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Voi, mogli, state sottomesse ai vostri mariti perché, anche se alcuni si rifiutano di credere alla Parola, vengano dalla condotta delle mogli, senza bisogno di parole, conquistati considerando la vostra condotta casta e rispettosa.

Il vostro ornamento non sia quello esteriore, capelli intrecciati, collane d’oro, sfoggio di vestiti; cercate piuttosto di adornare l’interno del vostro cuore con un’anima incorruttibile piena di mitezza e di pace: ecco ciò che è prezioso davanti a Dio. Così una volta si ornavano le sante donne che speravano in Dio; esse stavano sottomesse ai loro mariti, come Sara che obbediva ad Abramo, chiamandolo signore. Di essa siete diventate figlie, se operate il bene e non vi lasciate sgomentare da alcuna minaccia.

E ugualmente voi, mariti, trattate con riguardo le vostre mogli, perché il loro corpo è più debole, e rendete loro onore perché partecipano con voi della grazia della vita: così non saranno impedite le vostre preghiere.

E finalmente siate tutti concordi, partecipi delle gioie e dei dolori degli altri, animati da affetto fraterno, misericordiosi, umili; non rendete male per male, né ingiuria per ingiuria, ma, al contrario, rispondete benedicendo; poiché a questo siete stati chiamati per avere in eredità la benedizione.

Che cosa dice il testo (LECTIO)

Contro le tesi dell’eresia gnostica che proclamavano il superamento dell’etica familiare e l’affrancamento della donna da ogni vincolo di sottomissione, l’autore della Prima Lettera di Pietro ribadisce l’importanza della sottomissione nella realtà familiare e si rivolge innanzi tutto alle donne affinché siano sottomesse ai loro mariti. Verosimilmente è l’intento polemico contro queste idee, disgregatrici della famiglia, a motivare l’insistenza talora eccessiva sulla necessità della sottomissione.

La lettera chiarisce poi questo concetto di sottomissione attraverso alcuni tratti qualificanti: un timore che ha la sfumatura del rispetto, più che della soggezione (v. 2), la castità di condotta (v. 2), l’assenza di vanità (v. 3), la mitezza, la capacità di creare pace (v. 4), l’obbedienza fatta di rispetto profondo e soprattutto di zelo nel compiere il bene (v. 6). Quest’ultimo versetto richiama le mogli cristiane agli insigni esempi di virtù delle sante spose dell’antica alleanza. Di esse esalta in particolare la speranza riposta in Dio, che alimentava la loro fiduciosa attesa del compimento delle promesse.

Alla fine precisa quale deve essere il comportamento dei mariti verso le loro mogli (v. 7). Il testo è debitore, in parte, delle concezioni maschiliste dell’epoca, ma sottolinea un elemento decisivo, che deve fondare il rispetto del marito cristiano verso la moglie: il sapere che ella partecipa con lui della grazia della vita. Non si tratta solo di sperimentare il dono di essere tramite della vita per i figli, ma di sapere che la vita divina è donata ad entrambi e sfocia in una speranza eterna.

Il passo si conclude (vv. 8s) con un’esortazione alla benevolenza verso tutti gli uomini, compresi nemici. E’ una sorta di progetto globale di vita, dove l’amore gratuito di Dio, sperimentato dal cristiano, diventa stile di misericordia, di fraternità e di perdono.

Ringraziamo sul testo (MEDITATIO)

“Leggerei anche, qualche volta, uno di quei libri di spiritualità che mia moglie mi propina”, diceva un marito, “ma è lei che me li passa già sottolineati, con note a margine, come se volesse farmi capire esattamente quello che vuole lei. Ho come l’impressione che lei sottolinei non per sé, ma per me, per istruirmi”. Se volessimo chiedere a lei spiegazione di simile comportamento, lei risponderebbe: “Lo faccio per il suo bene! E’ giusto che lui condivida con me quello che io ho capito, altrimenti che dialogo c’è fra noi?”. E così lei aumenterà il suo “accanimento spirituale” nei confronti del marito, con l’intento di “convertirlo” (così si espresse una sposa!). E lui si sottrarrà sempre di più alle istruzioni di lei, mostrando indifferenza e chiusura ai valori religiosi.

La Prima Lettera di Pietro è molto più saggia, eppure ha lo stesso scopo: conquistare quelli che “si rifiutano di credere alla Parola” (v. 1). La sposa di cui abbiamo parlato crede che tocchi a lei “conquistare” il marito alla fede e si agita per istruirlo: la sposa della Prima Lettera di Pietro sta al suo posto e, come testimonianza di fede, porta semplicemente una “condotta casta e rispettosa”

(v. 2); lei sa bene che il cammino di fede del marito non è nelle sue mani; anzi, sa che proprio la pace del suo comportamento, l’abbandono ai piani di Dio, la rinuncia ad essere suscettibile e giudicante, porteranno lo sposo, con i suoi tempi, ad avvicinarsi a Dio. Un simile sposo potrà un giorno dire: “Colui che dona tanta pace e tanta fiducia alla mia sposa può essere cercato e conosciuto anche da me. In altre parole, trasmettersi la fede tra coniugi è una questione anzitutto di rispetto, di non potere, di non violenza.

Ma tante volte, troppe, è proprio il rispetto (reciproco!) che viene a mancare nella nostra ansia di “fare il bene”, nella nostra pretesa sicurezza di indirizzare l’altro verso i “nostri” sentieri.

Preghiamo (ORATIO)

O Signore, tutte le volte in cui io coniuge credo di conoscere il tutto della relazione d’amore che ci lega e lo spiego all’altro, non mi accorgo che non gli do solamente la mia intelligenza dei fatti o il mio sapere psicologico, ma gli do un’istruzione o un ordine che sbilancia la relazione.

Insegnaci allora a percorrere la strada petrina della sottomissione e della saggezza che conquista dal profondo del cuore, rispettando il mistero della relazione d’amore.

Che cosa ha detto la Parola (CONTEMPLATIO)

Niente davvero unifica così la nostra esistenza come l’amore di un uomo e di una donna: per questo molti impugnano anche le armi, per questo rimettono anche la vita. Per questo non semplicemente né a caso si prese molta cura di questo fatto Paolo dicendo: “Mogli, siate sottomesse ai vostri mariti come al Signore”

Perché mai? Perché, se questi sono concordi, anche i figli sono bene allevati, i domestici sono disciplinati, i vicini, gli amici e i parenti gustano questo profumo; se avviene il contrario, tutto è sconvolto e confuso. E come quando i comandanti sono in pace l’un con l’altro tutto è in ordine, mentre quando essi sono turbati tutto è sottosopra, così anche qui (Giovanni Crisostomo, Omelia XX sulla Lettera agli Efesini).

Mettere in pratica la Parola (ACTIO)

Traducete nella vostra vita coniugale questa Parola che ci invita a conquistare l’altro senza il bisogno delle nostre parole.

PER LA LETTURA SPIRITUALE

L’incontro personale è “scintilla” ed evento di libertà. Pertanto questa “natura personale” deve essere oggetto di scelta, di autodeterminazione. Nell’atto stesso dell’accadere/accendersi chiede e provoca la “scelta”, la decisione delle singole persone. Dal regno “animale” si passa al regno “personale” della libera scelta.

Ciò significa da subito “prendere posizione” davanti alla persona. Divenire persona è accogliere la presenza dell’altra persona, senza essere stati noi ad averla posta/creata. Ne accogli la presenza ed entri in relazione con essa senza “possederla”. La persona incontrata non è “nostra” creatura; incontrarla è un trovarsi in faccia di lei come quella che “cor-risponde” a me prima di me e che io neppure conoscevo/sapevo e che adesso “riconosco” per me e che io devo mantenere “distinta” da me per relazionarmi a lei.

Una persona non va posseduta, né può essere trasformata in “possesso” oggettuale. In questo sta anche parte della proibizione ingiunta di mangiare dell’albero della conoscenza.

Non si può varcare il mistero della creazione: questo spetta in assoluto a Dio. L’uomo può riconoscerla, metterle persino nome, ma non può fondarla, né manipolarla. Può solo accoglierla: nell’accoglienza sta la relazione e la realizzazione della relazione. In questo sta il “paradiso”: nella massima intesa personale, che rende gioiosa e libera anche la nudità del proprio essere, anche la nudità posta ed esposta all’altro, che mette nome senza ghermire, riconoscendo la realtà trovata e incontrata così a misura per sé.

Il giorno in cui l’uomo caccerà la mano per carpire l’origine e la determinazione del frutto, della persona posta accanto, proprio allora si viene cacciati dal “paradiso”, dalla festa dell’essere in relazione (G. Mazzanti, Teologia sponsale e sacramento delle nozze, Bologna 2004).