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Famiglia Domani

Articoli

Liberare l'amore significa valorizzare in modo adulto la capacità di amare che ognuno di noi conserva dentro di sé,spesso inconsapevolmente. L'editoriale intende fornire alcune tracce per scoprire questa enorme potenzilaità.

"L'amore di un essere, umano per un altro è forse la prova più difficile che affronta ognuno di noi, è la più alta testimonianza di noi stessi, l'opera suprema di cui tutte le altre non sono che la preparazione.

per questo che gli esseri giovani, nuovi in ogni cosa, non sanno ancora amare ... ".

(RAINER MARIA RILKE)

Amare è facile o difficile? 1 giovani, sanno amare? Rispondere a questi inquietanti interrogativi, posti dalla radicale affermazione del poeta, significa pretendere di penetrare nell'insondabile mistero della coppia umana, ma anche tentare di coglierne rispettosamente i "segni dei tempi".

Sì, amare è difficile. Nonostante la diffusa convinzione contraria è forse, come suggerisce Rilke, la prova più difficile a cui si dispone l'essere umano di ogni età e di ogni latitudine. L'amore è difficile perché è sottratto alla razionalità affondando le proprie radici nel mistero. Perché è fragile, e dunque occorre mettere in atto nei suoi confronti una cura e un'attenzione sempre insufficienti, soprattutto in un tempo caratterizzato da devastanti e grossolane violazioni. Perché è esigente, in quanto per essere autentico ci deve indurre ad emigrare dal nostro io, proprio quando il nostro io rappresenta forse l'approdo più ambito. Sì, amare è molto difficile, non tutti ne sono capaci.

I giovani, sanno amare? La risposta, qui, si fa più complessa, più gravida di incertezza. Amare è un problema anagrafico? t possibile legarlo ad un'età della vita? 0 non sono forse i giovani che, più di altri, coltivano nel linguaggio e nel cuore questa parola mitica ed abusata?

A nessuno, indipendentemente dall'età, può essere negata la fiducia nella sua capacità di esprimere l'opera suprema della propria vita e la più alta testimonianza di sé. Ma amare è essenzialmente un'impresa adulta, di un essere umano, cioè, che attraverso la faticosa conquista dell'autonomia e della responsabilità ha acquisito una propria identità personale. Al contempo, però, per amare occorre una freschezza interiore, una vivacità, una noncuranza del rischio che solo un giovane possiede. Poco prima della sua morte, padre Benedetto Calati, che fu priore di Camaldoli, a Raffaele Luise che gli faceva notare: "Padre Benedetto, a 86 anni hai ancora gli occhi e l'anima di un innamorato", rispondeva: "Sì, ho amato tanto, e amo tuttora. E ti confesso che mi innamoro ancora ogni giorno. La Bibbia si apre con il canto dell'Adam e di Eva, il canto dell'amore: l'Eden. Poi c'è il nuovo giardino del Cantico dei cantici, che ci racconta la ricerca del nostro esodo. Infine, c'è il giardino nuovo della risurrezione: la prima voce del Risorto chiama un'amica, Maria. Solo l'amore può permanere ... ".(1)

Sì, i giovani di ogni età sanno amare.

Tacce di un amore possibile e adulto.

L' amore è adulto quando celebra, senza rimpianti, il lutto dell'amore romantico, lo "stato nascente" dell'amore, l'innamoramento con la sua pretesa di in-differenziazione fusionale. Quando passa dalla spontaneità del sentimento alla volontà del dono gratuito, libero e spontaneo. Quando, superando il narcisismo che ci abita, è fondato su una solida relazione con noi stessi.

L' amore è adulto quando celebra, senza rimpianti, il lutto dell'amore complementare, l'amore cioè di due persone che si illudono di colmare reciprocamente il vuoto dell'altro, le carenze reciproche, con la pretesa di tradurre in ruoli le differenze. t il lutto di un amore carente, invasivo e colonizzatore.

L'amore è adulto quando celebra, con gioia, l'alterità, la deposizione del proprio io per assumere l'altro come centrale; quando il mio io viene messo al servizio dell'altro, di un altro che abita altrove, in un paese lontano, misterioso e spesso inaccessibile, un paese che non ho il diritto di calpestare con l'orgoglio del conquistatore. L' altro non è colui che posso omologare, ma solo colui con il quale posso entrare in una comunione profonda, in una dinamica del desiderio che nel rispetto della differenza consente al mio io e al suo di crescere. Alla ricerca di un "oltre", di un senso e di un consenso pieno all'esistere.

L'amore è adulto quando sa essere nomade, accettando la condizione sempre precaria e provvisoria del viandante, viaggiatore leggero con pochi bagagli, di casa ovunque, pellegrino, non l'amante dell'avventura come Ulisse che pure sognava di tornare a Itaca, per abbracciare la moglie fedele e il figlio mai conosciuto.... e neppure viaggiatore modello Grand Tour dell'aristocrazia europea del diciottesimo secolo... Veri viaggiatori che "partono per partire / cuori leggeri simili a palloni / mai cercano di sfuggire al loro destino, / e senza sapere perché dicono sempre: "Andiamo!"" (Charles Baudelaire).(2) Amore-pellegrino il cui modello è piuttosto Abramo, che parte senza biglietto dì rìtorno, senza sapere dove andrà, per quanto tempo viaggerà, dove approderà, se pure vi sarà un approdo, ma con la fiducia viva che Qualcuno lo guiderà per sentieri sconosciuti e rischiosi.

L'amore è adulto quando mi fa responsabile dell'altro. "Quanto alla relazione con il volto, quello che si esprime è l'asimmetria. All'inizio m'importa poco quello che uno rappresenta ai miei occhi: è affar suo. Poi, per me egli è innanzitutto qualcuno di cui sono responsabile" (Emmanuel Lévinas).

Serena è una bella signora quarantenne. Laureata. Insegnante. Impegnata sindacalmente. E' al suo secondo matrimonio. Si presenta in Consultorio perché anche questo, come il primo, sta andando in crisi. Non ha figli.

Serena ha una buona capacità introspettiva. Poche domande da parte della psicologa sono sufficienti per aiutarla ad inquadrare il problema.

Col primo marito non ha mai vissuto il piacere di vivere. Non quello derivante da una esasperazione consumista, facile anche in considerazione delle buone condizioni economiche di entrambi, ma quello autentico, interiore, ineffabile. Si è invece "lasciata, vivere", come afferma sinteticamente. Insieme, non sono mai riusciti a stabilire un solido ideale di vita, né ad essere fedeli ai pochi impegni programmatici assunti. A vivere una vita, cioè, che fosse portatrice di un valore di per se stessa, per una filtrazione di senso da essa deducibile direttamente e non attraverso l'assunzione di valori ad essa esterni, non interiorizzati, proposti da poteri mediatici sempre più asfissianti.

Serena e Mario hanno deciso che una vita così, come incontro di due insufficienze, non valeva la pena d'essere vissuta insieme. Non valeva la pena impegnare la coppia in un'esperienza di narcisismo e di isolamento apparentemente, o realmente?, senza sbocchi. E hanno stabilito di lasciarsi, considerando questa loro decisione come l'atto più onesto della loro vita.

Poi, un giorno, Serena incontra Fabrizio. Con lui sente - quasi un'illuminazione - di recuperare il piacere di vivere e di fare progetti. Avverte una leggerezza nuova, una nuova disponibilità alla comunicazione. La fine di quell'angoscia di fondo, emotivamente collegata all'esperienza della morte, nei confronti della quale ci si sente troppo spesso impotenti. Vive la stagione per lei inedita del piacere e dell'affettività. Vorrebbe avere un figlio.

Ben presto, però, dopo il matrimonio con Fabrizio, Serena si rende conto che i problemi non sono finiti. Il problema, lo sa, non è Fabrizio, è dentro di sé. t l'acuta percezione dell'incapacità di amare, di "liberare l'amore che pure sento in me ... ". Riemergono profondi, e rimossi, sensi di colpa. Scopre un dato spesso sottovalutato, e cioè che "paradossalmente, piacere e affetti "nuovi" sono più difficili da gestire che l'eterno carico di dolore e di difficoltà quotidiane".(3)

E in questa percezione di impotenza, capace di far diventare l'essere umano "folle", che il dolore può diventare "malato", trasformarsi cioè in una patologia clinicamente significativa. Gli altri esseri umani che non sono (o non sono ancora) entrati in questa esperienza, una dinamica talvolta autodistruttiva, non riescono a comprenderlo. Spesso impediti dalla loro autosufficienza moralistica, ignorano quanto sia vitale per un essere umano la relazione con un altro essere umano in grado di liberare l'amore spesso sepolto, impedito di venire alla superficie da una serie di contingenze che occorre prendere pazientemente in considerazione. "La fedeltà fallisce - si chiede il teologo Paul M. Zulehner - perché noi siamo moralmente infedeli o perché oggi essere fedeli è notevolmente più difficile? ... Al paralitico non serve proprio a niente che lo si esorti a correre più veloce. Anzi, l'esortazione gli pianterà solo in modo ancora più doloroso nella coscienza la percezione che egli è paralitico e proprio non può correre. Similmente avviene a molti contemporanei: la fredda predica morale scoraggia perché dà un nome all'incapacità e la eleva alla coscienza nella sua ineludibile asprezza, ma non la elimina". (4) Di fronte alla fragilità di molte coppie, c'è da chiedersi se la meta sacrosanta del "per sempre" possa davvero, in ogni caso, essere raggiunta al primo tentativo. E se equiparare divorzio a fallimento non significhi fingere di non vedere la fatica che alcuni di noi fanno per percorrere, nei limiti della loro attuale condizione psicologica, sociale e morale, la strada che è loro possibile, qui e ora.

Durante un colloquio, Serena pronuncia una frase illuminante: "Forse però, la mia capacità d'amore non è del tutto perduta ... ". IL dunque su questa piccola traccia, un sentiero per viandanti leggeri, che la psicologa si accinge ora a "lavorare", nel tentativo di portare Serena all'accoglienza docile della propria e altrui fragilità, all'offerta conviviale di sé allo "straniero" che a casa la attende, che la ama e che, nonostante tutto, rielaborato il lutto di uno scacco, essa vuole imparare ad amare. Un filo leggero, fragile, sempre a rischio di spezzarsi. Ma vale la pena tentare.

Io lo so che questo mondo / che manca di maturità in amore / non è del tutto perduto. / So che i fiori che appassiscono all'alba / i fiumi che si smarriscono nei deserti / non sono del tutto perduti. / So che qualsiasi cosa rimane indietro / non è del tutto perduta. / So che i miei sogni ancora inappagati / le melodie non ancora suonate / sono appese ad una corda del tuo liuto / e non sono del tutto perdute" (Tagore).

1) RAFFAELE LUISE, La visione di un monaco. Il futuro della fede e della chiesa nel colloquio con Benedetto Calati, Cittadella Editrice, Assisi 2001, p. 87. 2) Il viaggio in I fiori del male, BUR, Biblioteca Universale Rizzoli, Milano 1987, p. 321. 3) CLAUDIA PEREGRINI, Stress e convivialità in Famiglia e convivialità nella società della comunicazione. Atti del 9° Convegno di studi dell'Associazione culturale «Farniglia Aperta», Caserta, 4-6 ottobre 1996,p.124. 4) PAUL M. ZULEHNER, Un rifugio per l'anima, Queriniana, Brescia 1997, pp. 76; 78.

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