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L’INGIUSTIZIA ORIGINARIA NEI CONFRONTI DI DIO (Gen 3,1-24)

Raccontando quanto è accaduto all’inizio del tempo, il narratore biblico intende rivelare ciò che, proprio perché è al principio, è di sempre: leggendo questi racconti non si conosce ciò che è accaduto in un lontanissimo passato, ma ciò che ancora accade nel nostro presente. Da una metafora temporale: “all’inizio”, si dovrebbe passare ad una metafora spaziale: “nel nostro cuore, nella nostra coscienza, nella nostra realtà”.

Nel racconto citato, l’interrogativo di fondo è: che cosa succede quando l’uomo pecca? Il punto di partenza è pertanto l’esperienza dell’uomo che sperimenta la propria infedeltà a Dio, la propria “ingiustizia” nei confronti di Dio: l’uomo sperimenta il peccato perché rifiuta la proposta di vita e di comunione con Dio.

L’inizio del racconto introduce senza alcun preavviso un nuovo personaggio: il serpente. Attraverso i molteplici significati di questo simbolo, il serpente appare la raffigurazione di ciò che noi chiamiamo “tentazione”, di ciò che sembra innocuo, ma che coglie di sorpresa, così che, quando si riconosce la sua trappola, si è già caduti dentro.

Il serpente instaura un dialogo con la donna: si rivolge a lei, non perché si vuole sottolineare la sua debolezza, ma in quanto la donna è considerata la custode del mistero della vita. La donna, infatti, è una figura sapienziale: rappresenta tutto ciò che nell’essere umano è desiderio e, insieme, capacità di intuire e volere la vita in pienezza. Se è la donna ad essere tentata, ciò vuol dire che la tentazione e il peccato riguardano la dimensione intima e spirituale dell’essere umano.

Il serpente insinua il sospetto su Dio e sulle sue reali intenzioni nei confronti dell’umanità e il dialogo tra la donna e il serpente è la modalità narrativa che permette di esprimere il fatto che, nel vivere quotidiano, ci si può trovare, senza accorgersene, a parlare e a pensare male di Dio. Tutto è buono, ma davanti a questo bene l’uomo può pensare male, può cadere nella tentazione ed entrare in conflitto con Dio.

Il sospetto si insinua e prende dimora nel cuore dell’uomo rompendo e falsificando le relazioni di cui l’uomo vive. Attraverso questa profonda diffidenza si determina il travisamento delle parole di Dio sull’albero: esse non sono più avvertite come parole di cura nei confronti dell’uomo, ma come parole che ne limitano le possibilità, che privano l’uomo di qualcosa di importante e necessario. La parola divina diventa una legge che tutela l’interesse di Dio. L’inganno operato dal serpente risulta completo e tragico: diventa buono ciò che porta alla morte e si crede che la felicità sia dove Dio non vuole. Si fa il male, ingannandosi che, facendolo, non c’è male; obbedire alla voce che insinua il sospetto sulle intenzioni di Dio porta alla disobbedienza e al rifiuto di Dio stesso. Nella scelta di rifiutare il dono di Dio c’è sempre un inganno. Il male è qualcosa che l’uomo provoca e da cui viene ingannato: il momento in cui l’uomo decide il male coincide con il momento in cui viene ingannato nell’illusione di scegliere il bene. Si può rifiutare la vita nella convinzione illusoria che in quel rifiuto la vita si realizzi. L’autore del male ne è insieme anche una vittima.

La prima conseguenza di tutto questo è che l’uomo e la donna acquistano una conoscenza, ma non quella promessa dal serpente; essi ottengono una conoscenza negativa, scoprono di essere nudi, hanno conoscenza di una mancanza che rompe l’intimità e l’equilibrio finora esistenti. L’uomo e la donna non scoprono perciò il segreto della sapienza di Dio, che resta comunque a loro inaccessibile, ma la loro fragilità. Definire ciò che è bene e ciò che è male equivale, infatti, a saperlo dominare e solo a Dio appartiene la saggezza per distinguere bene e male e vincere il male stesso.

Di fatto, l’uomo nel giardino conosceva solo il bene, conosceva il mondo nel suo essere destinato a lui perché lo coltivasse o lo custodisse; conosceva l’altro nella differenza e nella reciprocità, nella perfetta comprensione, nell’accoglienza appassionata e incondizionata; conosceva Dio, con cui passeggiava nel giardino, e l’amore fecondo di Dio. L’uomo, invece, non conosceva il male, che è negazione, sottrazione, fraintendimento, perché nulla gli era sottratto, perché nessuno era il suo antagonista. Il serpente, però, insinua il sospetto che la verità della vita umana sia essere come Dio e non con Dio, uguali e non in comunione.

Il sospetto nutrito nei confronti di Dio diventa sospetto nei confronti dell’altro; per questo l’uomo e la donna si coprono, nascondendosi reciprocamente. L’altro adesso rappresenta un potenziale pericolo; la propria nudità, il proprio limite non sono più avvertiti come luogo della ricchezza che nasce dallo scambio e dalla condivisione, ma come espressione, da un lato della propria fragilità da custodire e da difendere a qualsiasi costo, e dall’altro come fonte della vergogna e del senso di colpa.

Al nascondersi reciproco corrisponde anche il nascondersi alla presenza di Dio; il giardino, da luogo della comunione, diventa luogo della rottura e della fuga.

La comunione tra l’uomo e la donna è ormai infranta e ciascuno cerca una via per la propria salvezza facendo ricadere la colpa sull’altro. L’accusa reciproca assume i toni dell’assurdo, giungendo a denunciare Dio stesso come responsabile del male, in quanto creatore della donna e del serpente.

Il serpente non è destinatario di alcuna domanda da parte di Dio: soltanto l’uomo e la donna vengono interrogati per sottolineare che sono loro i responsabili e che il male compiuto non è una fatalità inevitabile.

La prima “sentenza” pronunciata da Dio riguarda il serpente, le cui parole hanno stravolto il senso della relazione tra Dio e l’uomo, mettendo in dubbio l’intenzione di Dio; però la sentenza contiene un annuncio di salvezza e di vittoria: la stirpe umana prevarrà sullo spirito del male. Proprio il piede, che è la parte più esposta al serpente, sarà l’elemento della vittoria: il luogo del peccato si rivela luogo di salvezza.

La seconda “sentenza” riguarda la donna: sono pronunciate delle parole che toccano il problema del mistero femminile. Il parto non è una punizione, tuttavia il momento più bello dell’essere donna, quello dove la donna è propriamente donna e nessuno può sostituirsi a lei, è segnato dal dolore, come segno di una relazione sconvolta dal male: la vita continua, però, proprio nel momento in cui la vita è data, lì si vede che la relazione con la vita è rovinata. Eppure, questa esperienza contraddittoria diventa paradossale luogo di salvezza, come esperienza concreta del proprio limite che segnala la differenza con Dio, evitando la confusione di cui il serpente è promotore.

La terza “sentenza” è dedicata all’uomo: siccome ha mangiato, allora l’uomo mangerà con dolore, così che proprio l’esercizio del suo potere creativo ha inscritto in sé la memoria della finitezza. Viene definita la dimensione vera dell’uomo, il suo limite invalicabile sancito dalla morte, ma proprio tutto ciò permette all’uomo di fare memoria del suo essere creatura e, dunque, ristabilisce la differenza tra l’uomo e Dio, togliendo di nuovo la confusione introdotta dal serpente.

Il dolore non è, dunque, una punizione di Dio, ma è conseguenza del peccato, fa parte del peccato che manifesta così la sua forza di male; prendere del frutto dell’albero ha, infatti, significato voler essere altro, rinunciare ad essere quello che si è, autodistruggersi.

Il rapporto con la vita, però, non si è interrotto, perché Dio non si smentisce e continua a dare vita: è in questa occasione che la donna riceve il nome di Eva, cioè “madre di tutti i viventi” e questo vuol dire che la donna dà la vita per la benedizione di Dio, non per l’azione o la parola del serpente.

Inoltre, Dio cuce delle tuniche di pelli per l’uomo e la donna, raggiungendo l’essere umano nella sua paura, quella scaturita dalla sua prevaricazione, dal suo sospetto, dal suo tradimento. Le tuniche proteggeranno l’uomo in una terra ostile, una volta che saranno fuori dal giardino, ma le tuniche interromperanno anche il sentimento di vergogna che l’uomo e la donna provano reciprocamente e il loro reciproco timore.

Infine, Dio protegge il cammino verso l’albero della vita. Certamente si tratta di un divieto che tuttavia, nel contesto delle parole di Dio, rappresenta un ulteriore gesto di cura e di protezione, per evitare che l’uomo si lasci vincere dalla sempre ricorrente tentazione di potersi impadronire del principio della vita e di quello che garantisce il dominio della differenza tra bene e male.

SPUNTI PER LA RIFLESSIONE

1) Mi rendo conto che nel disegno originario di Dio l’uomo è creato per conoscerlo, per interagire con gli altri, per vivere del creato (delle cose), mentre invece il mio peccato perverte queste cose trasformando le cose in Dio e Dio e gli altri in cose?

2) Mi rendo conto come la scelta per il male sia compiuta nell’illusione di trovare il bene e come invece da essa segua un esito negativo per me?

3) Riconosco quali sospetti o quali paure guidano le mie scelte e le mie azioni, conducendomi a situazioni opposte a quelle attese e creando una rottura della mia relazione con il Signore e con gli altri?

4) Pensando alla benevolenza di Dio, ricordo i suoi interventi tesi ad aiutarmi a fare verità e a proteggermi dalle conseguenze del peccato?