LA CARITA':IDENTITA' DEL CREDENTE (1Cor 12,31-13,13 “INNO ALLA CARITA").

PREMESSA (v. 12,31)

Paolo sta parlando dei carismi, tema molto sentito a Corinto e che rischia di diventare motivo di divisione e di orgoglio; cercavano i carismi più importanti o quelli ritenuti tali, come se da essi si potesse misurare la dignità delle persone. Paolo introduce l’esempio del corpo e delle membra.

Paolo invita a non disprezzare, ma a desiderare i carismi più grandi; però nello stesso tempo egli mostra una realtà che va oltre i carismi e che diventa costitutiva dei discepoli di Gesù.

Paolo dice: “Vi mostro la via più sublime”, non soltanto la migliore, ma quella per eccellenza. Paolo evoca il linguaggio veterotestamentario: la via è il comandamento di Dio e l’atteggiamento dell’uomo, la sua condotta, il modo in cui vive. Se manca questa via, la carità, uno non è più ciò che è, cioè un credente e membro del corpo di Cristo.

I carismi sono doni spirituali dati da Dio per occasioni precise e non sono distribuiti a tutti allo stesso modo: ogni carisma è un dono che corrisponde a una diversificazione delle membra del corpo di Cristo e, quindi, non si trova in tutti i credenti.

La carità non può essere un dono di questo genere, è indispensabile ad ogni credente e viene dato da Dio continuamente ad ogni credente.

PRIMA PARTE (vv. 13,1-3)

Paolo parla in prima persona e non in generale: non è escluso che egli faccia riferimento a se stesso; infatti, egli aveva il dono delle lingue, godeva della profezia e ha patito nel corpo grandi sofferenze. Però in quelle frasi, redatte nella prima persona singolare, può riconoscersi ogni credente. Il discorso di Paolo è una duplice confessione, sia del bisogno di avere la carità, sia del pentimento per non averla; il tutto poi ha un intento esortativo: è un invito a desiderare di averla. Le parole dell’apostolo sono così la confessione di un io credente e, dunque, acquistano una tonalità molto seria: se uno non ha la carità non è di Cristo, la mancanza della carità tocca in maniera determinante l’identità stessa del credente. Non si tratta soltanto di una modalità dell’esistenza, ma la carità diventa la discriminante dell’essere o non essere cristiani.

Il confronto viene fatto con doni via via sempre più importanti: le lingue, la profezia, la fede che sposta le montagne, fino ad arrivare al dono di se stessi, fino alla morte o alla perdita della libertà. La mancanza di carità, però, rende tutti questi doni, anche il gesto estremo, privi di alcun vantaggio. Se manca l’amore, qualunque dono, per quanto straordinario, risulta un nulla. La privazione di cui soffre l’uomo vuoto di amore lo rende insignificante, inesistente. Naturalmente è implicito che il possesso dell’amore capovolge tale situazione, permettendo al credente di raggiungere la pienezza, di raggiungere il suo vero essere.

E’ la carità che dà l’identità al credente. Il punto essenziale e imprescindibile per un credente non è il fare o l’avere, ma l’essere e l’essere è determinato dall’amore.

SECONDA PARTE (vv. 13,4-7)

Paolo insiste sulla necessità della carità per l’identità del credente, ma non ha ancora detto che cosa è la carità. A questa determinazione è dedicata la seconda parte.

Paolo passa in rassegna ciò che l’amore fa e non fa: l’elenco mira a condurre ai quattro “tutto” con cui termina questa seconda parte. L’amore è mostrato in azione, un’azione polivalente, e tutte le azioni riguardano la rete di rapporti interpersonali e sociali.

Le caratteristiche individuate da Paolo (positive e negative) fanno riferimento ad un male sottile, che può essere compiuto anche da persone dotate di una certa spiritualità. Tutti i termini scelti indicano, infatti, egoismo, vanità, orgoglio e descrivono atteggiamenti e modi di fare che fanno male agli altri. Si tratta di un male sottile, che richiede un discernimento profondo e accurato, cioè la capacità di vederlo e distinguerlo al di là delle apparenze. E’ il male che fa ombra all’amore di Dio riversato nel cuore dell’uomo.

Nel testo Cristo non è menzionato, anche se rappresenta il modello del comportamento del cristiano. E’ evidente, infatti, che in Gesù tutte le azioni elencate hanno trovato compimento e piena realizzazione. Si potrebbe sostituire il nome di Gesù al termine “carità” e far tornare alla memoria gli episodi del Vangelo che illustrano ciascuna delle azioni elencate.

Viene messo in evidenza come la carità è un dinamismo che fa uscire la persona dal cerchio del suo privato interesse, per aprirla a un agire costruttivo del bene altrui; la carità è un dinamismo di donazione gratuita che fa uscire il soggetto dalla chiusura egocentrica per una comunicazione e una comunione profonda con l’altro.

I quattro verbi che hanno per oggetto “tutto” sottolineano la dimensione della pienezza, della totalità: la carità è un dono totalizzante da parte di Dio, coinvolge tutta la persona, tutta la sua vita.

TERZA PARTE (vv. 13,8-13)

Paolo riprende la contrapposizione esplicita con i carismi più ammirati, sottolineandone il carattere provvisorio, in contrasto con il carattere definitivo dell’amore. L’antitesi tra carisma e amore si pone sull’asse del tempo e dell’eternità. Le esperienze carismatiche sono soltanto una stagione dell’esperienza di grazia dei credenti, destinata ad essere superata. L’amore viceversa non avrà fine, non cadrà mai, non verrà mai meno. La carità collega “ora” con “allora”, collega l’“hic et nunc” della storia con la prospettiva escatologica, il “qui e adesso” dove si vivono i carismi con l’eternità.

Ogni esperienza di amore, in quanto esperienza ed espressione dell’amore divino, anticipa l’eternità, rappresento un frammento della condizione definitiva a cui l’uomo è chiamato, quando sarà del tutto conformato a Cristo. Per questo si può dire che sarà la carità a salvare il mondo, quella carità che si rivela in ogni gesto di amore che ripropone, incarna ed attualizza l’amore di Cristo.

DOMANDE PER LA RIFLESSIONE

1) Sono convinto che l’identità del discepolo di Gesù è costituita dalla carità? Cosa vuol dire in termini pratici, con riferimento alla vita quotidiana?

2) Passando in rassegna gli attributi della carità elencati da Paolo, su quale (o quali) mi sento particolarmente carente? Come posso porre rimedio?

3) Sono cosciente che il crescere nella carità è strettamente legato alla qualità della mia preghiera?