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Dopo che Gesù fu assunto in cielo, gli apostoli ritornarono a Gerusalemme dal monte detto degli Ulivi, che è vicino a Gerusalemme quanto il cammino permesso in un sabato.

Entrati in città salirono al piano superiore dove abitavano. C’erano Pietro e Giovanni, Giacomo e Andrea, Filippo e Tommaso, Bartolomeo e Matteo, Giacomo di Alfeo e Simone lo Zelota e Giuda di Giacomo.

Tutti questi erano assidui e concordi nella preghiera, insieme con alcune donne e con Maria, la madre di Gesù e con i fratelli di lui.

Che cosa dice il testo (LECTIO)

L’episodio narrato segue l’ascensione di Gesù, con il ritorno dei discepoli in Gerusalemme. E’ un’icona della Chiesa, un riferimento ideale per ogni comunità cristiana. E’ una Chiesa che si trova in un clima più “di casa” che di tempio. Parlando di “piano superiore” (v. 13), il pensiero va al luogo in cui si è svolta l’Ultima Cena. E’ dunque una comunità che si raduna in un luogo che ricorda quello in cui Gesù offrì il senso della sua vita e della morte tramite il dono del pane e del vino.

Un altro aspetto particolarmente importante è la rappresentazione di una comunità in preghiera, secondo l’insistenza propria di Luca, definito giustamente l’evangelista della preghiera. E’ una preghiera frutto dell’obbedienza, poiché è Gesù che ha comandato loro di restare a Gerusalemme in attesa del dono dello Spirito (cfr. At 1,5). La preghiera è l’atteggiamento adeguato per il tempo dell’attesa!

La comunità che si ritrova a pregare è un luogo di fraternità, come viene qui sottolineato in modo molto chiaro (v. 14). Vi stanno insieme quattro tipi di persone: i Dodici, cui manca Giuda, non ancora sostituito da Mattia, alcune donne, i fratelli di Gesù e Maria, la madre di Gesù. Ognuno di loro è portatore di una storia diversa, che converge però nell’unica Chiesa, in attesa orante del dono dello Spirito. Se le loro storie passate potrebbero dividerli (basti pensare all’atteggiamento ambiguo dei parenti di Gesù durante la sua vita pubblica: cfr. Mc 3,31ss), li unisce invece lo sguardo proteso in avanti, verso l’unico Spirito che Gesù vuole donare loro. E’ questo il segreto vero della loro unità, altrimenti umanamente impossibile.

Infine un’attenzione particolare va a Maria, la madre di Gesù. Vi è un parallelismo suggestivo: il vangelo di Gesù comincia con Maria, e con lei comincia anche la Chiesa. Questo accostamento tra Maria e la Chiesa è un modo per collegare ancora una volta la Chiesa con Gesù.

Ringraziamo sul testo (MEDITATIO)

Tutte le volte in cui sentiamo parlare di “case” come luogo dove si rende visibile il Regno, siamo pieni di gioia, poiché noi famiglie ci troviamo chiamate quasi a fare i “padroni di casa”, quelli che aprono la porta, ospitano, quelli che rendono materialmente possibile questa esperienza del Regno. Qui si tratta della “prima casa dei tempi nuovi”, quelli in cui dobbiamo fare a meno della presenza fisica di Gesù, poiché lui è asceso al cielo, ma in cui siamo chiamati a stare insieme per attenderlo. E’ in un certo senso la “casa-madre”, preparata dalla preghiera di coloro che la abitano nella promessa discesa dello Spirito. Qui appunto non manca nessuno degli stati di vita: coniugati, ordinati, vergini, vedove; in una parola il popolo di Dio dei nuovi tempi, popolo chiamato a dilatarsi sulla faccia della terra e a rendere visibili i tempi ultimi, cioè i tempi in cui l’ultima parola non è quella della violenza della morte, ma quella dell’amore.

Ne traiamo due indicazioni per la nostra vita familiare.

La prima indicazione è che l’attesa del Signore che viene non può mai essere individualistica. In un’epoca in cui siamo sempre più sollecitati a pensare a noi stessi, a realizzare noi stessi, a trovare il modo di star bene noi singolarmente, siamo posti di fronte ad una casa “abitata”, casa riempita di incontri, di storie, magari di conflitti e di tensioni, ma siamo chiamati a stare insieme. Di questo “materiale” è fatta l’attesa, e nessuno può illudersi di prepararsi da solo, di attendere da solo, di essere pronto da solo.

La seconda indicazione è che siamo costretti a chiederci come mai il Signore risorto che ordina “di attendere che si adempisse la promessa del padre” (At 1,4) sia così interessato al nostro stare assieme. Forse è perché lì nasce la preghiera non disincarnata, non sentimentale consolatoria, come potrebbe diventare quando mi chiudo nella mia camera a parlare con il “mio” (comodo e accomodante) Signore. La preghiera si nutre dei frutti, allora dolorosi e faticosi, del nostro abitare insieme, del nostro scambio, del nostro salutarci, del nostro preparare la comunità.

Preghiamo (ORATIO)

Che il nostro allegro o ostinato, facile o faticoso, disinteressato o calcolato, abitare insieme abbia te come centro, Signore! Come potevamo, se no, noi di casa, continuare a volerci bene, nonostante le diversità? E soprattutto come potremo, se no, lasciar entrare tutti quelli che ci fanno il dono di voler condividere la fede?

Scendi nelle nostre case, Signore, e fa’ saltare tutti gli allarmi che pretendono di garantirci lasciandoci soli! E fa’ che visitiamo le case altrui come pellegrini che vogliono di nuovo ogni volts incontrarti!

Che cosa ha detto la Parola (CONTEMPLATIO)

Madre amata, meditando queste parole di Gesù, ho capito quanto era imperfetto il mio amore per le sorelle: mi sono resa conto che non le amavo come le ama il buon Dio. Ah, ora capisco che la carità perfetta consiste nel sopportare i difetti altrui, non stupirsi assolutamente delle loro debolezze, edificarsi nei minimi atti di virtù che si vedono praticare; ma soprattutto ho capito che la carità non deve affatto restare chiusa in fondo al cuore: “Nessuno”, ha detto Gesù, “accende una fiaccola per metterla sotto il moggio, ma la mette sul candeliere, affinché illumini tutti quelli che sono nella casa” (Mt 5,15). Mi sembra che questa fiaccola rappresenti la carità che deve illuminare, rallegrare non solo coloro che mi sono più cari, ma tutti coloro che sono nella casa, nessuno eccettuato (Teresa di Gesù Bambino, Opere complete, Città del Vaticano 1997).

Mettere in pratica la Parola (ACTIO)

Sostenete o incoraggiate ogni iniziativa parrocchiale (di quartiere, condominiale, ecc.) che apre le vostre case e vi permette di costruire un piccolo passo comune.

PER LA LETTURA SPIRITUALE

Più volte gli Atti degli Apostoli ricordano che nelle case i primi cristiani si ritrovano per pregare, per spezzare il pane e per condividere l’ascolto della Parola. L’impronta della Chiesa dei primi secoli è fortemente familiare, è una Chiesa che è quasi priva di organizzazione, ma che è ricca di comunione, è una Chiesa che ha una scarsa efficienza organizzativa, ma ha una grande efficacia testimoniante perché è “una Chiesa di casa”, vicina alla vita quotidiana delle persone.

La Chiesa in questo momento ha bisogno di “tornare a casa”, cioè di ripartire dalla Chiesa domestica. Potrebbe anche essere rischioso questo ritorno a casa della Chiesa, se lo si intende come un chiudersi in casa; l’Amore è fatto per espandersi, non è fatto per restare chiuso in una parrocchia, nemmeno in una diocesi.

Il disegno di Dio, che è un disegno di salvezza per tutti, spinge l’orizzonte sempre più in là, perché la chiusura è la morte dell’amore, la chiusura è negazione della salvezza. E’ lo stesso dinamismo che porta la coppia a fare famiglia, ad allargarsi ai figli: guai se l’amore si chiude tra la coppia, diventa sterile. Guai se la famiglia si chiude in se stessa: le relazioni alla fine si impoveriscono. La casa può anche diventare una prigione. La famiglia, per essere davvero esperienza e scuola d’amore, deve aprirsi alla Chiesa più grande, alla comunità.

Ma nemmeno la Chiesa può chiudersi in se stessa. Deve aprirsi al mondo; è sale che dà sapore al mondo, è lievito che fa crescere nel mondo il Regno (cfr. Mt 5,13; Lc 13,20s). Gli orizzonti devono dilatarsi continuamente, ma la Chiesa ha bisogno di ritornare in casa proprio per ritrovare se stessa, per ritrovare il modo efficace di diffondere l’amore e di costruire quelle relazioni che tessono la comunione, e non semplicemente di moltiplicare iniziative e di creare organizzazione (S. Nicolli, La casa cantiere di santità, Roma 2004).