semplice paragone preso per caso. Dio è uno che conosce la gioia coniugale, è di casa nello scambio della gioia che i due si donano, è implicato nel profondo della loro relazione. E immaginiamo che in questa “gioia dello sposo” siano nominate file di gioia, come perle: la gioia di averla conquistata, amata, la gioia di un buon piatto di spaghetti, di una casa sicura, di un petto su cui riposare, di un dialogo tenero e privatissimo, di fare l’amore, di godere, di sentirsi amati, rassicurati. E’ stupefacente come il creatore (v. 5), colui che ci ha fatti, scoppi di gioia per la gioia delle sue creature.

Ma facciamo un passo oltre, in un dimensione sponsale in cui nulla è più estraneo al nostro Creatore, nulla gli è sottratto, poiché egli è capace di una cosa impensabile: gioire per noi. Il passo oltre è la convinzione esplosiva che la nostra gioia è per così dire il tessuto con cui Lui adorna la sposa. Gli sposi possono dire: non gioiamo più per noi soltanto; se ci diamo gioia l’un l’altro, diamo a lui motivo di gioire! Anzi, più ci diamo gioia e più la metafora di un Dio che gioisce per la sposa non è metafora, ma carne, vita. Dio ha bisogno della gioia che ci scambiamo, anche di queste piccole fugaci gioie che il coniuge trova nel coniuge, e possiamo dire che grazie a queste Dio si sente più Sposo, più innamorato della sua creatura-sposa.

Preghiamo (ORATIO)

Essere avari di gioia, Signore, non è soltanto un modo per renderci difficile, faticosa e talora impossibile la vita: è un furto al tuo essere Sposo, un togliere qualcosa alla tua gioia. Gli occhi dei bambini che non vedono mai i genitori scambiarsi qualche gioia, sono occhi spenti, Signore. Anche per loro tu diventi mendicante della nostra gioia. E noi vogliamo dartela, o Signore: desideriamo che tu continui a gioire della sposa come tu desideri che noi ci scambiamo la gioia!

Che cosa ha detto la Parola (CONTEMPLATIO)

Macario, padre del deserto, disse: “Questa mia parola dimori nei vostri cuori: temete di dire qualsiasi male contro il vostro fratello, perché non provochiate all’ira il Signore che abita dentro di lui; infatti, tutto quello che un uomo fa al suo prossimo, insieme lo fa anche al Signore, secondo la sua santa parola: Quello che avete fatto a uno di loro, l’avete fatto a me” (I Padri del deserto, Detti editi ed inediti).

Mettere in pratica la Parola (ACTIO)

Non puoi aspettarti la gioia dell’altro come un tuo diritto: puoi solo darla perché essa si moltiplichi nel sorriso dello Sposo. Oggi compi un gesto per far sorridere il tuo sposo o la tua sposa!

PER LA LETTURA SPIRITUALE

Proprio nel compito della fedeltà, chi ama scopre la differenza radicale tra sottomissione e libertà. Se è fedele al tu contingente nei suoi capricci e nei suoi arbitrii, deve dirgli, nei mille camuffamenti dell’amore, “sono tuo schiavo, mi sottometto, ti faccio credere che il lasciarmi amare sia lasciarti fare da padrone”. Come adire, sulla nostra nave c’è un solo capitano, che sei tu, e io sono il tuo semplice marinaio; credo che per mantenere il tuo essere capitano, tu abbia bisogno del mio essere subalterno, uno che non ti dice di no. Uno che non è libero. Sono arrivato a concepire questa stranezza: che tu abbia bisogno della mia libertà, ti ho ridotto a mostruoso padrone che si nutre della mia carne.

Chiunque ha fatto esperienza di un rapporto d’amore, sa che non è così: il vendersi schiavo non ha mai fatto sentire amato nessuno. Poiché l’altro non saprà mai se il mio sì viene dal mio sentirmi schiavo, cioè incapace di libertà, o dalla mia scelta.

Naturalmente, il rapporto può essere rovesciato: sono io a sentirmi l’unico capitano ed esigo che tu mi mostri il tuo amore stando alle mie condizioni. Talora avviene che proprio chi si proclama schiavo nella fase dell’innamoramento (“Farò tutto quello che vuoi annullando il mio io”) poi voglia indossare le vesti del padrone (“Perché tocca sempre a me dire di sì a quello che vuoi tu?”).

Ma, di nuovo, il sì che viene dalla schiavitù è un sì privo di valore; un sì che viene dalla costrizione non è un sì ma un atto di sudditanza. E allora facciamo la scoperta più grande: che la libertà non può mai essere licenziata, tolta, gettata; neanche in nome dell’amore. L’amante non vuole niente di meno che il sì libero, autonomo, gioioso dell’altro. Anche dopo anni e anni di matrimonio, i diritti (al sesso, per esempio) che si tramutano in obblighi-schiavitù dell’altro fanno dileguare l’amore. Il “se vuoi” è l’unico codice ammesso, il “posso?” è l’unica lingua dell’amante. L’amore lo sa da sempre R. Bonetti – P. Rota Scalabrini – M. Zattoni – G. Gillini, Innamorati e fidanzati. Cammini di autoformazione).