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In quel tempo, Gesù disse a colui che l’aveva invitato: “Quando offri un pranzo o una cena, non invitare i tuoi amici, né i tuoi fratelli, né i tuoi parenti, né i ricchi vicini, perché anch’essi non ti invitino a loro volta e tu abbia il contraccambio. Al contrario, quando dai un banchetto, invita poveri, storpi, zoppi, ciechi; e sarai beato perché non hanno da ricambiarti. Riceverai infatti la tua ricompensa alla risurrezione dei giusti”.

Uno dei commensali, avendo udito ciò, gli disse: “Beato chi mangerà il pane nel Regno di Dio!”. Gesù rispose: “Un uomo diede una grande cena e fece molti inviti. All’ora della cena, mandò il suo servo a dire agli invitati: Venite, è pronto. Ma tutti, all’unanimità, cominciarono a scusarsi. Il primo disse: Ho comprato un campo e devo andare a vederlo; ti prego, considerami giustificato. Un altro disse: Ho comprato cinque paia di buoi e vado a provarli; ti prego, considerami giustificato. Un altro disse: Ho preso moglie e perciò non posso venire. Al suo ritorno il servo riferì tutto questo al padrone. Allora il padrone di casa, irritato, disse al servo: Esci subito per le piazze e per le vie della città e conduci qui poveri, storpi, ciechi e zoppi. Il servo disse: Signore, è stato fatto come hai ordinato, ma c’è ancora posto. Il padrone allora disse al servo: esci per le strade e lungo le siepi, spingili a entrare, perché la mia casa si riempia”.

Che cosa dice il testo (LECTIO)

Nella parabola degli invitati al grande banchetto vi è una forte insistenza sull’urgenza dell’invito e sulle scuse esibite dai primi invitati. Costoro sembrano avanzare giustificazioni ineccepibili, ma il fatto è che gli impegni che ora li occupano, impedendo loro di partecipare al grande banchetto, sono segno del fatto che essi hanno dato la priorità non all’invito, notificato peraltro già in precedenza, ma ai propri interessi. In ciò hanno mostrato di non aver preso sul serio l’invito e di non aver apprezzato la bellezza di quel banchetto.

Da parte del padrone di casa e da parte del suo servo, che fa tutt’uno con lui, vi è invece una grande generosità e insieme una sorta di disponibilità a lasciarsi ferire, ad accettare anche il doloroso rifiuto. Una cosa però è chiara: il padrone di casa non vuole che la sua mensa resti deserta e certamente troverà qualcuno disposto a sedersi a tavola con lui.

Ecco allora l’invito offerto a quelli che erano considerati gli “scarti” della società e che, secondo il giudaismo dell’epoca, non potevano partecipare pienamente alla vita religiosa e cultuale del popolo di Dio. Vi è poi un altro invito rivolto a coloro che stanno “presso le siepi”, espressione che potrebbe indicare i pagani, cioè coloro che sono oltre la tradizione di Israele, che è appunto come una siepe eretta intorno alla Torah. In questi particolari del secondo e terzo invito si intuisce la giustificazione nella volontà divina di quella che è la prassi di Gesù, il quale cerca e accoglie i peccatori, e della successiva missione della comunità cristiana, aperta ai pagani.

In definitiva, il messaggio della parabola insiste sulla gratuità dell’offerta del Regno e sulla necessità di un’accoglienza pronta e senza riserve; l’iniziativa divina è irrevocabile, nonostante il rifiuto dei primi invitati, e si rivolge a tutti, anche ai più lontani. Severo è invece l’ammonimento per coloro che hanno trascurato l’invito, poiché si mette in chiaro che non ci sono possibilità di aggiustamento, quando si vuole partecipare alla festa soltanto alla fine, dopo aver sbrigato i propri affari.

Ringraziamo sul testo (MEDITATIO)

Questo testo ci presenta due piani: la messa a nudo dei nostri “giochi di società” e il mistero sovrabbondante del banchetto.

Nel primo piano noi veniamo smascherati nei nostri perbenismi (vv. 12-14), nel nostro mondo del “do ut des”, nei nostri calcoli: facciamo scambi con amici che sappiamo possono ricambiare, e talvolta sembriamo perfino bambini che fanno conti di poco respiro e non ci verrebbe mai in mente di invitare barboni, storpi, zoppi, ciechi e cioè coloro che si rivelano essere proprio gli invitati a riempire la Sua casa. Il Signore Gesù mette in relazione questi nostri perbenismi proprio con il nostro negarci all’unico e gratuito banchetto che conta. Come a dire, sono proprio i nostri calcoli e i nostri impegni mondani che ci fanno da barriera al momento dell’Invito. Anzi, ci sembra di essere legittimati a declinarlo, perché, in fondo, nella nostra ottica, un grande affare o perfino il prender moglie ci sembrano motivi “giusti” per stare al nostro posto, per non scomodarci. “Ti prego, considerami giustificato”: allora come ora gli impegni (reali) possono venire comodi.

E così rimaniamo esclusi dal banchetto. Ma di quale banchetto si tratta? Esso ha il carattere di un banchetto di nozze, quando gli invitati sono chiamati a condividere la gioia: negarsi è stare immersi negli impegni, nelle urgenze del mondo, trascurando la bellezza degli incontri. Come la ragazzina dodicenne chiavi in mano, lasciata sola interi pomeriggi perché la mamma ha il negozio e il papà è via per lavoro; soltanto quando la ragazza si trova coinvolta in un giro di droga, questi genitori si accorgono che hanno declinato l’invito e non erano giustificati. Perché è anche lì il banchetto, dove ci si incontra, ci si guarda in faccia, si ha tempo gli uni per gli altri: e non importa se si hanno tanti difetti; ciò che conta è mettere in atto l’altra logica, la logica dell’amore, della condivisione, della comunione, logica che chiede, senza compromessi, di uscire dalle nostre facili giustificazioni e dai nostri perbenismi.

Preghiamo (ORATIO)

Quante volt, Signore, ci autoescludiamo dalla gioia del tuo banchetto! Quante volte alla nostra tavola si vedono solo coloro che “possono”, coloro che ci gratificano, coloro che ci ricambiano, che hanno un tornaconto ai nostri occhi!

Donaci la grazia di invitare alla nostra tavola le categorie che ti premono, quelle che ci fanno scoprire di essere noi gli invitati, poiché essi sono ospiti presso di te. Non permettere che ci giustifichiamo con le nostre logiche e i nostri impegni che ci rendono schiavi!

Che cosa ha detto la Parola (CONTEMPLATIO)

Pacomio disse: “Se un uomo fa bene ogni cosa, ma nella sua anima vi è disprezzo per il suo fratello, è estraneo al Signore. Giovanni l’evangelista, infatti, dice: Chi odia il proprio fratello, uccide l’anima” (I Padri del deserto, Detti editi e inediti, Magnano 2002).

Mettere in pratica la Parola (ACTIO)

Diramate, oggi, un piccolo invito: magari solo a una merenda, poniamo per gli amici più scomodi e “meno presentabili” di vostro figlio.

PER LA LETTURA SPIRITUALE

Pasqua

Ditemi: in che cosa differisce

Questa sera dalle altre sere?

In che cosa, ditemi, differisce

Questa pasqua dalle altre pasque?

Accendi il lume, spalanca la porta

Che il pellegrino possa entrare,

Gentile o ebreo:

Sotto i cenci si cela forse il profeta.

Entri e sieda con noi,

Ascolti, beva, canti e faccia pasqua.

Consumi il pane dell’afflizione,

Agnello, malta dolce ed erba amara.

Questa è la sera delle differenze,

In cui si appoggia il gomito alla mensa

Perché il vietato diventa prescritto

Così che il male si traduca in bene.

Passeremo la notte a raccontare

Lontani eventi pieni di meraviglia,

E per il molto vino

I monti cozzeranno come becchi.

Questa sera si scambiano domande

Il saggio, l’empio, l’ingenuo e l’infante,

E il tempo capovolge il suo corso,

L’oggi refluo nel ieri,

Come un fiume assiepato sulla foce.

Di noi ciascuno è stato schiavo in Egitto,

Ha intriso di sudore paglia e argilla

Ed ha varcato il mare a piede asciutto:

Anche tu, straniero.

Quest’anno in paura e vergogna,

L’anno venturo in virtù e giustizia

(Primo Levi, citato in I. Beltramo – E. Beltramo, La Chiesa sposa, Cantalupa 2003).