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Giacobbe stava ancora parlando con i pastori, quando arrivò Rachele con il bestiame del padre, perché era una pastorella. Quando Giacobbe vide Rachele, figlia di Labano, fratello di sua madre, insieme con il bestiame di Labano, fratello di sua madre, Giacobbe, fattosi avanti, rotolò la pietra dalla bocca del pozzo e fece bere le pecore di Labano, fratello di sua madre. Poi Giacobbe baciò Rachele e pianse ad alta voce. Giacobbe rivelò a Rachele che egli era parente del padre di lei, perché figlio di Rebecca. Allora ella corse a riferirlo al padre.

Quando Labano seppe che era Giacobbe, il figlio di sua sorella, gli corse incontro, lo abbracciò, lo baciò e lo condusse nella sua casa. Ed egli raccontò a Labano tutte le sue vicende. Allora Labano gli disse: “Davvero tu sei mio osso e mia carne!”. Così dimorò presso di lui per un mese.

Poi Labano disse a Giacobbe: “Poiché sei mio parente, mi dovrai forse servire gratuitamente? Indicami quale deve essere il tuo salario”. Ora Labano aveva due figlie; la maggiore si chiamava Lia e la più piccola si chiamava Rachele. Lia aveva gli occhi smorti, mentre Rachele era bella di forme e avvenente di aspetto, perciò Giacobbe amava Rachele. Disse dunque: “Io ti servirò sette anni per Rachele, tua figlia minore”. Rispose Labano: “Preferisco darla a te piuttosto che a un estraneo. Rimani con me”.

Così Giacobbe servì sette anni per Rachele: gli sembrarono pochi giorni tanto era il suo amore per lei.

Che cosa dice il testo (LECTIO)

Il racconto dell’incontro tra Giacobbe, il fuggiasco, e Rachele, la sua futura sposa prediletta, si inserisce in una complessa trama di eventi che hanno la funzione di mostrare come Giacobbe sia portatore di una promessa che non verrà meno. Le vicende si dipanano in modo piuttosto tortuoso, tra furbizie, inganni, amori, delusioni, successi, in cui Giacobbe è insieme protagonista e vittima.

Egli è fuggito presso Labano per sottrarsi all’ira del fratello Esaù, da lui frodato. All’inizio del nostro brano si ha una scena di concordia e di caldi affetti familiari, che lasceranno successivamente posto a più amare esperienze, quando Giacobbe scoprirà che dietro a tanto calore c’è ancora raggiro e ricerca del proprio tornaconto da parte del parente Labano. Eppure il lettore, proprio da ciò, deve trarre un preciso messaggio: Dio scrive un suo progetto di salvezza anche nella storia di famiglie che non sono certo perfette ed esemplari!

La storia dell’amore che sboccia tra Giacobbe e Rachele ha come scenario il pozzo, che è uno dei simboli più cari alla Scrittura, poiché la sua acqua sgorga limpida dal mistero della terra, disseta, dà vita e distribuisce fertilità. Il pozzo non è come le cisterne, dove le acque ristagnano e possono diventare maleodoranti. Il pozzo è fonte di acqua viva, che non cessa di zampillare e che continuamente si rinnova. Trovare nel deserto un pozzo è vivere, scavare pozzi è far vivere, sedersi al pozzo è cercare e ascoltare la sorgente della vita. Ecco perché la donna della propria vita viene incontrata “al pozzo” e perché lei stesa è pozzo d’acqua viva.

L’impulsivo Giacobbe quasi usurpa il diritto matrimoniale, baciando subito Rachele, prima che siano stipulati i patti nuziali con la famiglia di lei. E’ segno di un amore che ha catturato il cuore del giovane e che renderà leggeri i suoi lunghi anni di servizio per pagare la dote della sposa al padre di lei, Labano: “Servì sette anni per Rachele: gli sembrarono un solo giorno tanto era il suo amore per lei (v. 20)”. Sette anni erano un prezzo alto, il massimo consentito dalla legge di Dt 15, 12ss. per un lavoro coatto alle dipendenze di un altro; ebbene il valore dell’amore è tale che non conosce prezzo. E’ quanto afferma anche il Cantico dei Cantici, quando dice: “Se uno desse tutte le ricchezze della sua casa in cambio dell’amore, non ne avrebbe che dispregio” (Ct 8, 7).

Ringraziamo sul testo (MEDITATIO)

Labano è un suocero difficile da sopportare, anche ambientato nei diritti matrimoniali dell’epoca, secondo cui era giusto e legittimo “pagare” la sposa al padre, con un sottinteso, e forse inconsapevole, sprezzo verso la donna che passava dalla proprietà del padre a quella del marito. Il suocero alza il prezzo: sette anni di lavoro per “guadagnarsi” la sposa; poi però Giacobbe viene ingannato e avrà la bella Rachele soltanto dopo altri sette anni di lavoro gratuito (Gen 29, 26s.). Labano appare dunque un uomo esoso ed inaffidabile, anche se, all’inizio, si era mostrato accogliente e pieno di interesse per le vicende del futuro genero. Eppure nel testo non c’è traccia di mancanza di rispetto o di disprezzo da parte del giovane Giacobbe verso il calcolatore Labano.

E’ vero, Giacobbe stesso aveva perpetrato inganni ai danni del fratello Esaù e aveva estorto la benedizione al vecchio padre Isacco e per questo ora è fuggitivo, assolutamente povero e costretto a chiedere ospitalità; ma sappiamo bene come noi uomini spesso agiamo: chiudiamo gli occhi sui nostri errori e li spalanchiamo su quelli degli altri, puntando il dito con tanto più rigore quanto più gli altri ci...assomigliano. Giacobbe, invece, non disprezza il padre di colei che ama. Eppure pare un tipo passionale, dalle idee chiare e straordinariamente forte: rotola da solo la pietra del pozzo per far abbeverare il bestiame di Rachele e, contro ogni prudenza, la bacia e piange con lei le sue disgrazie; egli non è quindi un passivo, un debole, un vigliacco.

Che cosa possiamo capire da questa lettura per la nostra vita di coppia? Oggi la letteratura scientifica osserva che, quando due si mettono assieme, dietro di loro si incontrano due “stirpi”, due storie, due modi di pensare e di intendere il mondo, anche se i due sono dello stesso paese e magari le due famiglie si conoscono da quando loro erano bambini. Ed è proprio questa “diversità” di stili familiari che spesso fa lanciare accuse ai danni dell’altro/a, come ben sappiamo quando urliamo: “I tuoi!”, elencando i loro difetti, come se quel “i tuoi!” fosse un grido di guerra. E l’altro/a si trova incolpato per ciò che fanno i “suoi”, come se i comportamenti dei suoi genitori, che sono suoceri per l’altro, fossero una sorta di peccato da scontare e di errori da rimediare. E magari gli errori e gli inganni, come nel caso di Labano, ci sono! Ne ricaviamo due sollecitazioni etiche: mai mancare di rispetto ai genitori di lui/lei, qualunque cosa abbiano fatto, e soprattutto mai incolpare il coniuge per ciò che essi hanno fatto o fanno.

Preghiamo (ORATIO)

Signore, tu lo sai, abbiamo l’accusa facile, e tanto più facile quanto più ci riteniamo nel giusto. E così buttiamo macerie sulla nostra relazione di coppia, poiché l’altro/a si sente tirato per i capelli a difendere i “suoi”, aumentando così il livore del coniuge.

Signore, ti preghiamo che mai le parole roventi “i tuoi”, “i miei” circolino tra noi come insane accuse. Insegnaci, Signore, a “onorare” quel padre e quella madre che sono il suocero e la suocera; insegnaci anche a compatirli, ma mai a gettarli come ipoteche sulla testa del coniuge!

Permetti, Signore, che impariamo un’altra “lingua”, nei nostri momenti di intimità, chiamando “i nostri” quei quattro genitori da cui proveniamo, magari mettendoceli “assieme” sulle spalle, per portarne insieme il peso!

Che cosa ha detto la Parola (CONTEMPLATIO)

Un fratello chiese ad abba Poimen: “Perché non riesco ad essere libero nel dire agli anziani i miei pensieri?”. Gli rispose l’anziano: “Abb Giovanni il Nano ha detto: Di nessuno il Nemico si rallegra tanto, come di chi non rivela i propri pensieri” (I Padri del deserto, Detti editi e inediti, Magnano 2002, 32).

Mettere in pratica la Parola (ACTIO)

Pronuncia una frase di rispetto all’indirizzo dei tuoi suoceri, in presenza del coniuge: sarà uja boccata di ossigeno per la vostra coppia.

PER LA LETTURA SPIRITUALE

Ma nessun figlio conosce del tutto i propri genitori. Se accede al matrimonio con una simile convinzione, probabilmente vi rimarrà incollato; una conoscenza “adulta” dei propri genitori, invece, è condizione per il “lasciare il padre e la madre” (Gen 2, 24).

Quando il figlio diventa adulto, si accorge che i genitori non sono centrati su di lui, che essi hanno una loro vita sia di coppia sia individuale, che egli non li conosce a memoria: si mette, cioè, nell’atteggiamento di ri-conoscerli, conoscerli di nuovo come persone con un loro mistero. Questo è propriamente lo svincolo che lo rende adulto: non ha più bisogno della loro totale approvazione, né ha bisogno di opporsi a loro. E’ proprio questo “conoscerli di nuovo” che lo aiuta a prendere distanze buone: si permette, per certi aspetti, di deluderli, di non essere proprio secondo l’immagine che si sono fatti di lui, si permette di trovare la propria strada, paragonandone i costi in proprio e accettandone i rischi, senza pretendere che loro siano sempre l’ombrello presso cui rifugiarsi, e rinunciando alle proprie attese infantili che loro siano sempre pronti a sorreggerlo, a sopperire alle sue mancanze, a pagare i suoi debiti.

Questo conoscerli in modo nuovo è un ri-conoscerli: un processo che dalla nuova conoscenza lo conduce alla riconoscenza, cioè alla gratitudine per come, nonostante le loro fatiche e i loro limiti, essi hanno camminato nella vita. Li restituisce alla loro “fatica di vivere”, li perdona per ciò che non sono stati e accetta senza sentirsene schiacciato i debiti di gratitudine: hanno fatto quello che hanno potuto! E questo lo riempie di rispetto, anche in presenza di ferite e perfino di ingiustizie, poiché scopre in essi un’orma dell’amore del Padre. E’ pronto per capire il senso vero di “onora il padre e la madre” (R. Bonetti – P. Rota Scalabrini – M. Zattoni – G. Gillini, Innamorati e fidanzati. Cammini di autoformazionwe, Cinisello Balsamo 2003, 86s.).