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Fratelli, avendo avuto notizia della vostra fede nel Signore Gesù e dell’amore che avete verso tutti i santi, mon cesso di rendere grazie per voi, ricordandovi nelle mie preghiere, perché il Dio del Signore nostro Gesù Cristo, il Padre della gloria, vi dia uno spirito di sapienza e di rivelazione per una più profonda conoscenza di lui.

Possa egli davvero illuminare gli occhi della vostra mente per farvi comprendere a quale speranza vi ha chiamati, quale tesoro di gloria racchiude la sua eredità fra i santi e qual è la straordinaria grandezza della sua potenza verso di noi credenti secondo l’efficacia della sua forza che egli manifestò in Cristo, quando lo risuscitò dai morti e lo fece sedere alla sua destra nei cieli, al di sopra di ogni principato e autorità, di ogni potenza e dominazione e di ogni altro nome che si possa nominare non solo nel secolo presente, ma anche in quello futuro. Tutto infatti ha sottomesso ai suoi piedi e lo ha costituito su tutte le cose a capo della Chiesa, la quale è il suo corpo, la pienezza di colui che si realizza interamente in tutte le cose.

Che cosa dice il testo (LECTIO)

Il brano è composto da una preghiera di intercessione perché la comunità giunga alla conoscenza della potenza di Dio (vv. 15-19) e da una sua glorificazione per la manifestazione in Cristo, del quale si celebra il primato (vv. 20-23).

Innanzi tutto Paolo si rivolge a Dio, ringraziandolo per la fede degli Efesini e confessandolo quale Padre di Cristo Gesù e Padre della gloria (v. 17). L’espressione “Padre della gloria” significa che la gloria gli appartiene e che da lui emana; la gloria è l’amore paterno di Dio che si manifesta recando la salvezza all’uomo. Al Padre di Gesù Cristo Paolo chiede che effonda uno “spirito di sapienza”, la quale, già nell’Antico Testamento, è ritenuta il dono per eccellenza dello Spirito del Signore. La gloria di Dio produce perciò nei credenti la capacità di cogliere le vie di Dio nella propria storia e li condurrà ad una comprensione sempre più profonda, vitale e totalizzante, del mistero di Dio rivelato in Cristo (vv. 18s). In definitiva, Paolo invoca per i fedeli di Efeso l’esperienza di un’illuminazione interiore, che qualifica la vita battesimale.

Paolo passa poi a celebrare il primato di Cristo. Dopo aver confessato la sua risurrezione dai morti, ne proclama l’illimitata signoria, quella che il Padre gli ha conferito al di sopra di tutte le potenze (v. 21). Si devono intendere qui tutte quelle creature invisibili che sostanziavano l’enfatica angelologia e demonologia del tempo, e la cui esistenza sembrava costituire per gli Efesini un ostacolo al primato di Cristo.

Il suo primato è dominio su ogni realtà. Paolo usa qui l’immagine di un re orientale vittorioso che pone il suo piede sulla nuca del nemico (v. 22). Tale è la sublime esaltazione di Cristo da parte del Padre: Cristo ha tutto ai suoi piedi, l’universo intero e, in particolare, la Chiesa, che è la comunità che già ora ha riconosciuto la sua signoria.

Per la Chiesa si usa il termine “corpo di Cristo”: serve a indicare la presenza visibile del Cristo nel mondo attraverso la comunità cristiana. Dalla prospettiva ecclesiale la preghiera si allarga dunque a considerare le dimensioni cosmiche del mistero di Cristo, “colui che si realizza in tutte le cose” (v. 23).

Ringraziamo sul testo (MEDITATIO)

“Dovrebbero spendere di meno, soprattutto lei ha le mani bucate” (pensiero non invisibile della suocera di lei). “Lui si fa servire, non la gratifica mai abbastanza” (pensiero non invisibile della suocera di lui). “C’è una casa nel caos, come fanno a viverci con quei poveri bambini?” (pensiero non invisibile della suocera di lei). “Non è capace di far niente, tranne il suo lavoro che lo fa star seduto tutto il giorno!” (pensiero non invisibile della suocera di lui). Come immaginiamo, questi pensieri potrebbero continuare all’infinito e anche le posizioni potrebbero essere scambiate: ci sono madri, per esempio, che parlano male della figlia ed esaltano il genero. Ma tutte queste “lagne” più o meno realistiche hanno un comune denominatore: l’assenza di gratitudine.

“Non cesso di rendere grazie per voi, ricordandovi nelle mie preghiere” (v. 16), dice il “genitore anziano” nella fede che è San Paolo. Dove sono il suocero/a, i genitori che rendono grazie non tanto per una qualità di un figlio/a, di un genero/nuora, ma per la coppia? La coppia ha bisogno che la comunità (i genitori anziani, i gruppi famiglia, il prete) non cessi di rendere grazie per lei. Magari i due sono distanti chilometri dai modi con cui i genitori pensano si debba tirar su una famiglia, magari sono anche distanti da una pratica nella fede come la vorremmo, eppure si amano, tengono in piedi il loro “ménage”, si prendono cura dei figli, ecc. E allora perché non rendere grazie per loro pubblicamente, in maniera che essi facciano esperienza che la loro vita e il loro modo di amarsi è un bene per tutta la comunità? Questo non ci impedisce di vedere i loro limiti, come Paolo vedeva lucidamente e duramente quelli delle sue comunità, anzi è il punto di partenza per parlar di loro a Dio nella preghiera “perché egli possa illuminare gli occhi della loro mente per far loro comprendere a quale speranza li ha chiamati (v. 18). Ed è questo un modo sano e non intrusivo per proclamare la signoria di Gesù sulle loro vite e su quelle degli amatissimi nipotini.

Preghiamo (ORATIO)

Ti rendiamo grazie, Signore, per tutte le coppie e le famiglie che conosciamo. Aiutaci a dire il nostro grazie che non misura, non critica, non giudica, nella fiducia che tu, Padre, “tutto hai sottomesso ai piedi” (v. 22) del Signore nostro Gesù Cristo, lui che ha vinto tutte le potenze e le seduzioni del male. Per queste coppie-famiglie noi ti preghiamo, perché non manchi loro il tuo Spirito di sapienza!

Che cosa ha detto la Parola (CONTEMPLATIO)

Cosa dire: che non riuscirete a trovare buoni cristiani? Mai più? Non voglio sentirlo nell’aia del mio padrone, questo. Troverete senza dubbio buoni cristiani, credete a me! Troverete buoni mariti fedeli alle loro mogli, e buone mogli fedeli ai loro mariti; troverete chi non presta a usura perché gli ripugna; troverete chi odia più una frode che il proprio danno a non farla. Troverete certamente di questi buoni cristiani (Agostino d’Ippona, Sermone Guelf. XVIII, 2, in C. Cremona, Pensieri, Milano 1998).

Mettere in pratica la Parola (ACTIO)

Non essere connivente con chiunque oggi svilisca e svaluti un membro di una coppia o di una famiglia.

PER LA LETTURA SPIRITUALE

Soltanto chi non ha provato l’esperienza d’amore afferma che il ritornello del “come sei bello/come sei bella!” sia monotono: appare infatti sempre quello all’esterno. Ma ogni volta è nuovo, perché dice non solo che la scoperta della tua bellezza non avviene mai una volta per tutte (la bellezza dell’altro, infatti, non si potrà mai abbracciare tutta intera), ma dice soprattutto che la tua bellezza cambia secondo le stagioni della vita; è una bellezza che si rinnova, ha in sé il germe dell’eternità.

Ci si può scoprire belli, infatti, dopo cinquanta anni di matrimonio, di una bellezza che non indulge alla nostalgia del “come eravamo”. Abbiamo bisogno di sposi che si guardino, che perdano tempo a guardarsi: anche dopo decenni; e allora il guardarsi non contiene più soltanto l’attrattiva carnale, ma il germe della contemplazione: la capacità di contemplare la bellezza interiore dell’amato e dell’amata.

Non è facile lasciarsi guardare; nell’ingenuità, nell’irruenza dei primi impatti era più spontaneo, naturale; ma nel correre degli anni, lasciarsi guardare significa sempre di più accettare di mettere al sole le proprie zone d’ombra. Le quali, forse, vorrebbero sottrarsi, nel timore di “far male” all’amore; ma, se ci lasciamo guardare, la vita diviene mano a mano purificata, buona, senza timore.

Per questo non basta una vita per amarsi: occorre l’eternità. Per questo il rapporto d’amore è indissolubile: esso ha davanti un compito che non può mai dirsi esaurito ( R. Bonetti – P. Rota Scalabrini – M. Zattoni – G. Gillini, Innamorati e fidanzati. Cammini di autoformazione, Cinisello Balsamo 2003).