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Fratelli, non dobbiamo compiacere noi stessi. Ciascuno di noi cerchi di compiacere il prossimo nel bene, per edificarlo. Cristo infatti non cercò di piacere a se stesso.

E il Dio della perseveranza e della consolazione di avere gli uni verso gli altri gli stessi sentimenti ad esempio di Cristo Gesù, perché con un solo animo e una voce sola rendiate gloria a Dio, Padre del Signore nostro Gesù Cristo. Accoglietevi perciò gli uni gli altri come Cristo accolse voi, per la gloria di Dio.

Il Dio della speranza vi riempia di ogni gioia e pace nella fede, perché abbondiate nella speranza per la virtù dello Spirito Santo.

Che cosa dice il testo (LECTIO)

Cristo viene da Paolo presentato come modello per coloro che nella comunità sono forti nella fede. Il loro rischio è di sentirsi migliori degli altri e di guardarli dall’alto in basso. Per questo devono vivere le relazioni personali senza giudizi, cercando come criterio non il proprio bene, ma quello dell’edificazione dell’altro (v. 2). Di questo atteggiamento Cristo è l’esempio insuperabile, perché ha sopportato pazientemente sofferenze e umiliazioni, pur di essere fedele alla volontà del Padre (v. 3).

Subito dopo Paolo sottolinea l’importanza dell’accoglienza reciproca nella vita cristiana. Ancora una volta il modello supremo dell’accoglienza è quello di Cristo Gesù, che si è fatto accogliente verso tutti (vv. 5s). Questa accoglienza ha una valenza ecclesiale importante, perché edifica l’unità della comunità e fa della sua preghiera un’orazione veramente concorde, elevata alla gloria di Dio Padre.

Il v. 7 riprende il motivo di Cristo come paradigma per il cristiano e considera in particolare l’estensione dell’accoglienza praticata da Cristo, il quale non si è limitato ad accogliere i Giudei, ma ha voluto suoi discepoli anche i pagani e, nel caso specifico, i cristiani di Roma provenienti dal paganesimo.

L’augurio del v. 13 richiama le parole chiave dell’esortazione paolina: speranza, gioia, pace e fede, collegate fra loro nell’invocazione a Dio per mezzo dell’azione efficace dello Spirito Santo. Da notare la particolare insistenza sulla virtù della speranza perché è proprio questa che qualifica il cristiano rispetto a chi non ha fede (1Ts 4, 13). Questa speranza non è attesa ottimistica della soluzione di qualche problema quotidiano, ma l’orizzonte nel quale iscrivere tutte le proprie scelte, perché è la speranza rivolta alla salvezza eterna e nella comunione piena con Cristo.

Ringraziamo sul testo (MEDITATIO)

“Avere gli uni gli altri gli stessi sentimenti ad esempio di Cristo Gesù” (v. 5): non c’è migliore programma coniugale cristiano! Un simile programma, come ben sappiamo, è alternativo alla logica del mondo, ma non per questo grigio e noioso, anzi. Ogni coniuge sogna in segreto che l’altro/a abbia i suoi stessi sentimenti, cioè che lo rispecchi, lo capisca al volo e, soprattutto, senta o provi ciò che lui/lei sente o prova. Ma, anche quando ciò succede, la coppia non fa molto cammino nella vita. Paolo, invece, immaginando i due coniugi come “forti nella fede”, chiede loro di avere reciprocamente gli stessi sentimenti di Cristo Gesù, dove “sentimenti” nel contesto paolino non significa puramente emozioni vaghe o un sentire puramente emotivo, spontaneistico.

Come sono i sentimenti di Cristo Gesù Sposo? Sono decisione e sensibilità assieme, sono direzione e capacità di accoglienza di amore nel nome del Padre per la forza dello Spirito: Gesù ha incarnato i sentimenti del Padre, li ha resi accessibili, umani, incarnati. Egli ama lo sposo e la sposa come li ama il Padre, per il quale ciascuno è l’unico, l’amato. Gli sposi cristiani sono chiamati a incarnare l’unicità l’uno per l’altro. Gesù ha incarnato l’amore senza condizioni del Padre, un amore che non si ritira mai, che resta fedele, che non ama a suon di “se” e “ma”. Gli sposi cristiani sono chiamati ad incarnare l’uno per l’altro la fedeltà, l’amore senza condizioni.

Gesù ha messo la sua stessa vita a servizio del Padre e dei fratelli, non l’ha trattenuta per sé, non si è risparmiato. Gli sposi cristiani sono chiamati a mettere la loro vita, insieme, a servizio del Padre e dei fratelli, delle altre famiglie con cui fare alleanza, e di quei piccolissimi fratelli che sono i figli loro affidati.

Preghiamo (ORATIO)

Nella nostra vita di coppia, o Signore Dio, noi aspettiamo da te la forza che hai dato al tuo figlio Gesù affinché anche noi coppia siamo incarnazione dell’amore senza condizioni che viene da te, di quell’amore che non si ritira mai, che resta fedele, che non ama solo se l’altro ricambia con cose buone.

Crediamo sulla tua parola che, se non poniamo troppi ostacoli alla tua azione, tu ci darai questa forza operante nel sacramento che viviamo.

Che cosa ha detto la Parola (CONTEMPLATIO)

“Accoglietevi gli uni gli altri come Cristo accolse voi per la gloria di Dio”. “Noi, pur essendo molti, siamo un solo corpo e membra gli uni degli altri” come sta scritto, legati da Cristo con i vincoli dell’amore per formare una cosa sola. E’ necessario dunque nutrire reciprocamente gli stessi Sentimenti e “se un membro soffre, devono soffrire con lui tutte le membra; se un membro viene glorificato, devono gioire tutte le membra”. “Accoglietevi perciò gli uni gli altri”, dice Paolo, “come Cristo accolse voi, per la gloria di Dio”. Ci accoglieremo gli uni gli altri, se vorremo nutrire gli stessi sentimenti, po4rtando gli uni i pesi degli altri e conservando “l’unità di spirito nel vincolo della pace”. Così ci accolse Dio in Cristo. Dice infatti la verità l’evangelista Giovanni, quando afferma che Dio Padre ha tanto amato il mondo da sacrificare per noi addirittura suo Figlio; è stato sacrificato come prezzo del riscatto della vita di tutti noi e noi siamo stati assolti dalla morte e siamo stati redenti dalla morte e dal peccato (Cirillo di Alessandria, Commento alla lettera ai Romani).

Mettere in pratica la Parola (ACTIO)

Traducete nella vostra vita coniugale questa parola: “Noi che siamo i forti abbiamo il dovere di sopportare l’infermità dei deboli”.

PER LA LETTURA SPIRITUALE

Nel rito copto la liturgia nuziale prende avvio di notte, dopo l’ufficio, quindi in rapporto cronologicamente diretto con l’ora della risurrezione e indicando in tal modo uno strettissimo legame tra lo Sposo, che esce dalla stanza nuziale, e la coppia che sta per unirsi alle nozze.

Sempre in Oriente, la Chiesa Bizantina , nei primi tre giorni della Settimana Santa, mentre contempla il mistero del Signore crocifisso e risorto, celebra un ufficio denominato dello Sposo, rappresentandosi, in modo speciale in ciascun fedele, secondo l’evento simbolizzato dalla parabola delle dieci vergini: perciò veglia, prega, si prepara nell’amore, come le vergini sapienti, provviste di lampada e di olio, a celebrare il grande mistero della morte e risurrezione, che manifesta appunto lo Sposo in azione per unirsi alla sua Chiesa.

Ancora una volta il rito copto pone in evidenza questa simbologia delle nozze tra due fedeli, celebrate di notte, quando il clero accoglie il giovane sposo al canto del “Benedetto colui che viene”, e con le lampade accese, riconoscendo così che le nozze umane stanno all’interno del mistero di morte e risurrezione del Signore e, ad un tempo, indicano l’ingresso nel Regno dei due fedeli uniti per sempre. Non è marginale notare che anche in questa Chiesa, come in tutti i riti di Oriente, eccetto il Bizantino, la croce preziosa è centro celebrativo, a partire dal fidanzamento, che comincia proprio di fronte ad una croce d’oro e ad un anello d’oro: il metallo prezioso indica che l’evento morte è stato assorbito per sempre dalla risurrezione.

C’è un’icona, tipicamente liturgica, che mostra il Signore che esce a mezzo busto dalla tomba, portando i segni visibili della passione. L’Oriente la definisce semplicemente “lo Sposo”, riconoscendo in essa l’icona nuziale per eccellenza. Il Vivente che esce dalla tomba, con tutti i segni della passione, rivela in sé la fecondità della sua vita e il modo in cui ha realizzato l’indissolubile unione nuziale con la sua sposa. Pertanto, quella tomba è talamo santo, luogo prezioso dell’amore, in cui l’uomo ha ritrovato la vita secondo il progetto antico del Padre: non a caso la sua icona spaziale nella comunità celebrante è l’altare dei divini misteri (L. Crociati, Alcune considerazioni dalla liturgia sul tema: rapporto tra mistero di Cristo e nozze, in R. Bonetti, Mistero pasquale e mistero nuziale, Roma 2003).