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“Matrimonio sacramento, matrimonio civile, convivenze.

Come parlare oggi ai giovani del matrimonio sacramento”

(Pianezza - CPM)

Giuliana Scotti

pedagogista

1. Dalla Parola Rivelata alla Parola Predicata

Vorrei iniziare la mia riflessione con una domanda che contiene in sé una provocazione:

Quale collegamento c’è, oggi, tra la Teologia e la Pastorale? Quanto, cioè, la Teologia dogmatica, morale, sistematica, quanto la teologia più pura pur restando teologia seria sa diventare nello stesso tempo elementare e accessibile a tutti i cristiani, per renderli consapevoli del nesso tra fede e pratiche?

Dalla Parola rivelata alla Parola predicata: al centro sta Cristo che contiene in sé i due protagonisti: la divinità e la storicità, Dio e l’uomo storico che dialogano tra loro. E la sfida di oggi credo sia proprio quella di portare dentro la vita concreta la parola rivelata. Con Cristo.

Lo ribadisce bene la GAUDIUM ET SPES al cap. IV.44.b:

“E’ dovere di tutto il popolo di Dio, soprattutto dei pastori e dei teologi, con l’aiuto dello Spirito Santo, di ascoltare attentamente, discernere e interpretare i vari modi di parlare del nostro tempo e di saperli giudicare alla luce della Parola, perché la verità rivelata sia capita sempre più a fondo, sia meglio compresa e possa venire presentata in forma più adatta

Tutta l’ecclesiologia del Vaticano II richiama ad un modello di Chiesa “lievito che si pone in umiltà alla sequela di Cristo ed al servizio degli uomini del suo tempo”.

Anche la LUMEN GENTIUM (8.c) ricorda:

“…come Cristo ha compiuto la redenzione attraverso la povertà e le persecuzioni, così pure la chiesa è chiamata a prendere la stessa via per comunicare agli uomini i frutti della salvezza”

Una Chiesa che si è lasciata per prima evangelizzare e trasformare da Cristo Risorto, che riconosce la sua forza nel seguire e nell’incarnare ogni giorno questa “risurrezione”, ma che sa guardare con empatia la realtà del suo tempo, consapevole della storicità delle forme espressive della fede, e prepara cristiani maturi e dialogici tra il “dentro” e “il fuori”, capaci cioè di scambiarsi tra loro l’esperienza del risorto, cercando con i contemporanei, risposte ai problemi cruciali dell’esistenza.La profezia del Vaticano II è ben definita, anche se non siamo ancora riusciti a metterla del tutto a fuoco. L’esperienza pastorale e catechistica, di fatto, insegna che questo modello di Chiesa è davvero quello che non spaventa la gente delle proprie debolezze e non le blocca nel mettersi in ricerca. Anzi, diventa importante per quelli che già sono stati iniziati, ma non vedono che cosa questo abbia a che fare con la loro esistenza concreta.

2. La sensatezza del seguire Cristo

Non servono a nulla i cammini catechistici per i sacramenti che si agganciano al vuoto, dando per scontato che le persone siano consapevoli del proprio vissuto religioso!

Al contrario gli itinerari formativi devono “mostrare” la sensatezza del seguire Cristo (è ragionevole credere? vd.1Pt “chiamati a rendere ragione della speranza che è in voi”); devono far intuire l’entusiasmante scoperta della fedeltà di un Dio che sta sempre accanto a noi! (Ma ci crediamo davvero?)

La metodologia del passato non è adeguata anche se molto rassicurante. E’ importante, invece:

·Rispettare la gerarchia di verità che c’è e che gli operatori di pastorale devono avere ben chiara

  • aiutare a far emergere la capacità critica di interrogarsi, riportando alle realtà ultime con cui tutti prima o poi dobbiamo fare i conti
  • educare alla “libertà per” come capacità di pensare, agire, scegliere, discernere per essere adulti e maturi nella fede.
  • aiutare a far nascere domande, ancor prima di dare risposte
  • mostrare che Cristo salva e non la Chiesa
  • motivare sempre quello che si propone, sia da un punto di vista teologico che antropologico
  • annunciare la fede prima della morale: il Dio Liberatore vuole relazionarsi con un uomo adulto e capace di rispondere al suo invito, non con chi è rimasto bambino nei sui confronti (dimensione fondamentale per far comprendere il senso delle norme).
  • presentare modelli di vita cristiana ordinari e normali, sembra che siamo presi sempre dalla ricerca di straordinario (i santi speciali, i laici impegnati, gli eroi della fede… E’ la trappola della società di oggi, è la necessità di essere i migliori!) ma Dio non si presenta, invece, come Colui che agisce e accompagna la vita piccola e di ogni giorno?
  • avere il coraggio di condividere esperienze e difficoltà comuni della vita che fanno percepire la Chiesa come spazio di vicinanza umana e non di perfezione assurda!

3. I mutamenti culturali con cui la pastorale è chiamata ad incontrarsi

  • il soggetto

L’uomo oggi vuole essere autonomo e autoreferenziale, si è ripiegato sul proprio vissuto individuale che è l’unico ad offrirgli motivazioni, valori e stimoli.La dimensione trascendente, Dio, non è né ovvio, né pacifico. Deve scoprire attraverso la sua vita “quanto sia fondamentale”.

Compito della pastorale sarà di aiutare l’unificazione della persona,che se guarda esclusivamente la propria esperienza, vivrà grosse fragilità psicologiche.

  • la concezione del tempo

La storia non ha più quella continuità e quella linearità che un tempo rendeva il futuro strettamente collegabile al passato ed al presente. Oggi non è più così: oggi il futuro ne è in parte indipendente. Inoltre non c’è oggettivazione rispetto ad esso: il mio futuro comprende quello che sono stato e quello che sono ora, con tutti i grandi negativi e i grandi positivi della mia storia, ma il FUTURO e’ SEMPRE LA COSA MIGLIORE, poiché è IL NUOVO. Possiamo comprendere da questa visione di CAMBIAMENTO continuo come il linguaggio della fedeltà, del per-sempre, della durata-continuità di un’esperienza risulti assurda ed incomprensibile.

Anche la speranza si è “spostata” dal totale al personale: non è rivolta al mondo intero, ma al mio futuro, alla mia pienezza, alla mia realizzazione personale. Di qui scaturisce il disinteresse per le tradizioni, della famiglia o della chiesa.

Non ci sono più riferimenti sicuri da cui partire, ma l’unica bussola in grado di orientare le scelte è il vissuto personale.

  • la diversità ed il rapporto con l’altro

La mancanza di uno sfondo unitario, però, ha un risvolto positivo perché spalanca la possibilità di incontrarsi, conoscere e trovare nuove modalità di vivere, di dialogare. Spesso, però, la partecipazione non è piena accoglienza dell’altro, ma si ferma all’emozione affettiva e consolatoria.

Così anche nel rapporto di coppia: quando finisce la fase dell’innamoramento che porta emozione profonda, si fatica ad accogliere l’altro così com’è!

Si aprono allora due possibilità: il desiderio dell’altro inteso come tendere, andare, spostarsi, cambiare insieme e crescere in reciprocità; la comunicazione come mettere in comune, come ricerca di linguaggi simbolici scoperti e vissuti tra i due.

4. Per ri-partire

  • Il Matrimonio:passaggio dal “possesso” all’alterità. Vedi il Cantico dei cantici ed il linguaggio sponsale di Dio.
  • Il Sacramento come ri-significazione dell’amore e del senso di tutta la vita
  • Un’occasione davvero specialeper dare senso alla storia dei due ricuperando la realtà del proprio Battesimo e non dando nulla “per scontato”
  • Una logica di accompagnamento che èIniziazione, autentico cammino antropologico e di fede (Cristo non chiede la contrapposizione tra la fede e la vita, semmai porta l’uomo alla sua piena realizzazione)
  • Puntaresulla Formazione dei Formatori secondo la metodologia del LABORATORIO

5. Il laboratorio

La formazione assomiglia, sovente, ad un funzionamento magisteriale che privilegia l’esposizione del sapere e prevede, eventualmente, un momento di assimilazione. Di solito, si tende a riprodurre il modello attraverso il quale si è stati formati. Ma bisognerebbe chiedersi: quando la formazione in noi è stata significativa? Quando ha inciso e cambiato qualcosa dentro di noi? Cosa ricordiamo della formazione che noi abbiamo ricevuto e perché?

Se riteniamo che le coppie di fidanzati debbano acquisire conoscenze religiose, ma soprattutto farle interagire con la propria vita, in modo che diventino formative e che li aiuti a crescere come persone, sarà importante che siano formati tramite un modello che permette effettivamente queste dinamiche. Il cammino del laboratorio consente molti di questi passaggi. Si articola in tre tempi:

a.la fase proiettiva come esplorazione del vissuto

Si tratta di far emergere a livello cosciente il sapere di ciascuno rispetto al tema in questione.

Questo consente consapevolezza esplicita, nei partecipanti e nel formatore, dei pensieri e dei vissuti di ciascuno, dei rispettivi dubbi, delle incertezze o delle convinzioni, delle opinioni e dei giudizi (che tutti noi ci portiamo dentro ma di cui spesso non siamo consapevoli fino in fondo), che poi andranno a confrontarsi con le proposte del percorso formativo.

b.Assimilazione del sapere teorico ovvero fase analitica

Si offrono dei contenuti, sottoforma di concetti/conoscenze e di rapporti tra concetti/conoscenze. Il formatore comunica il suo modo di appropriarsi del sapere, non solo nel risultato, ma nel cammino per arrivarci (e come vi è arrivato lui stesso, dunque è disponibile a mettersi in gioco egli stesso). Raggiunge lo stesso scopo anche l’utilizzo di un documento, un testo, un video, ecc.

c.Integrazione ovvero la fase di ri-appropriazione

E’ il collegamento tra le due fasi precedenti, è il momento in cui i partecipanti ricollegano il tutto alla loro esperienza e alla loro prassi. Altrimenti le scoperte e i cambiamenti della seconda fase si fisserebbero solo a livello razionale senza entrare nella profondità dell’essere.

E’ la “elaborazione di significato” grazie a cui i partecipanti arrivano ad una trasformazione e ad un cambiamento.

Formare in laboratorio consente:

  • una formazione che si presenti come un’autentica esperienza di Chiesa, permettendo di vivere relazioni evangelicamente ispirate e di acquisire un sapere, un saper essere e un saper fare in vista di un ministero. Questo comporta di curare con eguale attenzione le relazioni, le competenze e la fede delle persone. E’ l’essere di ciascuno come credente che viene messo al centro e che viene curato. Una formazione di questo tipo è primariamente un’esperienza ecclesiale, e si discosta da ogni tipo di formazione puramente funzionale (un corso dove si arriva, si assiste per due ore senza interagire e si torna a casa).
  • una formazione che risponda al modello della trans-formazione. Prevede per questo l’entrata in formazione a pieno diritto dell’esperienza dei partecipanti, dei loro racconti di vita. Al centro sta la persona in formazione e non solo il gruppo indistinto.
  • una formazione che mette in atto processi di apprendimento attivo, alterna lavori personali e di gruppi, interventi teorici, rielaborazione da parte dei partecipanti.

Formare in laboratorio esige la disponibilità a giocare se stessi nell’incontro con gli altri. Solo così si cambia, si cresce, solo così c’è “formazione”.