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Annamaria e Franco Quarta

C' un verbo che indica superbamente lo stato d'animo di due sposi quando si scambiano il loro consenso nuziale: consegnarsi. La consegna reciproca è la condizione di ogni vero matrimoni ed é anche il segno del rapporto d'amore che caratterizza il nostro incontro con Dio. Un incontro spesso fragile, come quello di coppia,simboleggiato dall'elevarsi delle nostre mani vuote.

Come vive la coppia l'incontro con Dio nel matrimonio? Consegnandosi all'altro e accettando che l'altro si consegni a noi Questo è anche il modello del nostro incontro con Dio Amandolo col nostro amore fragile e consentendo umilmente d'essere amati Perché la nostra vita non sia una lunga quaresima, ma una Pasqua senza fine.

" "Siate in pace ", le avevo detto. Ed ella aveva ricevuto quella pace in ginocchio. Possa conservarla per sempre! Sono io che gliel'ho data. 0 meraviglia, che si possa così donare ciò che per se stessi non si possiede, o dolce miracolo delle nostre mani vuote!".

(G. BERNANOS, Diario di un curato di campagna)

Il rito del matrimonio prevede che gli sposi esprimano il loro consenso, dandosi la mano destra, e scambiandosi le seguenti parole:

"Io, Franco, prendo te, Annamaria, come mia sposa e prometto ... ".

"Io, Annamaria, prendo te, Franco, come mio sposo e prometto ".

Come sarebbe bello se la Commissione Liturgica che sta studiando se e come trasformare questo rito cambiasse le frasi in:

"Io, Franco, mi consegno in verità a te, Annamaria, mia sposa, e ti prometto ... ".

"Io, Annamaria, mi consegno in verità a te, Franco, mio sposo, e ti prometto ... ".

La consegna

Consegnandosi, lasciandosi consegnare, l'uomo e la donna diventano testimoni, nel loro matrimonio, dell'amore di Gesù, che si è consegnato, che ha saputo spogliarsi e percorrere la strada dell'espropriazione totale di sé, fino ad esprimere solo la verità dell'amore. Testimoni che non agiscono per possedere l'altro, ma che sanno amare l'altro volendone la libertà.

Strumenti dell'incontro degli uomini con Dio in Cristo, e Dio è il Padre che Gesù ci ha insegnato a chiamare "nostro", con tutta la tenerezza di un figlio unico, venuto a rivelarne e a donarne la paternità. Dio che si rivela nel nostro amore ci chiede di essere veri, veri nella nostra povertà e veri nel nostro non difendersi dall'altro, racchiudendolo nelle nostre formule e classificandolo con le nostre etichette.

Non possiamo far nulla per costringere l'altro ad amarci, perché la sola risposta vera all'amore è l'amore, ed esso va liberato dall'interno, deve fiorire dentro di noi come un atto personale, non può essere imposto dall'esterno.

Cerchiamo di imparare a riflettere sul modo d'amare, o meglio sulla qualità di quest'amore. Ciascuno di noi è chiamato ad interrogarsi sul proprio amore. E questo interrogarsi sarà una azione utile non solo per noi stessi sul piano personale (è l'amore che dà senso all'esistenza) o per la coppia e la famiglia (è l'amore che promuove e dà identità alle persone), ma anche per la vita sociale e politica.

Per trovare quest'amore dobbiamo saper uscire da noi stessi, e metterci in cammino verso l'avventura dell'incontro.

Incominciando proprio dal nostro corpo. E nel rapporto con il nostro corpo che possiamo cogliere la natura relazionale del nostro essere. La relazione con il nostro corpo è la condizione indispensabile per accedere ad ogni altra relazione. E' qui che capiamo che siamo fatti per l'incontro con l'altro da noi, siamo protesi al contatto, alla carezza, al riconoscimento e ne siamo capaci in quanto essere corporei e sessuati.

Una spiritualità dinamica e vitale. Gratuita

Vedere nella corporeità il centro relazionale della persona e quindi della coppia, non significa affatto proporre una riduzione materialistica della sua realtà, ma consente di cogliere la peculiare spiritualità della nostra condizione. Così la spiritualità è la correlazione dinamica e vitale fra gli esseri, è la loro apertura dialogica e amorevole, apertura che il credente vede generata e continuamente aumentata da Dio. Quel Dio che è presente nell'amore umano. Come diceva Pascal: "Se esiste l'amore esiste Dio".

L'amore umano è un frammento che evoca l'amore di Dio. Il contrario dello spirito, in questo senso, non è la materia, ma la chiusura nel proprio io, l'ostinato rifiuto alla relazione.

Questa vita spirituale non ha luogo davvero se non si passa per l'ascolto, che è l'attenzione e l'apertura nei confronti di se stessi e degli altri.

Tappa successiva all'ascolto è l'accettazione, un'accettazione vissuta come dono. La nostra vita e la vita dell'altro ci viene affidata, consegnata appunto, attraverso una misteriosa donazione che richiede apertura, gratitudine e corrispondenza. Ma che cosa è un dono? t una realtà di valore (una cosa priva di valore non potrebbe mai rappresentare un dono) che dice al donatario quanto egli valga per il donatore. Non è semplicemente una cosa regalata, ma un vero e proprio messaggio, un atto di riconoscimento, una promessa di futuro comune, una dinamica che libera l'altro ponendolo nella luce dell'amore.

Una vita in comune si trasforma in un'autentica relazione nel momento in cui colgo nell'altro un valore di cui sono personalmente responsabile, perché la sua vita è affidata anche a me, mi è stata consegnata.

In tal senso l'altro è veramente un dono, una ricchezza da accogliere con gioia e con responsabilità, senza che mai io lo possa ridurre ad un mio possesso privato.

Soltanto l'assunzione di questa logica della gratuità ci consente di vivere tale relazione con libertà e responsabilità; è proprio il fatto di sentirsi interpellati da doni viventi che genera ciascuno di noi alla libertà e, al tempo stesso, ci pone nella condizione di confermare la propria responsabilità per l'altro.

Imparare a vivere, all'interno delle nostre famiglie, in modo comunicativo e oblativo non equivale a sacrificarsi, né a rinunciare alla propria felicità.

Nella logica del sacrificio, che ha dominato così a lungo la nostra cultura, si è costretti di fatto a negare la libertà, i desideri, le aspirazioni, per sottomettersi ad una necessità che riteniamo superiore. E ciò che viene sacrificato (può essere la nostra stessa vita) di fatto viene distrutto.

Nella logica della gratuità, invece, il dono continua a vivere, è un atto libero che genera nuova libertà sia per il donatario che per il donatore. E' un atto che genera gioia. Noi siamo nati da un atto d'amore e di gioia: la gioia presiede la nostra esistenza, deve essere radicata in ogni risvolto della nostra avventura di uomini e donne. Gioia di,vivere, di sentirsi vivi, di avere occhi e sensi, sentimenti e passioni. Gioia faticosa della nostra incapacità di maturare.

Quanti guasti e conflitti distruttivi che minano le nostre famiglie derivano proprio dalla difficoltà per ciascuno di noi di maturare: la necessità cioè di avere tempo e dare tempo ai membri della coppia, d'imparare a vivere e ad amarsi.

E tempo non ne abbiamo mai. Ebbene, se proprio la relazione con l'altro esige che io abbia tempo per ascoltare me stesso e tempo da dare all'altro, dove posso trovare questo tempo se non cogliendolo nel senso amorevole dell'eternità che ha per noi il Dio dì Gesù Cristo? Essa non è l'eternità immutabile di una pietra sempre uguale a se stessa. L'eternità di Dio, questa sovrabbondanza di tempo, ci dice che Dio ha tempo per tutti, aspetta tutti.

Testimoniare il nostro amore mettendosi in gioco

Dio fa quello che a noi sembra così difficile. E allora come imparare a far pace con il nostro tempo, ad accordarlo. a noi stessi e agli altri? Cerchiamo di rivedere ciascuno i propri tempi ed inventiamoci assieme dei tempi di coppia in cui sia possibile non il fare delle cose, ma ascoltare le proprie e le altrui emozioni, il linguaggio dei nostri corpi e i nostri silenzi. Dei tempi per imparare ad amare.

Crediamo che l'uomo e la donna non possano imparare che da Dio la loro umanità e, nello stesso tempo, non possano imparare chi Dio sia davvero se non amandosi. E nulla può racchiudere la luce di questo amore. Esso può essere testimoniato come realtà che ci supera, non come realtà che comprendiamo e possediamo. Semplicemente questo amore non può essere ridotto alle nostre dimensioni, misurato col nostro metro; non può essere adeguatamente espresso dai nostri concetti, ma neppure dai nostri atti di bontà o di giustizia.

Anzi quanto più siamo consapevoli della distanza tra l'amore di Dio e il nostro vivere quotidiano, tanto più possiamo sperare di comunicarne con verità il fascino che ci ha conquistato e che ci possiede. Come possiamo noi essere testimoni di questo amore?

La testimonianza non è un parlare di cose, un esporre dei concetti che siano persuasivi. Con essa si mette in gioco noi stessi, lasciamo che gli altri scoprano ciò che abbiamo di più intimo e di prezioso. Nel Nuovo Testamento la testimonianza è spesso resa a rischio della vita, e non poche volte costa la vita al testimone, facendone un martire.

In questi ultimi anni tale parola è stata troppe volte usata e abusata da noi cristiani, confondendola con il buon esempio e con la coerenza morale. La coppia cristiana non predica se stessa, né la propria coerenza morale esemplare, né la propria capacità di essere "a servizio". Se aspettassimo di avere o di essere tutte queste cose per parlare forse dovremmo tacere o nasconderci per sempre. Il suo compito è di essere strumento dell'incontro degli uomini con Dio in Cristo, e quindi strumento per un cammino che non è soltanto suo, che richiede il massimo rispetto per gli altri e la capacità paziente di saper ascoltare, seminare, attendere, di avere fiducia, di aprirsi al progetto e all'utopia, scusare, stimolare, aprire orizzonti e non alzare muri, saper vivere il presente per il futuro.

La testimonianza che la coppia è tenuta a dare non è quindi una trasmissione di idee su Dio, ma l'annuncio della sua relazione con lui, degli affetti e delle passioni che Dio suscita e dei legami che Dio rinsalda, della sapienza che la frequentazione di Dio fa crescere.

Quando si fa sottile lo spessore della nostra buona e felice relazione con Dio e del riscontro che ne abbiamo guardando il suo volto nelle cose dell'esistenza quotidiana, il nostro cristianesimo diventa solo elaborazione intellettuale di strategie valide forse per "piazzare" un prodotto e si esprime con un linguaggio ridotto a parole d'ordine e a slogans,

Due momenti forti della nostra esistenza di coppia: la preghiera e il perdono

La coppia che vive nel matrimonio la sua relazione con Dio ritrova i cardini della propria esistenza nella preghiera e nel perdono' Anche la preghiera è il nostro incontro con un altro, e questo altro è Dio; anche I a preghiera è un ascolto, un ascolto nella Fede.nar

Pregare è allora desiderare che la volontà di Dio diventi la nostra storia. t leggere le Sacre Scritture con la voglia che esse si compiano in noi. Questa preghiera non ha bisogno di molte parole, perché non deve informare Dio su di noi, ma chiedere a Dio quali siano i nostri bisogni veri.

La famiglia è la vera chiesa in cui si educa e si impara a pregare. Nella famiglia la preghiera non è una cosa da fare, ma un modo di vivere, come mangiare a mezzogiorno e alla sera, e la partecipazione all'Eucarestia diventa lo stare tutti assieme non più intorno alla tavola, ma intorno all'altare, un modo diverso per rinsaldare la nostra unità, la nostra comunione.

La preghiera quindi come parte importante della nostra vita, non come imposizione di un rito; soltanto così essa potrà passare nella coscienza dei nostri figli.

Infine la cosa più difficile: il perdono. Abbiamo detto che la coppia di sposi è il frutto di un dono reciproco, in cui una donna e un uomo si consegnano l'un l'altro in verità, cioè con tutto quello che ognuno di loro è, in tutta la pienezza del loro essere, della loro vita e del loro amore.

Ora, amarsi fino a consegnarsi reciprocamente con tutto il proprio essere, senza sapere che si è chiamati a perdonare,è come fondare la propria coppia sulla sabbia: essa, prima o poi, non saprà resistere nella sua unità. Non conoscere il perdono vuol dire fare il gioco del diavolo, cioè di "colui che divide". Non saper perdonare vuol dire interrompere la forza e la fedeltà dell'amore e quindi non partecipare più a Dio che è fedeltà e amore.

La cultura del perdono deve essere o diventare la cultura della coppia cristiana; questo non vuol dire che uno possa fare tutto quello che vuole per farsi poi perdonare. Vuol dire, invece, che noi dobbiamo essere consapevoli di essere persone che si amano sapendo di essere peccatori e peccatrici. Soltanto così la coppia e la famiglia diventano il luogo privilegiato della misericordia del Dio di misericordia. Non saper perdonare vuol dire non riconoscere la fragilità dell'essere umano e, soprattutto, disconoscere, rifiutare il mistero di un Dio che è soltanto amore. Proprio la mancanza di una cultura del perdono può essere una delle cause della crisi che oggi coinvolge sia le coppie che le famiglie.

Le mani vuote

Abbiamo citato all'inizio il brano di Bernanos, dove si parla delle mani vuote, del miracolo di donare ciò che non si possiede e della dolcezza di questo miracolo.

La dolcezza sta proprio qui: riuscire a vivere la nostra vita di coppia non come una lunga quaresima, ma come una Pasqua ininterrotta, grazie anche al miracolo di far emergere frutti di bontà, di amore e di speranza da ciò che le nostre coppie spesso non possiedono. Se non ci nascondiamo alla nostra povertà, al nostro non avere, non sapere e non potere, allora tutto diventa per noi dono. Crediamo che questo debba essere il cammino non solo delle coppie ma della Chiesa intera.

C'è tanta preoccupazione in giro, c'è smarrimento e timore.

Si ha timore per le nuove generazioni, con le quali sembra non poter più dialogare. Ma cosa possiamo dire a questi giovani uomini e donne di oggi, fragili, a volte instabili, non affettivamente appagati, insicuri, timorosi di ogni impegno radicale, eppure così assetati di ricerca, se non l'inspiegabile mistero della speranza che ci abita, della gratuità che ci salva dal nulla, di una comunione con Dio che si coniuga con la più piena umanità, di una liberazione dall'egoismo che diventa misericordia e tenerezza verso l'altro?

Lo diciamo con parole e gesti poveri, poverissimi, a volte non capiti. Ma diciamolo in verità.

Non per fare proseliti o per rassicurarci, ma come dono di ciò che non abbiamo e tuttavia abita in noi, come miracolo che vorremmo fosse di tutti, ed è per tutti, e noi sappiamo che l'amore di Dio non lascia mai nessuno.

Contro l'intolleranza e contro la paura del futuro o del restare soli, non c'è altra risposta che continuare ad offrire il nostro dono da poveri, fatto di un Dio di misericordia che vive nell'amore della nostra coppia, fedele ad un impegno preso senza condizioni nel giorno del nostro matrimonio e preso tra uomini e donne, che vedono l'essere tali come una croce da portare con gioia tutti i santi giorni della loro vita.

Continuare ad offrire questo dono senza nessun tipo di calcolo, ma pazientemente, in ascolto e in attesa dei miracoli che la grazia continua ad operare, silenziosa e instancabile, nel cuore degli uomini.

INCLUSIONE E NON ESCLUSIONE

Riflessioni sul capitolo IV dell’ Amoris Lætitia

a cura di Andrea Mura*

*Fra Andrea Mura ofmconv. è parroco delle parrocchie SS. Annunziata e San Francesco in Cagliari.