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Fratelli, giustificati per la fede, noi siamo in pace con Dio per mezzo del Signore nostro Gesù Cristo; per suo mezzo abbiamo anche ottenuto, mediante la fede, di accedere a questa grazia nella quale ci troviamo e ci vantiamo nella speranza della gloria di Dio. E non soltanto questo: noi ci vantiamo anche nelle tribolazioni, ben sapendo che la tribolazione produce pazienza, la pazienza una virtù provata e la virtù provata la speranza. La speranza poi non delude, perché l’amore di Dio è stato riversato nei nostri cuori per mezzo dello Spirito Santo che ci è stato dato.

Infatti, mentre noi eravamo ancora peccatori, Cristo morì per gli empi nel tempo stabilito. Ora, a stento si trova chi sia disposto a morire per un giusto; forse ci può essere chi ha il coraggio di morire per una persona dabbene. Ma Dio dimostra il suo amore verso di noi perché, mentre eravamo ancora peccatori, Cristo è morto per noi.

A maggior ragione ora, giustificati per il suo sangue, saremo salvati dall’ira per mezzo di lui. Se infatti, quand’eravamo nemici, siamo stai riconciliati con Dio per mezzo della morte del Figlio suo, molto più ora che siamo riconciliati, saremo salvati mediante la sua vita. Non solo, ma ci gloriamo pure in Dio, per mezzo del Signore nostro Gesù Cristo, dal quale ora abbiamo ottenuto la riconciliazione.

Che cosa dice il testo (LECTIO)

Paolo presenta la vita cristiana come esperienza della giustificazione per fede quale esistenza nella pace e nella speranza. Ma poiché nel cuore del credente potrebbe annidarsi un dubbio sull’amore di Dio per lui allorché sperimenta tribolazioni e sofferenze. Paolo precisa subito che proprio le prove della vita non sono una smentita dell’amore di Dio, per chi crede. Piuttosto, diventano un’opportunità per crescere nella virtù della speranza, la quale ha bisogno di sperimentarsi, superando gli ostacoli e rivestendosi di perseveranza. Ecco allora l’affermazione quasi trionfale: “La speranza non delude” perché fondata non in una forza della volontà personale o in una predisposizione del carattere all’ottimismo, ma nell’esperienza dell’amore di Dio grazie allo Spirito Santo effuso nel cuore del discepolo di Cristo.

Lo sguardo di Paolo si rivolge poi al futuro, e propriamente verso la salvezza eterna. Tale sguardo sul futuro è solidamente radicato in un fatto quasi indicibile: il dono che il Padre ci ha fatto del Figlio, mentre eravamo ancora peccatori. La formulazione del pensiero è difficile, proprio perché la realtà di cui si parla trascende la comprensione umana. L’amore di Dio si è manifestato in modo definitivo e insuperabile nella morte di Cristo. Questo evento è paradossalmente “il momento favorevole” della salvezza. Paolo precisa poi che tutto ciò è avvenuto mentre noi eravamo ancora peccatori, e che quella morte è a vantaggio degli empi, cioè a nostro favore. Per insistere sulla grandezza umanamente inimmaginabile dell’amore di Dio, si chiarisce come sia possibile il dono della propria vita, purché si tratti di offrirla per una persona giusta, buona. Si ha invece un’opposizione estrema: da una parte vi è la massima dedizione divina, dall’altra la nostra massima indegnità. Morire per dei nemici è davvero il colmo dell’amore. Dio ha dimostrato in Cristo un tipo d’amore impossibile all’uomo: la carità per gli empi e per i peccatori, che non indietreggia neppure di fronte alla morte.

La croce è l’evento salvifico centrale ed escatologico, il culmine della rivelazione dell’amore: l’amore del Padre che dona il Figlio, l’amore del Cristo che si offre fino alla morte.

Ringraziamo sul testo (MEDITATIO)

La coppia aveva rifiutato l’amniocentesi, quando lei presentava una gravidanza a rischio. Quando nacque la figlia portatrice della sindrome di Down pensavano di essere pronti: avevano pregato, loro due in coppia e insieme alla loro guida spirituale e ai loro numerosi amici. Sembrava che la bimba fosse attesa, comunque si presentasse. Ed era così, infatti. Ma poi, terminato il momento magico del battesimo, iniziò la “tribolazione”. Non solo il peregrinare di ospedale in ospedale per interventi chirurgici indispensabili al cuore, agli occhi, per le crisi respiratorie, ecc., ma per un motivo più subdolo e forse non previsto: la tribolazione per la fede, che è la tribolazione più profonda e più sconvolgente che si possa dare per gli esseri umani. A parole sapevano che Dio li amava anche attraverso quella loro creatura, così diversa dagli altri, con la prospettiva di una vita limitata. A parole. Ma poi cresceva dentro un risentimento, un dolore che non osavano nemmeno comunicarsi: perché proprio noi? Avevamo il diritto di metterla la mondo? Ma che Dio è quello che rimane inerte di fronte alla sofferenza degli innocenti?

Un giorno, però, insieme al loro prete, trovarono questa verità sconvolgente (la trovarono di nuovo, perché con la testa la conoscevano bene, dopo tutti i loro studi biblici e gli incontri sulla Parola): l’Innocente era Gesù sulla croce che liberamente si era consegnato alla morte. Ma dietro quell’Innocente c’era un Padre che sopportava un dolore inimmaginabile per un genitore: sopportare, impotenti, per amore, che il figlio sia ferito, maltrattato, messo a morte. Coloro che trattavano così il Figlio erano peccatori perché oltraggiavano la vita stessa. Ebbene, mentre i peccatori uccidevano il Figlio, il Padre non cessava di amarli: anzi proprio lì rivelava in modo non equivoco il suo amore.

Solo allora i genitori della piccola Down compresero le misteriose parole di Paolo: “La tribolazione produce pazienza (capacità di accettazione), la pazienza una virtù provata (il coraggio di rimanere nella fede proprio custodendo la loro bimba) e la virtù provata la speranza che non delude (non in una miracolistica guarigione, ma nella via che conduce al Cielo, incarnata nella loro croce-bambina)”. E fu così che si vantarono nella tribolazione, sapendo che da essa erano stati presi per mano, verso la Gloria.

Preghiamo (ORATIO)

Ti lodiamo e ti ringraziamo, Signore nostro Gesù, per tutti quelli che non si lasciano schiacciare dalla tribolazione, ma in essa maturano pazienza, perseveranza e speranza. Qui c’è il germe del martirio e noi dobbiamo sapere che stiamo sulle spalle di questi giganti.

Ti preghiamo, Signore, “liberaci dal male” di non riconoscerti nelle situazioni dolorose della vita. Non permettere che tali situazioni ci allontanino come coppia, ma anzi fa’ che impariamo ad accettare insieme il dolore e a offrirlo per la salvezza dei fratelli, in unione al tuo sacrificio.

Che cosa ha detto la Parola (CONTEMPLATIO)

Un giorno tre fratelli partirono per la mietitura e ricevettero un campo di sessanta misure da mietere. Ma uno di loro si ammalò fin dal primo giorno e fece ritorno nella sua cella. Dei due rimasti, uno disse all’altro: “Ecco, fratello, vedi che il nostro fratello si è ammalato; abbi un po’ di coraggio e anch’io cercherò di averne e abbiamo fiducia in Dio che, grazie alle preghiere del malato, svolgeremo il nostro compito e termineremo anche la sua parte”. Quando ebbero terminato di mietere tutto il campo che era stato loro affidato, andarono a ricevere la loro paga; quindi chiamarono il fratello malato: “Vieni a ricevere la ricompensa del tuo lavoro”. Ma quello disse loro: “Quale ricompensa devo ricevere dal momento che non ho mietuto?”. E quelli dissero: “La mietitura è stata fatta dalle tue preghiere. Vieni, dunque, ricevi la tua ricompensa” (I Padri del deserto, Detti editi e inediti, Magnano 2002).

Mettere in pratica la Parola (ACTIO)

Rendi omaggio ad un santo (non necessariamente uno di quelli sugli altari) che ci sostiene con il coraggio nella tribolazione.

PER LA LETTURA SPIRITUALE

Nella vita degli sposi il dono non può limitarsi a qualcosa che passa, ad un pacchetto ben confezionato: gli infiniti, piccoli doni sono i precursori del fatto che nelle retrovie del cuore e nel lavorio della mente si sta preparando un dono inusitato, un dono che non lascia dietro di sé nulla, un dono che coincide con il donatore.

E’ un mistero come ciò avvenga, come in questo lavorio sia in azione lo Spirito, come il dono totale e non più ritrattabile accada in quella storia, in quel dialogo di coppia, in quel sì definitivo. Fatto è che uno dice all’altro: “Ciò che ti dono sono io stesso e non ho più intenzione di tirarmi indietro, mi comprometto totalmente con te, perfino indipendentemente da te”. E’ il mistero della croce.

Noi cristiani abbiamo la certezza che il sacrificio di Gesù è la molla segreta che rende possibile questo “sacrificio spirituale”, il dono totale di sé: è la sua morte che abilita tutti gli uomini a passare attraverso il dolore senza che esso diventi un buco nero che li inghiotte. E’ questo il significato di: “Io ho vinto la morte”. Questo dono di sé irreversibile guida l’amore umano a pensare sia l’esercizio della sessualità intesa in modo maturo e pieno sia l’orizzonte della indissolubilità, poiché ambedue questi aspetti dicono che il dono di sé non lascia fuori nulla. Infatti, il dono di sé coincide con la vita; se non è un astratto desiderio o perfino un autoinganno, il donare se stessi non è altro che donare la propria vita, ogni giorno, “fino a che morte non ci separi”. L’altro diventa titolare della mia vita, nel senso che, nel concreto, la dedico a lui, con gesti feriali e semplici, poniamo, perfino nel preparare il tipo di insalata che gli/le piace o nell’invitarlo/a fuori a cena.

E’ chiaro che quando si dona tutto ciò che si ha, e cioè la propria vita, non ci si può sottrarre all’esperienza del dolore: e cioè che l’altro rifiuti o distorca il dono; o, peggio, lo accetti con indifferenza o come dovuto. Lo Sposo Gesù ha accettato questo rischio e continua ad accettarlo. Egli sapeva bene che il suo dono era nelle mani degli uomini; e perché mai il dono dell’amante all’amato non dovrebbe essere nelle mani di quell’uomo/donna che “rimane” nella sua fragilità e nelle sue paure? Lo Sposo non ha cullato la fantasia che noi capissimo tutto, che fossimo sempre pronti a rispondere che, che non fossimo umani. Eppure il suo dono è rimasto irrevocabile (R. Bonetti – P. Rota Scalabrini – M. Zattoni – G. Gillini, Innamorati e fidanzati. Cammini di autoformazione, Cinisello Balsamo 2003).