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In quei giorni, Raguele abbracciò Tobia e pianse. Poi gli disse: “Sii benedetto, figliolo! Sei il figlio di un ottimo padre. Che sventura per un uomo giusto e largo di elemosine essere diventato cieco!”. Si gettò al collo del parente Tobia e pianse. Pianse anche la moglie Edna e pianse anche la loro figlia Sara. Poi egli macellò un montone del gregge e fece loro una calorosa accoglienza.

Si lavarono, fecero le abluzioni e, quando si furono messi a tavola, Tobia disse a Raffaele: “Fratello Azaria, domanda a Raguele che mi dia in moglie mia cugina Sara”. Raguele udì queste parole e disse al giovane: “Mangia, bevi e sta’ allegro per questa sera, poiché nessuno all’infuori di te, mio parente, ha il diritto di prendere mia figlia Sara, come del resto neppure io ho la facoltà di darla ad un altro uomo all’infuori di te, poiché tu sei il mio parente più stretto. Però, figlio, voglio dirti con franchezza la verità. L’ho data a sette mariti, scelti tra i nostri fratelli, e tutti sono morti la notte stessa delle nozze. Ora mangia e bevi, figliolo; il Signore provvederà”. Ma Tobia disse: “Non mangerò affatto né berrò, prima che tu abbia preso una decisione a mio riguardo”. Rispose Raguele: “Lo farò! Essa ti viene data secondo il decreto del libro di Mosè e come dal cielo è stato stabilito che ti sia data. Prendi dunque tua cugina, d’ora in poi tu sei suo fratello e lei tua sorella. Ti viene concessa da oggi per sempre. Il Signore del cielo vi assista questa notte, figlio mio, e vi conceda la sua misericordia e la sua pace”.

Raguele chiamò la figlia Sara e quando essa venne la prese per mano e l’affidò a Tobia con queste parole: “Prendila; secondo la legge e il decreto scritto nel libro di Mosè ti viene concessa in moglie. Tienila sana e salva e conducila da tuo padre. Il Dio de cielo vi assista con la sua pace”. Chiamò poi la madre di lei e le disse di portare un foglio e stese il documento di matrimonio, secondo il quale concedeva in moglie a Tobia la propria figlia, in base al decreto della legge di Mosè. Dopo di ciò cominciarono a mangiare e bere.

Che cosa dice il testo (LECTIO)

Questa lettura è presa dal libro di Tobia. Si tratta di uno scritto sapienziale pensato per quegli ebrei che vivevano in diaspora e che non potevano quindi contare sull’appoggio materiale e soprattutto sul sostegno spirituale di altri fratelli nella fede per distinguersi dagli altri popoli. Questa posizione separatista che il libro di Tobia condivide con altri testi biblici come Esdra o Neemia o lo stesso libro della Genesi (cfr. il cap. 24), non è però unanimemente accettata dalla Scrittura: basti pensare al libro di Rut, dove la protagonista femminile, pur essendo una moabita, è modello di fede e antenata di Davide. D’altra parte la preoccupazione di conservare la propria identità in un contesto sociale di forte minoranza, fa comprendere come per le famiglie in diaspora diventasse particolarmente importante che i propri figli sposassero donne ebree: sia perché l’appartenenza al popolo è assicurata dalla donna (è ebreo solo il figlio di madre ebrea), sia per preservare più facilmente i valori morali e di fede della propria esperienza religiosa. In questo le parole dell’angelo Azaria e del futuro suocero concordano.

Il nostro brano presenta Tobia che, accompagnato da Azaria (l’arcangelo Raffaele, non ancora riconosciuto come tale), giunge alla casa del parente Raguele. Qui viene imbandito un banchetto offerto in segno di ospitalità per i due viandanti, durante il quale Tobia esprime la sua decisione di prendere in moglie la giovane Sara, in quanto ragazza che corrisponde ai criteri del suo progetto matrimoniale.

L’attenzione del testo va, in particolare, al fatto che il tutto si compie in una stretta osservanza della legge di Mosè per quanto riguarda il matrimonio (vv. 12.14). Altro aspetto affiorante del testo è quello dell’importanza della preghiera (qui preghiera di benedizione) con cui il credente, e tanto più la coppia credente, sperimenta la misericordia e la pace del Signore. Il volto di Dio che emerge dal testo è quello di un Dio vicino, fedele alle proprie promesse, pronto a soccorrere chi confida sinceramente in lui. Appunto a questa fedeltà può la coppia attingere forza nelle difficoltà del suo cammino.

Ringraziamo sul testo (MEDITATIO)

Ai nostri orecchi appare davvero un po’ strana questa “domanda di matrimonio”: Tobia chiede Sara in moglie al futuro suocero, non solo scongiurandolo, ma quasi ricattandolo: “Non mangerò affatto né berrò...” (v. 12), cioè non ti permetterò di eseguire i tuoi doveri di ospitalità verso un lontano parente che viene da un lungo viaggio. Suona strano, dicevamo, perché ai nostri orecchi “laici” e postmoderni uno appartiene solo a se stesso, e dunque Tobia avrebbe dovuto contare solo sul sì di Sara. Ma in fondo sbagliamo, non solo perché i costumi e le usanze contestuali al libro di Tobia sono patriarcali e assai diversi dai nostri; ma sbagliamo anche per un altro motivo, per così dire antropologico e psicologico: nessuno può presumere di appartenere solo a se stesso! Forse l’angelo ha qualcosa da dire anche a noi: nell’incontro tra un uomo (Tobia) e una donna (Sara) si incontrano due storie e due attese.

Due storie: fossero anche, quanto alle famiglie di origine, dello stesso paese e vicine di casa, i due che si uniscono in matrimonio rappresentano quelle che oggi la letteratura psicologica chiama due stirpi. Essi appartengono a due generazioni familiari, due modi di vedere il mondo, due abitudini, due significati codificati e spesso dati per scontati.

In fondo ha ragione Raguele: “Come dal cielo è stato stabilito che ti sia data” (v. 12). C’è un disegno nell’incontro di queste due storie, c’è un progetto nell’incontro di queste due diverse generazioni. Non nel senso banale e meccanicistico che Dio vi ha fatti incontrare, ma nel senso che le vostre due attese, lungo le vie e le tappe del vostro volervi bene, sono ricamate da Dio con i fili delle vostre scelte. Quando due giungono a dirsi di sì, sperimentano che “non hanno fatto tutto loro”, ma un ricamo d’amore li ha guidati.

In questo, come dice il papà-suocero Raguele, Dio porta a compimento la sua benedizione. Solo l’amore eterno eppure vicinissimo (il Dio di Abramo...dei nostri parenti più prossimi nella fede) può fare un simile ricamo che realizzi e dia concretezza ai sogni di due vite.

Preghiamo (ORATIO)

O Signore della Vita, adempi in noi la tua benedizione.

Tu che ci hai visto crescere nel seno di una donna,

tu che ci sei stato accanto nelle nostre fatiche di figli in crescita,

tu che ci hai sostenuto nella decisione di lasciare il padre e la madre per unirci alla donna/all’uomo

della nostra giovinezza,

tu che rendi fecondo il nostro amore secondo strade che oggi non conosciamo ancora,

benedici e assumi nelle tue nozze con la Chiesa

le nostre nozze:

e il mondo possa vedere nel nostro amore

una scintilla del tuo Amore.

Che cosa ha detto la Parola (CONTEMPLATIO)

La giovane donna che è vissuta ritirata per tutto il tempo, senza mai aver visto lo sposo, sin dal primo giorno lo desidera e lo ama come il proprio corpo; l’uomo, senza averla mai vista, senza mai aver conversato con lei, anche lui sin dal primo giorno la preferisce a tutti gli altri: agli amici, ai familiari e agli stessi genitori. I genitori a loro volta, vedendo che la figlia viene portata via di casa, non rammentando la convivenza familiare, non soffrono, né si sentono afflitti, ma sono perfino riconoscenti: ritengono cosa ben desiderabile vedere che la figlia viene condotta via di casa e molte ricchezze insieme a lei. La nuova condizione acquista un vincolo di coesione maggiore di quella del tempo trascorso insieme alla famiglia; Paolo, prendendo atto che ciò non è dell’uomo, ma che Dio ha seminato tali amori e ha disposto che sia coloro che concedono, sia coloro che sono dati in matrimonio facessero ciò con gioia, esclama: “Questo mistero è grande” (Ef 5, 32). E, cosa che capita ai fanciulli, come il neonato dall’aspetto riconosce subito i genitori prima ancora di parlare, allo stesso modo anche lo sposo la sposa; senza che alcuno li abbia spinti all’unione, esortati o consigliati, al primo sguardo si uniscono l’uno all’altro. E’ un fatto veramente grande e anche umano; ma quando mi avvedo che la stessa cosa si verifica per Cristo e per la Chiesa, allora ne resto meravigliato. Perciò, dopo aver detto: “Questo mistero è grande”, l’Apostolo ha aggiunto: “Ma io lo dico riferendomi a Cristo e alla Chiesa”. Pertanto, conosciuto quale grande mistero è il matrimonio e figura di quale grande cosa, non decidere né alla leggera, né avventatamente e neppure ricercare, stando per sposarti, abbondanza di ricchezze: il matrimonio è da ritenersi non una compravendita, ma una comunione di vita (Giovanni Crisostomo, Elogio di Massimo).

Mettere in pratica la Parola (ACTIO)

Portate con voi nella ferialità del quotidiano la consapevolezza che il Dio di Abramo, il Dio di Isacco, il Dio di Giacobbe è con voi coppia; egli vi unisce e adempie in voi la sua benedizione anche quando separatamente respirate, camminate e agite nel mondo.

PER LA LETTURA SPIRITUALE

Nessuno dei viventi, tranne l’uomo, è stato creato “ad immagine e somiglianza di Dio”. La paternità e la maternità umane, pur essendo “biologicamente simili” a quelle di altri essere in natura, hanno in sé in modo essenziale ed esclusivo una “somiglianza” con Dio, sulla quale si fonda la famiglia, intesa come comunità di vita umana, come comunità di persone unite nell’amore.

Alla luce del Nuovo Testamento è possibile intravedere come “il modello originario della famiglia vada ricercato in Dio stesso”, nel mistero trinitario della sua vita. Il “Noi” divino costituisce il modello eterno del “noi” umano, di quel “noi” innanzi tutto che è formato dall’uomo e dalla donna, creati ad immagine e somiglianza divina. Le parole del libro della Genesi contengono quella verità sull’uomo a cui corrisponde l’esperienza stessa dell’umanità. L’uomo è creato sin “dal principio” come maschio e femmina: la vita dell’umana collettività, delle piccole comunità come dell’intera società, porta il segno di questa dualità originaria. Da essa derivano la “mascolinità” e la “femminilità” dei singoli individui, così come da essa ogni comunità attinge la propria caratteristica ricchezza nel reciproco completamento delle persone. A ciò sembra riferirsi il passo del libro della Genesi (1, 27): “Maschio e femmina li creò”. Questa è anche la prima affermazione della pari dignità dell’uomo e della donna: ambedue, ugualmente, sono persone. Tale loro costituzione,, con la specifica dignità che ne deriva, definisce sin “dal principio” le caratteristiche del bene comune dell’umanità i ogni dimensione e ambito di vita. A questo bene comune ambedue, l’uomo e la donna, recano il contributo loro proprio, grazie al quale si ritrova, alle radici stesse della convivenza umana, il carattere di comunione e di complementarietà (Giovanni Paolo II, Lettera alle famiglie del 2 febbraio 1994, n. 6).