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Articoli

Xavier Lacroix

Qual è la verità dell'amore? Amare significa mettersi in gioco in modo pieno e totale,disponendosi a donare ricevendo e a ricevere donando. Si tratta di un'avventura,tuttavia,in cui i due coniugi non sono soli,ma sono accompagnati da quel Terzo che fonda la loro relazione: un terzo non solo simbolico,ma reale.

Qual è la verità dell'amore? Contrariamente a quanto capita per molte amicizie, amare significa mettersi totalmente in gioco, ricevere donando e donare ricevendo Si tratta di una vita nuova, molto più dell'incontro tra due realtà psicologiche Per il credente la fonte del dono è un Terzo, lo Spirito, e l'iniziativa del dono e di Dio, Padre, Figlio e Spirito Si tratta allora di entrare in un "respiro" per partecipare ad una comunione più vasta di cui quella degli sposi è segno e prefigurazione.

 

 

Nella maggior parte delle relazioni personali ci coinvolgiamo abbastanza poco. Certo, esistono amicizie che assumono un carattere di alleanza allorquando si stabilisce una solidarietà così profonda da prefigurare un contenuto di irreversibilità. Eppure queste relazioni restano aperte, in un'alternanza tra loro e molte altre, in un turbinio di conversazioni, collaborazioni, scambi, inviti, momenti di piacere, con la conseguenza che il soggetto non si mette molto in gioco; quanto non riesce a vivere con l'una, potrà viverlo con l'altra. In esse non rischia neppure di perdersi. Prenderà il meglio da ogni relazione. La gran parte di queste relazioni quasi mai sopravvive alle delusioni ed ai tormenti.

Il matrimonio. Un'avventura.

Si tratta di un'avventura, un'avventura stabile, che consiste nello stabilirsi in un luogo, un luogo ben delimitato, nel quale due soggetti, due personalità, non potranno sfuggire al faccia-a-faccia proprio con "quel" lui e con "quella" lei. Per il romanziere Paul Auster, "il matrimonio è una porta che si chiude". Da quel momento, ecco i due soggetti in azione. Sì, perché spetta ad ognuno di essi, lavorando innanzitutto su di sé,mettersi nella disposizione giusta per accogliere l'altro reale, sempre più reale, al di là delle apparenze dei primi tempi. Ciò che disturba nell'altro interseca e rivela le fragilità che uno porta dentro di sé. Impossibile avanzare verso l'altro senza avanzare all'interno di se stessi. t proprio quanto alcuni vorrebbero evitare, fuggendo da ogni situazione nella quale si tratta di confrontarsi con momenti dolorosi, una situazione questa che puntualmente si proporrà nel momento in cui la relazione dovesse esigere una prova di verità.

Verso la verità dell'amore.

Questa prova di verità è rappresentata dal passaggio ad un nuovo stadio dell'amore. Occorre superare, senza necessariamente perderlo, lo stadio anteriore: lo "stato nascente" dell'innamoramento, i tempi degli inizi, quello dei primi frutti. La vita coniugale è qualcosa che arricchisce attraverso un impoverimento, un procedere nella spoliazione. Alcune forme di amore - narcisistico, possessivo, romantico - dovranno essere abbandonate per scoprire progressivamente la verità dell'altro, di se stessi, dell'amore.

Amare significa ricevere donando e donare ricevendo. Il proprium di ciò che viene normalmente chiamato "amore" sta in questo incrocio. Ma in genere succede che uno dei due dinamismi comandi l'altro. L'orientamento principale, decisivo, sarà o "l'altro per me", oppure "io per l'altro". Ora, la coppia avrà una scarsa possibilità di durata se ognuno dei due si mette a calcolare i propri guadagni e le proprie perdite, se cioè la preoccupazione maggiore resta quella di ricevere. L'unica base di un legame vivo e duraturo si trova nel dono autentico, vale a dire nel dono che non calcola il proprio interesse, che trova la propria gioia nella gioia dell'altro. Sottolineo il fatto che "la trova", non "la cerca". Essa gli viene data in sovrappiù, come dono, quando vuole e desidera che l'altro viva, e si pone al servizio di questa vita.

Ma di un tale dono siamo davvero capaci? Siamo capaci da soli di donare in modo generoso, autentico? L' analisi psicologica del desiderio induce a dubitarne. Mette in luce tutto quanto emerge, in modo naturale, di calcolo, di ricerca di sé, di utilizzo dell'altro a beneficio degli interessi del proprio "io".

Tutti intuiamo che non siamo capaci di questo dono autentico con le sole nostre forze, unicamente con le nostre risorse psichiche. Per decentrarci., per entrare nel movimento che ci porta verso l'altro, dobbiamo ricevere uno slancio vitale, un dinamismo che viene da un "oltre" per portarci oltre noi stessi. Che ci alleggerisce di ciò che noi siamo, ci scioglie da noi per legarci all'altro. Questo slancio viene ricevuto; anche il movimento attraverso cui ci doniamo viene ricevuto, è un dono, un regalo, in latino gratia, una grazia. Riceviamo proprio quel movimento per mezzo del quale diveniamo capaci di donare, di donarci.

Da due a tre.

In fondo, questa è l'alternativa: o il legame coniugale altro non è se non il risultato dell'intersezione - di una sorta cioè di alchimia derivante dalla loro interazione - tra due psichismi, due caratteri, due temperamenti, due storie, oppure è anche il luogo in cui affiora, si rivela, si dona una vita altra, introduzione ad una vita nuova, più originaria e più universale di quella dei nostri due "ío", quella vita assoluta che in linguaggio ebraico-cristiano definiamo agape, l'amore-carità. Ci sono dei non credenti che hanno l'intuizione, l'esperienza di questa terza vita. Alcuni le hanno dato un nome. E' un filosofo agnostico, Vladimir Jankélevitch, ad affermare: "La carità è figlia della grazia". Anch'egli agnostico, lo psicanalista Jacques Lacan così esprime il concetto in forma un po' enigmatica: "Affinché la coppia tenga, dov'esserci un dio".

Il proprium dei credenti consisterà allora nell'essere in grado di dare un nome alla fonte del dono, di dare un nome a quel Terzo e di celebrarlo in comunità, in stretta unione con altri, avendo come riferimento una Scrittura, una storia, una presenza. Riconoscendo come grazia il dono dell'agape e, in questo dono, l'iniziativa di colui che normalmente chiamiamo "Dio", ma che sarebbe più preciso e più specificamente cristiano riconoscere e chiamare Padre, Figlio, Spirito. Tutto questo a partire dalla Scrittura dalla vita spirituale concreta.

Il Padre, come colui che dona, la fonte arcana del dono, colui al quale rinvia Gesù quando dichiara, dopo aver citato il secondo capitolo della Genesi, "Ciò che Dio ha unito ... ".

Il Figlio, come colui che si dona, la forma e il modello del dono, colui nel quale il dono si fa corpo e viene ad abitare il legame, come ha promesso in una parola che alcuni Padri della Chiesa applicavano al matrimonio: "Dove sono due o tre riuniti (uniti) nel mio nome, io sono in mezzo a loro" (Mt 18,20).

Lo Spirito, come dono donato, che al legame apporterà il soffio, il respiro e l'energia, liberandolo dalle sue schiavitù, quello stesso Spirito i cui frutti sono, secondo quanto dice San Paolo, "amore, gioia, pace, pazienza, benevolenza, bontà, fedeltà, mitezza, dominio di sé... " (Gal 5,22).

Occorre essere attenti a ciò che, in modo assai concreto, l'accoglienza della vita del Padre, la consacrazione alla persona del Figlio e l'essere colmati dai doni dello Spirito può apportare alla vita di coppia e di famiglia.

Chi possiede uno spirito filiale, chi non si considera padrone della propria vita, chi sperimenta il consenso e l'obbedienza come il momento da cui la propria libertà trae origine, sarà più disponibile a quello stesso spirito filiale, a non considerarsi un dio, a riconoscere negli altri la filiazione divina.

Chi accetta di entrare nel dinamismo della morte e risurrezione del Figlio, chi riceve da lui il vino nuovo delle nozze di Cana, nutrendosi della sua eucaristia, sarà maggiormente in grado di trovare la propria vita nel dono, di accettare quella parte di sofferenza che si trova nel cuore di ogni amore, di assumere la funzione di servo.

Chi si lascia trasformare dal Soffio di Dio, chi si mette sotto la protezione del Consolatore, chi è abitato dallo Spirito di Verità, sarà maggiormente capace di ricevere la forza per venire alla luce, il coraggio per vincere le paure e le angosce, la speranza per vivere quelle circostanze in cui si deve ricominciare da capo.

Un respiro.

In fondo, l'essenziale è molto semplice. Si tratta di entrare in un respiro. Di entrare nel dinamismo di una vita che viene dal Padre e che ci fa procedere, con l'altro e con gli altri, per poi ritornare, insieme, al Padre. Questo dinamismo è il dinamismo dello Spirito il cui nome è soffio, vento, respiro. Questo è il senso della parola (Esprit) che traduciamo con "Spirito" in italiano, in ebraico, in greco, in latino, in arabo!

"Essere una cosa sola tramite un libero dono reciproco - scriveva Edith Stein nel 1942 - è possibile solo ad esseri spirituali". Ogni unità autentica, che non alieni né incateni, che sia invece liberante, viene da Dio, si trova in Dio. "L'amore nella sua realizzazione più piena scrive ancora Edith Stein - significa essere una cosa sola in un libero dono reciproco, è la vita intima di Dio, la vita della Trinità". La comunione tra gli sposi sarà una "comune unione", la partecipazione ad una unità più larga, più alta e più originale di quella derivante dalla loro realtà psicologica. Le risorse ultime della loro unione saranno proprio le stesse di quelle dell'alleanza fraterna che raduna i membri dell'ecclesía, la comunità dei chiamati. Chiamati a vivere nel modo più singolare e incarnato possibile la parola del Vangelo: che "tutti siano una cosa sola. Come tu, Padre, sei in me e io in te, siano anch'essi in noi una cosa sola ... " (Gv 17,21). Essi entrano nel respiro di questa parola che fa transitare dall'analogia ("come") alla partecipazione reale ("in noi").

E il Terzo è reale ...

C'è una frase un po' misteriosa nell'Ecclesiaste che può attrarre la nostra attenzione: "Se uno aggredisce, in due gli possono resistere e una corda a tre capi non si rompe tanto presto" Qo 4,12). Sì,il terzo filo contribuisce a rendere solido il legame. E una parola che può essere collegata con quella di un autore più recente,Marie Dominique Molinié: "Nell'amore vero si è uno, perché l'amore ci unisce,due, perché l'amore ci rispetta, tre, perché l'amore ci supera". In un tempo in cui la relazione coniugale viene sempre più pensata e vissuta come relazione "di coppia", secondo una logica duale, può rappresentare forse una missione per i cristiani richiamare o annunciare il ruolo del Terzo nella relazione. Un Terzo non solo simbolico, come spesso viene affermato da parte delle scienze umane, ma reale,quanto mai reale, più reale delle chimere inseguite dalle nostre passioni.(1)

Xavier Lacroix preside della Facoltà di teologia di Lione - Francia

Membro del Consiglio Nazionale francese della Pastorale Familiare

(Traduzione dal francese di Luigi Ghia)

1)Per sviluppi più ampi e per i riferimenti delle citazioni mi permetto rinviare a due mie opere: Les mirages de l'amour, Bayard éditions, Paris 1997, e La traversée de l'impossible, Vie chrétienne, Paris 2000.

INCLUSIONE E NON ESCLUSIONE

Riflessioni sul capitolo IV dell’ Amoris Lætitia

a cura di Andrea Mura*

*Fra Andrea Mura ofmconv. è parroco delle parrocchie SS. Annunziata e San Francesco in Cagliari.