cookiesE' entrata in vigore (dal 2 giugno 2015) la legge italiana sui cookie che recepisce la direttiva del Parlamento europeo, relativa al trattamento dei dati personali e alla tutela della vita privata nel settore delle comunicazioni elettroniche.
Chiudendo questo banner, acconsenti all’uso dei cookie.

LogoBlu

LA GIOIA DELL’AMORE

INCLUSIONE E NON ESCLUSIONE

Riflessioni sul capitolo IV dell’ Amoris Lætitia

a cura di Andrea Mura*

* Fra Andrea Mura ofmconv. è parroco delle parrocchie SS. Annunziata e San Francesco in Cagliari.

“Ricordando che il tempo è superiore allo spazio, desidero ribadire che non tutte le discussioni dottrinali, morali o pastorali devono essere risolte con interventi del magistero.

Naturalmente, nella Chiesa è necessaria una unità di dottrina e di prassi, ma ciò non impedisce che esistano diversi modi di interpretare alcuni aspetti della dottrina o alcune conseguenze che da essa derivano”.

Papa Francesco, AL, 3.

PREMESSA: UN CAMMINO DI 140 ANNI

            Circa 140 anni fa, la Chiesa cattolica, assediata dallo Stato moderno, aveva pensato di trovare nel matrimonio un terreno favorevole per mantenere per sé una competenza esclusiva e per sottrarre potere e autorità al “nemico” moderno.

            Nel 1891, alcuni anni dopo la breccia di Porta Pia e la perdita del potere temporale, in un tempo segnato da questioni istituzionali, giuridiche e politiche, Leone XIII pubblica la Rerum Novarum.. Le questioni teologiche e istituzionali si sono intrecciate in questi 140 anni in forma nuova, che non ha precedenti nella storia della Chiesa.

            Nell’enciclica Arcanum Divinae Sapientiae (1880), Leone XIII mette a punto le “forme di pensiero e di azione” che poi saranno fatte proprie dal Codice di diritto canonico del 1917 e che diverranno, per molti decenni, il punto di snodo decisivo della comprensione “cattolica” del matrimonio. Fino ad oggi questa “strettoia” istituzionale pesa sul modo in cui parliamo, riflettiamo e agiamo e persino preghiamo intorno all’amore e al matrimonio.

            Cinquant’anni dopo, nel 1930, Pio XI pubblica Casti Connubii. Molta attenzione viene spostata sulla contraccezione, che diviene quasi la chiave di comprensione del matrimonio e della famiglia. Da qui in poi la sessualità è letta come “oggettiva”, quasi depurata dalla soggettività e regolata solo naturalmente e, per questo, da Dio stesso. Un

abbraccio tra grazia e natura che, a lungo andare, rischia di diventare asfissiante e di polarizzare sempre più il rapporto con la cultura civile e con il suo inevitabile sviluppo “responsabile”. L’identificazione di Dio con il “naturale” (Vaticano I) e dell’uomo con l’“artificiale” ha creato una crescente polarizzazione che non ha portato solo chiarezza, ma che, a lungo andare, ha rischiato di offuscare e pesare su menti e cuori.cagliari1

            Nel 1968 esce Humanae Vitae, di Paolo VI. Nonostante il parziale mutamento di linguaggio introdotto dal Concilio Vaticano II e il cammino verso una “personalizzazione” del matrimonio e della famiglia, che trovano in Gaudium et Spes una affermazione di grande rilievo, l’enciclica ha lo stile di Arcanum Divinae Sapientiae e di Casti Connubii: il matrimonio e la famiglia, luoghi unici della sessualità, sono interamente predeterminati da Dio, lasciando all’uomo uno spazio di responsabilità così esiguo, da risultare spesso fittizio e sempre molto formale; comunque sequestrato dalle teorie del “consenso contrattuale”. La possibilità di una generazione responsabile diventa tema astratto, cui non corrispondono pratiche e discipline realistiche. La soluzione inefficace dipende da un modo di pensare il matrimonio e la famiglia “in contrasto” con la cultura civile moderna. Matrimonio e famiglia si prestano ancora ad essere usati come baluardi antimodernisti e come riserve di competenza ecclesiastica. Ma in questo uso subiscono anche mortificazioni e riduzioni progressive, che polarizzano il pensiero e la prassi ecclesiale, isolandola ed emarginandola dalla cultura comune.

            Nel 1981 esce l’Esortazione Apostolica post-sinodale di Giovanni Paolo II Familiaris Consortio. Sempre in continuità con il linguaggio precedente, essa opera però due importanti cambiamenti:

  1. 1. Già dal titolo introduce l’espressione “familiaris”, nuova nel magistero che da sempre si era occupato di matrimonio e “poco” di famiglia.
  2. 2. Il riconoscimento aperto a una “differenziazione” della società, che appare ormai evidente anche per la Chiesa (al di là degli stati di vita dei cristiani). Non ci sono solo “famiglie regolari”, ma anche “irregolari” che non sono più, automaticamente e ipso facto, infami e scomunicate. È l’inizio di una piccola rivoluzione: la logica della contrapposizione alla società civile, inaugurata nel 1880, cento anni dopo non regge più sul piano pratico e operativo. Alla contrapposizione frontale occorre sostituire la “conciliazione nella differenziazione”.

            Nel 2016 esce l’esortazione apostolica post-sinodale di Francesco, Amoris Lætitia. Al termine di un accurato percorso sinodale si sente un’esigenza di conversione pastorale, una ripresa vigorosa del Vaticano II. Il nuovo lessico privilegia l’amore. Dagli arcani si giunge finalmente alla gioia dell’amore.

            La chiesa non cambia la dottrina, ma continuamente traduce la propria dottrina. Traduzione non è cambiamento della tradizione, ma sua complessa trasmissione.

            Il Concilio Vaticano II, come evento di “misericordia”, voleva impostare il rapporto con il mondo moderno correggendo la direzione di scontro che aveva assunto dal XIX secolo. Nella storia del post-concilio non è mancata la volontà di proseguire su questa via. Francesco, come primo papa non europeo, come primo papa “figlio” del Concilio, figlio di una metropoli, ha ripreso lo slancio conciliare per continuarne l’opera.

 

UNO STILE NUOVO SOTTO L’ISPIRAZIONE DELLA MISERICORDIA

            Il documento presenta varie sfumature e forme dell’amore umano. Troviamo tutte le tracce del cammino che la Chiesa ha percorso negli ultimi anni. I livelli di lettura della realtà sono differenti: sapienziale e descrittivo, morale e biblico, parenetico e testimoniale. Lo stile di papa Francesco è volutamente “sovrabbondante” per garantire alla misericordia di poter irrompere.

            Il documento sviluppa largamente il “positivo dell’amore” rispetto alla precisazione sdegnata del negativo. Il testo ha una vocazione all’integrazione; non cede alla veloce e facile logica delle due vie: escludere o integrare. La scelta per l’integrazione è netta. Invita alla riflessione pastori e teologi, nella fedeltà alla Chiesa, con onestà e realismo, ma anche con creatività in vista di una maggiore chiarezza.

            Il rapporto con la tradizione è visto non come la scelta di cammini escludenti, ma come possibile coesistenza di interpretazioni diverse: “Desidero ribadire che non tutte le discussioni dottrinali, morali o pastorali devono essere risolte con interventi del magistero. Naturalmente, nella Chiesa è necessaria una unità dottrinale e di prassi, ma ciò non impedisce che esistano diversi modi di interpretare alcuni aspetti della dottrina o alcune conseguenze che da essa derivano” (AL3).

            Si supera la lettura troppo rigida della “oggettività di peccato” come inaggirabile ostacolo alla comunione, ecclesiale e sacramentale: “A causa dei condizionamenti o dei fattori attenuanti, è possibile che, entro una situazione oggettiva di peccato – che non sia soggettivamente colpevole o che non lo sia in modo pieno – si possa vivere in grazia di Dio, si possa amare, e si possa anche crescere nella vita di grazia e di carità, ricevendo a tale scopo l’aiuto della Chiesa”(AL 305).

Il principio della misericordia è posto come “architrave dell’edificio ecclesiale”, conducendo a un ripensamento strutturale del rapporto tra dottrina e pastorale. La dottrina, che non cambia, ha però bisogno di parlare sempre una lingua comprensibile. La dottrina non è una pietra, ma, essendo espressione della Chiesa, è materna.

            Si supera il divieto di riconciliazione/comunione che prima regolava le situazioni irregolari fino a Familiaris Consortio. Le parole integrazione, accompagnamento e discernimento diventano ora la via generale, anche se mai generica, di un accostamento premuroso e misericordioso, a ciascuno e a tutti. La logica del discernimento in foro interno e dell’accompagnamento in un itinerario appaiono, con chiarezza, come “nuove” esigenze della pastorale ordinaria.

            La storia personale e la coscienza dei soggetti diventano rilevanti per la recezione della dottrina. La coscienza va formata e non sostituita, coinvolta nella prassi della Chiesa: questo principio, unito a quello della misericordia, determina l’orizzonte nuovo della “pastorale dell’amore”. Misericordia di Dio che dona e coscienza dei soggetti che riceve, con Cristo come mediatore e la Chiesa nel tempo attuale a rendere viva l’opera di mediazione nel tempo dello Spirito.

            Papa Francesco ha voluto accettare la sfida di una realtà complessa, che la Chiesa non può semplificare troppo, senza perdere, nello stesso tempo, la benedizione della misericordia di Dio e la carità della relazione con gli uomini.

 

LA STRUTTURA DEL CAPITOLO IV

            Il capitolo IV si apre con il grande desiderio di parlare dell’amore. Approfondire l’amore diviene un’esigenza.

            Apertura (89): ci si sofferma in maniera specifica a parlare dell’amore. Non possiamo incoraggiare un cammino di fedeltà e reciproca donazione se non stimoliamo la crescita, il consolidamento e l’approfondimento dell’amore.

            Nell’amore (90) che si manifesta nella quotidianità, emerge una sorta di mistagogia dell’Inno alla carità (1Cor 13,4-7) di san Paolo. Amore tra coniugi e amore per i figli in un rinnovato programma familiare che richiede di passare per la via del perdono (105-108) e di un amore che tutto sopporta (118-119).

            Bellissima la citazione del sermone di Martin Luther King per la scelta libera dell’amore fraterno anche in mezzo alle peggiori persecuzioni e umiliazioni. (La persona che ti odia di più, ha qualcosa di buono dentro di sé…).

            La carità coniugale è poi declinata secondo varie dimensioni:

  1. Carità coniugale: l’amore che unisce gli sposi, santificato, arricchito e illuminato dalla grazia del sacramento del matrimonio. Unione affettiva, spirituale e oblativa, che però raccoglie in sé la tenerezza dell’amicizia e la passione erotica. (In grado di sussistere anche quando i sentimenti e la passione si indeboliscono).

Il matrimonio è l’icona dell’amore di Dio per noi (122). Tuttavia, non è bene confondere piani differenti: non si deve gettare sopra due persone limitate il tremendo peso di dover riprodurre in maniera perfetta l’unione che esiste tra Cristo e la sua Chiesa, perché il matrimonio come segno implica «un processo dinamico, che avanza gradualmente con la progressiva integrazione dei doni di Dio» (122).

  1. Grande amicizia: tutte le caratteristiche di una buona amicizia, e cioè ricerca del bene dell’altro, reciprocità, intimità, tenerezza, stabilità, somiglianza tra amici che si costruisce condividendo.
  2. Passione che conduce verso un unione sempre più stabile e intensa.
  3. Gioia da vivere nell’amicizia e nell’amore, cifra del pontificato di Francesco.
  4. Amore di amicizia, elevando l’alto valore dell’altro.
  5. Amore contemplativo: l’amore che si compiace del bene dell’amato.
  6. Amore divino: la via nella quale il marito e la moglie sperimentano il senso della propria unità e sempre più pienamente la conseguono.

 

           Ascesi (137): sanare il dialogo non cominciando a parlare prima del momento giusto.

          Amore appassionato (142-162): il recupero delle emozioni e dei sentimenti per vivere la gioia dei figli di Dio senza l’ossessione dei cartelli di divieto anche nella dimensione erotica. Il pericolo della violenza e della manipolazione che vanno alla deriva fino alle patologie della sessualità. La visione del matrimonio e della verginità.

            Come conclusione il meraviglioso paragrafo 164: La trasformazione, trasfigurazione dell’amore.

 

CONCLUSIONI

            In questo piccolo trattato sull’amore il vangelo recupera il primato sulla norma. Non vale solo il bene massimo garantito dalla norma generale e astratta, o almeno non è l’unica via coerente con la fede e con la comunione ecclesiale. Occorre rivedere la fisiologia dell’amore, come esperienza originaria di un “legame per sempre”, una nuova ermeneutica non giuridica, ma tesa alla misericordia. Né la Parola di Dio, né il sacramento celebrato, né la vita ecclesiale, né il rapporto con il mondo si lasciano comprendere semplicemente sulla base di una “oggettività” che si impone sul soggetto, di una “autorità” che si impone sulla libertà. Accettare di volta in volta il bene possibile diventa occasione per vivere la tensione al bene massimo come esperienza di integrazione e non di esclusione.

A CURA DI ANDREA MURA

Bibliografia:

  • Andrea Grillo, Le cose nuove di “Amoris Laetitia. Come papa Francesco traduce il sentire cattolico, Cittadella, Assisi 2016, 84 pp.
  • Walter Kasper, Sacramento dell’unità. Eucaristia e Chiesa, Queriniana, Brescia 2004, 172 pp.
  • Jean-Paul Vesco, Ogni vero amore è indissolubile, Queriniana, Brescia 2015, 112 pp.