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Famiglia Domani

Articoli

Gian Antonio e Daniela Dei Tos
Cogliere le connessioni fra esperienza di famiglia e ricerca della pace rappresenta probabilmente, oggi, un lavoro di non immediata comprensione e di non facile elaborazione.

Cogliere le connessioni fra esperienza di famiglia e ricerca della pace rappresenta probabilmente, oggi, un lavoro di non immediata comprensione e di non facile elaborazione. Pace e famiglia, infatti, sembrano correre su dimensioni parallele e non facilmente comunicanti: da una parte la dimensione della mondialità, dei rapporti politici internazionali, della corsa agli armamenti, della questione Est-Ovest e Nord-Sud e dall'altra, invece, la dimensione della vita personale, del microcosmo individuale, del privato.E vero che in questi anni la riflessione sulla pace (peraltro ancora agli inizi del suo cammino) ha saputo coinvolgere con maggior forza la dimensione personale ed interindividuale, soprattutto grazie al contributo del movimento non-violento, è però altrettanto vero che la riflessione sulla famiglia, ed in particolare poi la "pastorale della famiglia", non hanno ancora saputo cogliere con pienezza le connessioni che essa ha con i problemi sociali, concentrando maggiormente l'attenzione sulle tematiche che riguardano prevalentemente la dimensione del "privato". E, in questo senso, si è fatta, forse, un'operazione non completamente corretta, perché se da una parte ha avuto fortuna la ricerca della dimensione della famiglia come luogo di crescita della persona, dall'altra non si è tenuto sufficientemente in considerazione che la famiglia è anche luogo di mediazione fra individuo e società; essa è parte dell'evoluzione del sistema sociale, ma ancora di più è realtà intermedia privilegiata, simile in questo senso alla scuola al lavoro, alla cultura, ai gruppi anche se qualitativamente diversa da tutto ciò perché il suo piano di influenza e di significato è profondamente diverso sia in riferimento al cammino della società che riguardo alla vita e alla missione della Chiesa. Per questo oggi è necessario aprire nuove piste di riflessione che propongano la famiglia nelle sue connessioni profonde con la società e i suoi problemi; solo così si potranno liberare le potenzialità creative che possono oggi rendere la famiglia protagonista di un processo di rinnovamento sociale e politico capace di immettere nella società nuove energie di pace, di amore, di servizio. In questo senso allora non è pensabile che la ricerca della pace, che oggi profeticamente scuote le nazioni, non possa coinvolgere anche la famiglia e accogliere il contributo che essa può dare.

Testimoniare la non-violenza

Un primo grosso contributo che oggi la famiglia può dare alla ricerca della pace è sul piano dei rapporti interper-sonali, testimoniando un modello nonviolento di "familiarità", ove per familiarità si intende l'insieme e la qualità delle relazioni vissute all'interno del nucleo familiare. Vivere la familiarità con lo stile della non-violenza non vuoi dire soltanto soffocare l'aggressività reciproca o le sue espressioni esterne (tutto ciò sarebbe molto riduttivo e scadrebbe nello "psicologismo" facile) quanto piuttosto proporre positivamente uno stile di vita che pone al centro del suo significato i valori della comunione, del servizio e della gratuità. Tutto ciò ci pare estremamente alternativo rispetto ad una società che pone al centro di ogni rapporto interpersonale la logica del possedere, del calcolo e del contratto. Una famiglia che vive al suo interno questo nuovo stile di rapporti, di fatto, rompe la catena degli egoismi che attanaglia la società e la mette in crisi, perché si rende dissonante rispetto ad essi, testimoniando che è possibile vivere con altre logiche, capovolgendo quelle esistenti; questo vuoi dire contribuire a smascherare il fatalismo che crede mi-possibile la pace e testimoniare nella concretezza del "noi" quotidiano di ogni famiglia che la fraternità e l'accoglienza reciproche sono possibili perché si vive di una nuova fiducia nell'altro. Questa "nuova" fiducia nel proprio marito o nella propria moglie, nel proprio padre e nella propria madre o nei propri figli vuoi dire collocare il nucleo della propria esistenza non più sull'autogratificazione delle proprie istanze bensì sui bisogni dell'altro, dei quali ho coscienza che non mi prevaricheranno mai, perché ciò che qualifica il rapporto è l'abbandono alla reciproca fiducia. Sapere di non essere prevaricato è la condizione essenziale per abbandonare le proprie difese che ora diventano inutili perché non sono più io il garante di me stesso, ma è l'altro, al quale ho dato la fiducia della mia vita. Si spezza allora l'ideologia del nemico e non si hanno più davanti a sé degli avversar! con i quali contrattare i reciproci spazi di libertà, bensì dei fratelli della cui libertà si diventa custodi. Nasce allora uno stile di familiarità nonviolento che non si fonda semplicemente sul tradizionale "vincolo del sangue" , bensì su una scelta etica interpersonale nella quale si vedono riconosciuti e valorizzati i reciproci bisogni. Questa testimonianza di non-violenza interpersonale consente oggi alla famiglia di annunciare al mondo profezie di pace che superano la collocazione politica e ideologica di ogni uomo, perché toccano, in fondo, nel segreto del cuore di ognuno il desiderio di essere riconosciuti.

Educare alla pace

Alla famiglia tocca oggi, però, non solo il compito di testimoniare la pace nella ferialità della scelte domestiche, nello scorrere quotidiano della vita che ci vede gli uni accanto agli altri; la famiglia, oggi, nel suo ruolo insostituibile di struttura educativa scopre il proprio fondamentale contributo alla pedagogia della pace. Tutti riconosciamo oggi quale apporto vitale ha dato ad ognuno di noi l'esperienza familiare da cui proveniamo, la stessa psicologia riconosce alla famiglia e ai ruoli parentali la prima impronta dello sviluppo della nostra personalità e dei nostri modelli relazionali. La crescita di ognuno di noi avviene sotto l'influenza di "induttori" educativi di cui la famiglia rappresenta l'elemento più qualificante; per questo allora, oggi, ogni esperienza di educazione alla pace non può essere significativa se non utilizza il contributo determinante dell'esperienza familiare. La pedagogia della pace non è sincera se non supera la contraddizione educatore-educando, cioè la contrapposizione stereotipa fra chi sa ed educa e chi non sa e viene educato; la pace non si insegna a nessuno, viceversa si è tutti alla pari in ricerca di essa, e di fronte alla pace ogni nostro sforzo per raggiungerla (se è vero) ha uguale dignità indipendentemente da chi lo ha prodotto. Per questo la struttura familiare, nella sua capacità di donare pari dignità a tutti (dall'ultimo nato al capo-famiglia), nella sua disponibilità ad accogliere il contributo e l'originalità di ognuno indipendentemente dal grado di cultura o dal livello di età, nel suo sforzo quotidiano di costruire comunità rappresenta l'ambiente ideale nel quale inserire l'educazione alla pace. E anche qui educarsi alla pace non vuoi dire migliorare la propria cordialità o la propria buona disponibilità, bensì ricercare insieme il senso profondo del proprio vivere per fare nuove scelte etiche mature, capaci di rispondere agli appelli di pace che ci interpellano ad ogni età; in questo senso allora la pedagogia della pace non è unidirezionale (dai genitori ai figli), ma proprio perché è espressione di una ricerca comunitaria, coinvolge tutti e costringe gli adulti a lasciarsi educare dai bambini. La pedagogia della pace spinge allora la famiglia ad un'apertura al mondo che non ha confini e la porta a percorrere nel mondo nuovi sentieri che siano espressione della concretizzazione dei valori scoperti durante il cammino.

Sentieri di pace

Non vi è serietà nella ricerca della pace se questa non si manifesta in scelte concrete che la testimoniano e che contemporaneamente la arricchiscono; sono questi i sentieri della pace, vie concrete, spesso faticose attraverso le quali la pace cresce e l'umanità ne fa esperienza. Essi sono l'espressione di uomini che arricchiscono il mondo non con le grandi tecnologie, con le grandi scoperte della scienza, ma con l'umiltà degli spazi di amore che aprono al loro passaggio attraverso la giungla degli egoismi; sono di solito esili sentieri, ma spesso sufficienti a permettere ai poveri di camminare senza inciampare troppo; non sono mai strade prefissate e pianificate a tavolino, ma seguono spesso la creatività del momento e più ancora il dono dello Spirito che, notoriamente, non si sa da dove viene o dove va e così non si lascia mai catturare e non consente mai a nessuno di considerarlo una propria esclusiva. La famiglia conosce dei suoi specifici sentieri di pace e chi ha esperienza di vita di famiglia o di vita con le famiglie ne ha visti aprirsi tanti. Il sentiero dell'accoglienza ha trovato nella famiglia molta disponibilità. Quanti focola-ri domestici hanno visto scaldarsi davanti a loro non solo i mèmbri della famiglia, ma altre persone che cercavano rifugio: bambini senza affetto, coppie in crisi nel loro amore, genitori esausti dalla stanchezza del proprio ruolo o addirittura intere famiglie senza casa per una calamità o per una persecuzione. Accanto al sentiero dell'accoglienza si apre spesso il sentiero della condivisione, dello spezzare lo stesso pane, del mangiare alla stessa mensa, del far parti uguali dello stesso dolore; e cosi dopo l'accoglienza e la condivisione nasce la solidarietà che rifà nuove le cose e dona riposo alla fatica, tenta di restituire ciò che era andato perduto e ridona fiducia a chi era stato colpito. La famiglia si trova così inserita, nella sua specificità, nel vivo di una (rama di sentieri di pace che modificano le strutture sociali e cambiano l'immagine del mondo. E da queste famiglie, che aprono nuove strade di vita, nasce un profondo senso di speranza che sconvolge le analisi pessimistiche sul futuro dell'umanità. Se è vero che da questi sentieri non necessariamente nascono scelte politiche capaci di trasformazione, è però altrettanto vero che essi sono espressione di una umanità che non ha rinunciato, che non è caduta nel fatalismo, ma che ha fede e che spesso testimonia (anche se non ne ha coscienza) la provvidenza di Dio nella storia.

Pace e giustizia

Non è possibile oggi parlare di pace se, contemporaneamente, non si fa riferimento ai problemi della giustizia; appaiono sempre più chiare alla coscienza di tutti le parole di Paolo VI: "Se vuoi la pace, lavora per la giustizia". La giustizia, concretamente non può non passare attraverso i problemi dell'economia e dell'uso del denaro che oggi viene fatto nel mondo. Non ci potrà mai essere pace fino a che il Nord del mondo che rappresenta circa 1/3 dell'umanità consuma i 7/8 della ricchezza della terra e fino a quando ogni anno sulla terra continueranno a morire per fame o per mancata assistenza 50 milioni di persone, una cifra superiore a quella di tutta la II Guerra Mondiale (è come se ogni anno combattessimo una seconda guerra mondiale). A tutto questo poi si aggiungono le cifre spaventose della corsa agli armamenti (con un carro armato si potrebbe comprare 4.000 tonnellate di riso che permetterebbero la sopravvivenza nel terzo mondo di 24.000 persone per un anno); inoltre oggi il 75 % del traffico commerciale delle armi viene indirizzato nel Sud del mondo. Ormai siamo giunti ad una situazione di follia omicida collettiva: ogni essere umano è seduto sopra 5 tonnellate di tritolo, una bomba atomica di media potenza (1 megatone) è 80 volte più potente della bomba di Hiroshima ed equivale alla potenza di 1 milione di tonnellate di tritolo (per trasportarle occorrerebbe un treno lungo 640 km, la distanza fra Roma e Milano). Di fronte a questi problemi la famiglia, oggi, è chiamata ad offrire la propria obiezione di coscienza e ad impegnarsi concretamente per il capovolgimento di queste logiche proprio su quegli ambiti della giustizia che coinvolgono strettamente la sua dimensione. In questo senso uno degli aspetti più significativi è la gestione dell'economia domestica. La povertà della maggior parte degli uomini è sostenuta dalla spropositata ricchezza dell'altra minoranza dell'umanità e proprio su questo terreno allora il rifiuto della logica consumista, che la famiglia può attuare nella gestione della propria economia domestica, rappresenta un importante contributo al riequilibrio della distribuzione dei beni sulla terra. Oltre a ciò esiste poi la possibilità, attuata ormai da molte famiglie, di destinare sistematicamente una parte del proprio salario fin una sorta di autotassazione mensile) per operazioni di sostegno a situazioni di povertà; tutto ciò nello spirito non dell'elemosina "una tantum" o della carità dell'osso che si getta al cane, bensì nel senso di una restituzione doverosa (anche se parziale) delle ricchezze che vengono derubate ai poveri della terra. Queste scelte potrebbero rappresentare allora non solo l'esperienza spontanea di famiglie che prendono coscienza delle situazioni di ingiustizia, bensì potrebbero essere collocate all'interno di una pastorale familiare che preveda da parte delle famiglie o dei gruppi-famiglie un'apertura a dei "servizi" in questa direzione; si costruirebbe così una rete di solidarietà con altre famiglie che, localmente o in altri paesi, vivono condizioni di povertà, di oppressione, di sfruttamento. Significativo in questo senso è il sostegno economico e morale che numerose famiglie italiane offrirono negli anni '70 alle mogli e ai figli di numerosi lavoratori brasiliani incarcerati e torturati per motivi politici dal regime militare, persone e famiglie che altrimenti non avrebbero avuto di che vivere. E costruendo queste esperienze di solidarietà che si superano le barriere nazionali e si spezzano le catene dell'egoismo contribuendo a costruire quel futuro di pace che è, per chi si mette alla sequela di Gesù, promessa e speranza del Regno.

Pace e vita di fede

Per la famiglia di credenti l'anelito alla pace e l'impegno per la sua costruzione rappresenta l'orizzonte comune della propria vita di fede. Non esiste sequela di Gesù se non nell'impegno ad accogliere e a costruire la sua pace (Gv 14,27). Una pace difficile, diversa da quella che da il mondo, una pace non mercanteggiata, ma "a caro prezzo" perché passa attraverso la strada della croce che ha distrutto l'inimicizia (Ef 2,17-27) e che ha aperto nuovi orizzonti all'umanità (Gai 3,38). Gesù annuncia un Regno di pace che appartiene ai poveri (Le 6,20), nel quale i poveri saranno liberi dalla loro povertà e introdotti non certo nella ricchezza, ma nella fraternità universale. "Io ho avuto/ante e mi avete dato da mangiare, ho avuto sete e mi avete dato da bere; ero forestiero e mi avete ospitato, nudo e mi avete vestito, malato e mi avete visitato, carcerato e siete venuti a trovarmi" (Mt 25,35-36). Gesù chiede alla famiglia dei suoi discepoli di essere piccoli testimoni di tutto ciò e di rivolgere all'umanità lo stesso saluto che lasciò ai suoi apostoli dopo la Risurrezione: "Pace a voi" (Le 24,36; Gv 20,19-21). Certamente capiamo che di fronte al-l'enormità dei problemi della pace ogni nostra famiglia può sentirsi schiacciata e dichiararsi impotente; e anche dove ci si impegna ci si accorge che il proprio contributo, per quanto generoso, è sempre modesto e insufficiente perché l'urgenza dei problemi è travolgente e le nostre forze sono deboli. È vero però che nella storia piccoli sforzi compiuti insieme ingigantiscono i risultati e spesso non siamo neanche in grado di calcolare le potenzialità che emergono anche da un piccolo gesto apparentemente insignificante; in questo senso accendono la nostra speranza le parole di un poeta brasiliano che dicono: "Foglia che cade nel fiume anche se il fiume la porta via cambia l'aspetto del fiume" (G. Campos).

Gian Antonio e Daniela Dei Tos

Traccia per la revisione di vita

Vedere Alla luce di quanto presentato nell'articolo riflettiamo sulla nostra vita con l'aiuto di alcune delle seguenti domande: Come testimonio in famiglia l'accoglienza del valore della non-violenza nei rapporti interpersonali? Quale contributo da la nostra famiglia alla crescita della giustizia fra gli uomini? Con quali atteggiamenti, strumenti o scelte di vita educo alla pace i figli? La mia fede in Gesù risorto mi coinvolge a percorrere sentieri di pace? In che modo?

Giudicare Apriamoci all'ascolto della voce dello Spirito che parla dentro di noi. Richiamiamo alla memoria situazioni e brani evangelici e lasciamoci giudicare e illuminare.

Agire A quale cammino di conversione sento che Dio, oggi, mi chiama?

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