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IL COMPIMENTO DELLA LEGGE DA PARTE DI GESU’

Nel racconto dell’Ultima Cena secondo il Vangelo di Giovanni, i gesti e soprattutto le parole di Gesù possono essere considerate come il testamento che Gesù lascia ai suoi nell’imminenza della sua passione, morte e risurrezione; si tratta della sintesi più completa sul significato che il Signore ha voluto dare alla propria vita e dell’eredità che ha desiderato consegnare ai discepoli.

 

All’inizio del racconto dell’Ultima Cena, nel Vangelo di Giovanni troviamo la narrazione della lavanda dei piedi da parte di Gesù ai discepoli (Gv 13,1-15). L’importanza delle parole e dei gesti di Gesù è messa subito in risalto dai primi versetti, in cui Giovanni afferma che Gesù sapeva che “era venuta la sua ora di passare da questo mondo al Padre”. Questa non è l’unica cosa che Gesù sa: l’evangelista dice che Gesù sa anche che “era venuto da Dio e a Dio ritornava” e sa anche di avere nelle mani tutta la potenza del Padre. Questa consapevolezza, la certezza di avere Dio come Padre, come origine e come meta, rende Gesù padrone di questo tempo e di tutto ciò che farà; sa che nella volontà del Padre c’è il senso della sua esistenza. E la consapevolezza di avere tutto il potere di Dio nelle proprie mani rende di una portata straordinaria quanto Gesù compie.

Le affermazioni sul sapere di Gesù inquadrano un’altra frase fondamentale, che rappresenta la chiave che permette di interpretare quanto accadrà subito dopo: “avendo amato i suoi che erano nel mondo, li amò fino alla fine”. Questa frase dice che il gesto che Gesù compirà non giunge come una novità inaspettata, ma è, invece, il sigillo di un’esistenza vissuta e consumata nella logica e nella dinamica dell’amore. Ora, quell’amore già manifestato lungo tutta la vita giunge alla fine in un ultimo gesto, il più significativo. Non è solo la fine perché Gesù muore, ma “fino alla fine” indica pure l’estremo dell’amore, come se si dicesse: “li amò fino al punto più profondo e impensabile dell’amore”, li amò fino a raggiungere anche chi lo avrebbe rinnegato, chi lo avrebbe abbandonato, chi lo stava per tradire, cioè tutti coloro che di lì a poco avrebbero manifestato le forme di non amore, fino a quella massima del tradimento.

In questo contesto gli altri evangelisti raccontano l’istituzione dell’Eucaristia, la consegna del pane e del vino come gesto che anticipa la consegna di sé sulla croce, trasformando un atto di violenza inaudita in un’azione di amore. Giovanni, invece presenta un’altra azione di Gesù, quella della lavanda dei piedi dei discepoli, che deve essere letta nella medesima prospettiva, evitando di ridurla a un gesto, pur emblematico e forte, di umiliazione.

Gesù compie un gesto senza parole, un gesto efficace capace di dire la qualità dell’amore che lo abita da sempre e che egli vuole consegnare ai suoi come sua particolare eredità. E’ un gesto senza parole compiuto da chi sapeva di avere in quel momento tutta la potenza di Dio nelle mani. E allora questo ci rivela che la potenza di Dio si manifesta e agisce in colui che si alza da tavola, si spoglia delle sue vesti, si cinge con un asciugamano e lava i piedi dei suoi discepoli. La potenza di Dio assume la forza del servizio riservato allo schiavo; la potenza di Dio è il servizio che esprime il desiderio e la scelta libera e consapevole di dare la vita.

Gesù depone le vesti e si cinge di un asciugamano. Questo potrebbe apparire un particolare figurativo, in realtà è un atto fortemente simbolico per due motivi. La veste nella Scrittura è il simbolo della persona, della sua identità, della vita dell’uomo; deponendo le vesti, Gesù sta anticipando il suo dare la vita di lì a poco. Inoltre, deponendo le vesti, Gesù rimane nudo, cinto solamente di un asciugamano, il panno destinato al servizio: egli svela in questo momento la sua verità, quella appunto di colui che dà la vita nella modalità del servizio; con questo gesto Gesù dice che la sua vita non ha altra destinazione che quella di servire, donando quella stessa vita. L’abito di colui che ha nelle mani tutta la potenza di Dio è un segno del servizio: si potrebbe dire che questo è il suo abito regale.

L’amore fino alla fine è un amore che si china, è un amore servizievole, non nel senso che è un generico voler bene o un generico prendersi cura dell’altro, ma nel senso che è un mettere a disposizione la propria vita perché l’altro viva.

Gesù dunque si china, si abbassa, versando l’acqua sui piedi dei discepoli e asciugandoli. Anche l’acqua, come le vesti, è un simbolo della vita di Gesù che viene data, versata, sparsa, per tutti. Uno dopo l’altro, gli apostoli nel silenzio, nel turbamento, nell’emozione, nella ricerca di un senso per quelle azioni, videro Gesù abbassarsi ai loro piedi e sentirono l’acqua versata e le mani del loro Maestro che li asciugava. Il gesto che lui compiva rendeva evidente il suo abbassamento, ma esprimeva anche qualcosa d’altro e di straordinario, perché colui che si abbassava così innalzava contemporaneamente l’uomo a cui stava lavando i piedi. Il gesto di Gesù è, quindi, anche un’attribuzione di onore, di dignità, di riconoscimento del valore dell’altra persona; è un gesto che esprime l’effetto dell’amore: l’amore di Gesù raggiunge l’uomo e lo riempie di una dignità impensata e impensabile.

La reazione di Pietro, davanti a quanto Gesù sta facendo, risulta allora più comprensibile: è l’incapacità di sopportare e accettare un gesto così, fatto dal Signore. Gesù è il Maestro e il Signore e per questo, agli occhi di Pietro, che non ha ancora capito la portata e il senso dell’amore di Gesù, non può diventare un servo.

La risposta di Gesù è categorica: se Pietro non sarà lavato, non avrà parte con lui, non sarà in comunione con lui. Il Signore rovescia la prospettiva del suo discepolo, affermando la necessità della “conversione” del Signore e Maestro in servo, non nonostante, ma proprio perché è Signore e Maestro. E’ questa, infatti, la modalità, l’unica, con cui Dio ha scelto di rivelarsi e di rivelare la sua intenzione di benevolenza e il suo amore.

Dare la vita, in questo contesto, assume anche la forma dell’accoglienza dell’incomprensione e della stoltezza del discepolo (“non solo i piedi, ma anche le mani e il capo”), che continua a fraintendere il significato del gesto.

Le parole che Gesù pronuncia alla fine interpretano il gesto che ha compiuto. Egli riprende le vesti e si siede come Signore e Maestro dei suoi discepoli e quanto dice ha, quindi, piena autorità. Gesù ribadisce esplicitamente la necessità che lui, il Signore e Maestro, abbia lavato i piedi dei suoi discepoli. Quanto ha fatto è fondamento dell’agire dei suoi discepoli, nel senso che, solamente se sono raggiunti e accolgono l’amore servizievole, fino alla fine, di Gesù, possono essere in comunione con lui, solo così possono lavarsi i piedi gli uni gli altri. Gesù addita il servizio reciproco come luogo di rivelazione di un amore accolto e condiviso, come ambito che rende tutti gli uomini fratelli.

Nel finale del capitolo 13, Gesù riprende quanto detto prima (“Vi ho dato un esempio, infatti, perché anche voi facciate come io ho fatto a voi”) affidando ai discepoli il comandamento nuovo: “Vi do un comandamento nuovo: che vi amiate gli uni gli altri. Come io ho amato voi, così amatevi anche voi gli uni gli altri. Da questo tutti sapranno che siete miei discepoli, se avete amore gli uni per gli altri”. La formulazione molto simile permette di apprezzare nuovamente la dimensione del servizio come ambito ed espressione dell’amore lasciato da Gesù come cifra dell’identità del discepolo.

In entrambi i casi l’agire del discepolo nasce da quello di Gesù: “come io ho fatto a voi” e “come io ho amato voi”.

“Come” non vuol dire che si tratta di un modello da imitare dall’esterno e servilmente, non vuol dire, cioè, che occorre semplicemente ripetere i gesti compiuti da Gesù. I discepoli possono amarsi reciprocamente perché riconoscono di essere stati amati prima loro da Gesù e di esserlo stati fino alla fine, fino all’estremo. Il “come” presuppone perciò la Pasqua, il dono estremo di Gesù: solo così egli può donare ai discepoli di amarsi gli uni gli altri come lui li ama. Ma ciò presuppone che questo estremo amore di Gesù, consegnato ai discepoli, implichi amare ciò che non è amabile, qui rappresentato da colui che tradisce (Giuda) e da colui che rinnega (Pietro) e implichi, dunque, accettare di essere simbolicamente o realmente rifiutati. In questo estremo di amore, Gesù compie fino alla fine la giustizia verso Dio, il pieno compimento della Legge.

SPUNTI PER LA RIFLESSIONE

1) Contemplando i gesti compiuti da Gesù, quali sentimenti e quali reazioni provo pensando a Gesù chino ai piedi dei discepoli?

2) Che cosa significa per me che è necessaria la “conversione” del Signore e Maestro in servo, non nonostante, ma proprio perché è il Signore e Maestro?

3) Quali implicazioni ha, per il modo in cui intendo e vivo il servizio, la modalità scelta di rivelare la potenza del Padre da parte di Gesù?

4) Che cosa significa per me l’espressione “come” e che cosa determina per il mio servizio?