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Figlioli, non amiamo a parole né con la lingua, ma con i fatti e nella verità. Da questo conosceremo che siamo nati dalla verità e davanti a Dio rassicureremo il nostro cuore qualunque cosa esso ci rimproveri. Dio è più grande del nostro cuore e conosce ogni cosa. Carissimi, se il nostro cuore non ci rimprovera nulla, abbiamo fiducia in Dio; e qualunque cosa chiediamo la riceviamo da lui perché osserviamo i suoi comandamenti e facciamo quel che è gradito a lui.

Questo è il suo comandamento: che crediamo nel nome del Figlio suo Gesù Cristo e ci amiamo gli uni gli altri, secondo il precetto che ci ha dato. Chi osserva i suoi comandamenti dimora in Dio ed egli in lui. E da questo conosciamo che dimora in noi: dallo Spirito che ci ha dato.

Che cosa dice il testo (LECTIO)

“Credere” e “amare” sono i due verbi che sintetizzano il messaggio di questo brano. All’opposizione tra l’amare a parole o con i fatti, la Prima Lettera di Giovanni aggiunge la specificazione della necessità di amare “nella verità”, che significa avere una carità scaturente dalla fede nell’amore di Dio rivelato a noi, ciò che è appunto la “verità” negli scritti giovannei.

Subito dopo l’autore afferma che i cristiani sono “nati dalla verità”: il loro stile di vita deve essere abituale, ed essere incessante testimonianza dell’intimo rinnovamento operato in loro dal contatto con il mistero di Cristo.

La fede deve essere fiducia in Dio: il credente conosce come Dio superi nell’amore i limiti e i peccati che il cristiano riconosce in se stesso. E’ così vinto ogni timore del giudizio di Dio, perché si è conosciuto nella fede quanto sia grande il cuore divino. Dio, certo, conosce ogni cosa, ma il suo sguardo, anziché seguire i nostri miseri criteri di valutazione, è uno sguardo che misericordiosamente perdona.

La fede è indissolubile dall’amore per Cristo e per i fratelli. L’amore reciproco è infatti l’unica “opera” ed è l’unico comandamento. Contro ogni malinteso serpeggiante nella comunità ad opera di membri contagiato da idee eretiche (gnostiche), per cui in nome dell’amore venivano elusi gli altri comandamenti, l’autore sottolinea, però, come l’unico comandamento si traduca poi nell’osservanza concreta di molti comandamenti, dei quali non specifica qui il contenuto perché dà come scontata la loro conoscenza.

Infine, dopo aver raccomandato nuovamente l’osservanza dei comandamenti, la lettera prospetta l’enorme premio promesso a chi vive in questa osservanza: la dimora di Dio in lui. Tale in abitazione non è solo futura, ma è già data oggi, ed è sperimentabile come la presenza dello Spirito in noi.

Ringraziamo sul testo (MEDITATIO)

Colui che sceglie di amare ha sempre qualcosa da rimproverarsi: non può non vedere che la luce del suo ideale (ti amerò sempre, nella buona e nella cattiva sorte, nella salute e nella malattia) è spesso offuscata da ombre, da inadempienze, da inadeguatezze. “Non dovevo rispondergli/le così; dovevo essere più paziente; dovevo capirlo/a di più; non dovevo lasciarmi irritare; ecc.”. Spesso vediamo dolorosamente quanto l’ideale dista dalla reale pratica. Talvolta ci sentiamo così inadeguati, così fuori posto, che pretendiamo che l’altro/a ci perdoni subito, ci restituisca immediatamente al mito di essere capaci di amare come vorremmo. E magari facciamo come quel genitore imprevidente che non solo dà una sberla al bambino, ma poi gli chiede immediatamente scusa e pretende che il bambino riprenda subito il contatto con lui; salvo poi ricadere nello stesso errore. Sarebbe molto più utile chiedere scusa con i fatti, non solo con le parole!

Ebbene, dice l’autore della Prima Lettera di Giovanni, in amore abbiamo sempre qualcosa da rimproverarci, ma non al punto da disperarci: la disperazione è la vera nemica dell’amore. Perché mai non dobbiamo disperarci? Perché “Dio è più grande del nostro cuore e conosce ogni cosa”; anzi “Davanti a lui rassicuriamo il nostro cuore, qualunque cosa ci rimproveri”: siamo veramente sorpresi dalla libertà coniugale che scaturisce da queste parole giovannee; non deve, ciascuno di noi coniugi, metterla sul moralistico e infarcirsi di rimproveri (vani) e pretendere così di autocancellarsi i torti; deve molto, molto di più: e cioè misurarsi con l’Amore che “rassicura”, che “non misura”, che è “più grande dei nostri difetti”. E così, colui/colei che ama scopre di essere nato/a “dalla verità”, cioè dall’Amore che lo precede, dalla rassicurazione che esistiamo perché siamo stati amati. E così sparisce ogni ombra di narcisismo, ogni auto protezione: protetti dall’Amore che ci consente, ogni volta, di ri-cominciare.

Preghiamo (ORATIO)

Insegnaci l’Amore, tu che sei l’Amore.

Se il nostro amore per nostro marito o nostra moglie, se il nostro amore per i figli, se il nostro amore per il prossimo, se il nostro amore per la giustizia, se il nostro amore per la pace, se il nostro amore per la verità…se il nostro amore terreno, non si nutri di te, rischia di essere un povero amore, un amore povero. Rischia di essere uno di quegli amori per cui si combattono battaglie, in nome del quale si chiede sottomissione, secondo il quale tutto ciò che viene spontaneo è permesso.

Insegnaci l’Amore nella verità del tuo Amore.

Che cosa ha detto la Parola (CONTEMPLATIO)

“Carissimi, se la nostra coscienza non ci rimorde, abbiamo piena fiducia in Dio”. Qual è il significato di queste parole: “Se la nostra coscienza non ci rimorde”? Che la coscienza ci risponda in tutta verità che noi amiamo i fratelli, che in noi c’è l’amore fraterno, non finto, ma sincero, quello che ricerca il bene del fratello, senza aspettare da lui nessuna ricompensa, ma solo la sua salvezza. “Noi abbiamo piena fiducia in Dio”; “E qualunque cosa domanderemo, l’avremo da lui, perché ne osserviamo i comandamenti”. Questo facciamo noi non davanti agli uomini, ma là dove Dio ci vede, cioè nel cuore. Quali sono i suoi comandamenti? E’ la carità questo comandamento di cui si parla e che tanto è raccomandata. Chi dunque avrà la carità fraterna, e l’avrà questa carità davanti a Dio, là dove vede il Signore; chiunque, interrogando il proprio cuore con retto giudizio si sentirà rispondere che la vera radice della carità fraterna, da cui nascono frutti di bontà, è in lui, costui riscuoterà la fiducia piena di Dio, e Dio gli accorderà tutto ciò che egli domanderà, perché egli osserva i suoi comandamenti.

“E chiunque avrà osservato il suo comandamento resterà in Dio e Dio in lui. Da questo conosciamo che rimane in noi, per lo Spirito che ci ha dato”. Non è chiaro che l’opera dello Spirito Santo nell’uomo consiste nel mettere in lui la carità e l’amore? Ognuno di noi interroghi il suo cuore: se ama il fratello, lo Spirito di Dio rimane in lui. Esamini e metta alla prova se stesso davanti a Dio: veda se c’è in lui l’amore della pace e dell’unità, l’amore alla Chiesa diffusa in tutto il mondo. Non si limiti ad amare soltanto quel fratello che gli si trova vicino; ci sono molti nostri fratelli che non vediamo, eppure siamo a loro uniti nell’unità dello Spirito (Agostino d’Ippona, Meditazioni sulla lettera dell’amore di San Giovanni, Roma 1970).

Mettere in pratica la Parola (ACTIO)

Esaminando la nostra vita coniugale possiamo chiederci: ci amiamo l’un l’altro secondo il precetto che Lui ci ha dato?

PER LA LETTURA SPIRITUALE

Che rapporto c’è tra la pace che costruiamo quaggiù e quella finale del Regno? Sarebbe pericoloso pensare che vi sia solo un rapporto orizzontale o quantitativo, nel senso che la pace realizzata sulla terra debba considerarsi una porzione rispetto al tutto, un arco rispetto alla circonferenza, un acconto sulla somma complessiva. Quest’ottica è destinata inesorabilmente a estenuare gli entusiasmi, a creare collassi di speranza, a scatenare crisi depressive da insuccesso. Perché, nonostante gli sforzi, rimarrà sempre un intervallo tra il sogno cullato e le realizzazioni raggiunte, i labbri delle conquiste non combaceranno mai con quelli dell’utopia, e il “già” non si salderà mai con il “non ancora”.

Il rapporto, allora, non è solo quantitativo e orizzontale, ma è soprattutto “significativo” e “verticale”. Ogni gesto di pace, perciò, che facciamo spuntare sulla terra è non solo un’anticipazione, ma il segno, l’immagine riflessa in un frammento di specchio, un’esperienza in prospettiva della pace escatologica.

La pace sulla terra non è il fuoco che Prometeo voleva sottrarre agli dèi, ma è il fuoco del roveto ardente che bruciava sempre senza mai consumarsi. La consumazione del roveto avverrà nel Regno di Dio, quando vedremo Cristo, nostra pace, non più ospite velato, ma faccia a faccia. Allora la pace non sarà più un’esperienza in prospettiva, ma la realtà ineffabile che sopravanza il sogno (A. Bello, Scritti di pace, in Scritti di Mons. Antonio Bello, Molfetta 1997).