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In quel tempo, Giovanni Battista disse: “Voi stessi mi siete testimoni che ho detto: Non sono io il Cristo, ma io sono stato mandato innanzi a lui. Chi possiede la sposa è lo sposo; ma l’amico dello sposo, che è presente e ascolta, esulta di gioia alla voce dello sposo. Ora questa mia gioia è compiuta. Egli deve crescere e io invece diminuire”.

Colui che viene dall’alto è al di sopra di tutti; ma chi viene dalla terra appartiene alla terra e parla della terra. Chi viene dal cielo è al di sopra di tutti. Egli attesta ciò che ha visto e udito, eppure nessuno accetta la sua testimonianza; chi però ne accetta la testimonianza, certifica che Dio è veritiero. Infatti colui che Dio ha mandato proferisce le parole di Dio e lo Spirito senza misura. Il Padre ama il Figlio e gli ha dato in mano ogni cosa. Chi crede nel Figlio ha la vita eterna.

Che cosa dice il testo (LECTIO)

Poiché, secondo il racconto giovanneo, i primi seguaci di Gesù provengono dall’ambito del discepolato del Battista, prima o poi si dovrà affrontare una questione spinosa: a chi bisogna riconoscere la “leadership”? Chi seguire? La questione sembra divenire ineludibile allorché anche i discepoli di Gesù attuano una prassi battesimale, ed è quanto viene indicato nella discussione tra i discepoli del Battista ed un “giudeo” (cfr. Gv 3, 25s). Il conflitto sembrerebbe inevitabile, ma il Battista rompe il meccanismo della rivalità, della gelosia, e definisce in termini di priorità la propria relazione con Gesù che deve illuminare anche quella dei suoi discepoli con lui.

Egli si dichiara “amico dello sposo” (v. 29), cioè colui che non può legalmente avere diritto a prendere in nozze la sposa, se questa fosse rimasta vedova. Ancora più che l’umiltà del Battista, qui emerge la sua confessione cristologia: egli non è il Messia e non ha diritto al ruolo di sposo nei confronti del popolo (v. 28).

“E’ lo sposo che ha la sposa”, dirà più avanti (v. 29). Quanto a lui, è solo l’amico dello sposo, che,mentre si rallegra per la voce dello sposo, deve diminuire di fronte a lui, che deve invece aumentare. Il riferimento a questo “crescere” e “diminuire” è nel senso della fecondità del ministero del testimone e del Messia: a quest’ultimo spettano ormai i discepoli e a lui solo si deve la sequela.

Il ruolo di “amico dello sposo” è infatti soltanto subordinato, provvisorio, limitato, ma questo non gli toglie, poiché egli comunica con lo sposo nella gioia, quella gioia che caratterizza il tempo messianico, il tempo della pienezza, di cui è metafora il giorno delle nozze, giorno della gioia del cuore.

Il rapporto tra Giovanni, l’amico dello sposo, e Gesù, lo Sposo-Messia, vuole in definitiva sottolineare il mistero di Cristo, quale unico rivelatore e mediatore decisivo, poiché è il solo che viene dal cielo, cioè da Dio. Tutti gli altri sono rivelatori e mediatori storici, al servizio di colui che, unico, viene dall’alto e può mettere in comunione con Dio, con il cielo. E’ questa, in definitiva, la ragione ultima della gioia del Battista, ciò che gli dà la forza di privarsi dei suoi discepoli senza provare gelosia, ma anzi godendo quando essi si allontanano da lui per andare con Gesù.

Ringraziamo sul testo (MEDITATIO)

Siamo veramente grati a questo “amico dello sposo” e vorremmo riconoscerlo in tante persone generose che abbiamo incontrato. Un amico dello sposo è egli stesso dono di nozze: Giovanni testimonia il Messia-Sposo, colui che discende dal cielo. In che modo lo testimonia? Riconoscendo la sua voce che lo riempie di gioia. Allora può “mollare” non solo ciò per cui ha faticato, ma anche quelli che vedono solo lui, quelli che sono disposti a difenderlo contro tutti, perfino contro lo Sposo verso cui Giovanni è totalmente teso. E questo è il “diminuire”, cui egli aspira non per masochismo, ma per gioia: solo così egli è tra i primi invitati dello Sposo, solo così ha accesso alla gioia messianica. E è un esempio per tutti i “sostenitori” che sono spesso una disgrazia, perché non sono disposti a mollare le prerogative del loro capo, in cui si sono identificati.

Ma Giovanni è un modello anche per “amici dello sposo” più feriali, più quotidiani, eppure grazia e dono per gli sposi terreni: sono tutti quelli che lavorano a favore della relazione di coppia (quanti lavorano nei consultori cattolici per le difficoltà di coppia, le schiere silenziose dei confessori, le guide spirituali, gli operatori della pastorale familiare. Qui lo “sposo” è la relazione di coppia che “viene dall’alto”, in quanto è stata benedetta e consacrata nel sacramento del matrimonio.

Eppure, quando scopriamo le crisi più o meno devastanti, più o meno riconosciute, non è facile fare l’“amico dello sposo”: è molto più facile prendere partito, soffocare i segni di vita che pur ci sono in quel matrimonio che sembra scoppiato: è questo un azzerare la voce dello Sposo e privare i coniugi e se stessi della gioia della sua voce. Quando un amico dello sposo sta fermo sul buono della relazione, sulle sue risorse, anche quando sembrano quasi azzerate, lavora perché i due si capiscano e depongano la loro ostilità, allora sì riconosce la sua voce, percepisce che lui, lo Sposo messianico, è presente in quella relazione, la fa rinascere dal di dentro. E la gioia esplode per tutti.

Preghiamo (ORATIO)

Donaci un “amico dello sposo”, Signore. Quando siamo ai ferri corti, quando ciascuno si innamora delle proprie ragioni contro l’altro, donaci di cercare umilmente un “amico dello sposo” che ci riconduca alla Fonte da cui siamo partiti e ci faccia sentire con gioia la Sua voce!

Che cosa ha detto la Parola (CONTEMPLATIO)

Oh , come sono beati e benedetti quelli e quelle, quando fanno tali cose e perseverano in esse; perché riposerà su di essi lo Spirito del Signore e farà presso di loro la sua abitazione e dimora; e sono figli del Padre celeste del quale compiono le opere, e sono sposi, fratelli e madri del Signore nostro Gesù Cristo.

Siamo sposi, quando l’anima fedele si unisce al Signore nostro Gesù Cristo per virtù di Spirito Santo. Siamo suoi fratelli, quando facciamo la volontà del Padre che è nei cieli. Siamo madri, quando lo portiamo nel cuore e nel corpo nostro per mezzo del divino amore e della pura e sincera coscienza, lo generiamo attraverso le opere sante, che devono risplendere agli altri in esempio (Fonti francescane).

Mettere in pratica la Parola (ACTIO)

Oggi provate a dire grazie a tutti gli “amici dello sposo” che mettono a disposizione il loro tempo e la loro passione per aiutare le coppie.

PER LA LETTURA SPIRITUALE

Pensiamo alla missione nuziale di due sposi che sono chiamati a celebrare la nuzialità permanentemente, ventiquattro ore al giorno, perché la loro è liturgia nuziale: è liturgia nuziale portare il caffè a letto o berlo tutti e due, è liturgia nuziale preparare da mangiare, è liturgia nuziale andare a lavorare o restare a casa. Se sono sposato, non posso andare a lavorare come ci va uno che non è sposato. Io lavoro perché amo la donna che ho a casa, perché amo i figli che ho a casa. La mia motivazione non possono essere solo i soldi, anche se servono anche quelli. Se arrivo a casa e porto lo stipendio a fine mese, magari buttandolo sul tavolo con aria di sufficienza, ma non ho costruito famiglia, la mia è una semplice convivenza, ho costruito una mangiatoia. Se invece io, sposato, torno a casa la sera dopo aver lavorato tutto il giorno, torno stanco, ma più amante.

Gli sposi sono chiamati a celebrare la nuzialità, devono avere la devozione alla nuzialità, che significa devozione alla relazione come alla sostanza del vivere di coppia, una relazione che, in quanto intensa, si espanda ai figli. Diversamente gli sposi cadono in una sorta di meccanicismo: sono padri e madri perché sanno far funzionare gli organi genitali, ma non vivono la nuzialità che si espande. Nuzialità che si espande a tutto il vissuto, nuzialità che dà il colore alla casa, la casa che prende senso dalla nuzialità ( R. Bonetti , Dalla comunione alla missione: un cammino di nuzialità, in I. Beltramo – E. Beltramo , La Chiesa sposa, Cantalupa 2003).