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Col termine “globalizzazione” si intende quel processo economico che ha dato origine ad un unico mercato mondiale.L’Autore ne analizza le principali caratteristiche e le conseguenze pratiche in vari settori della vita, mettendone in evidenza particolarmente i rischi, ma al contempo sottolineandone il significato profondo di sfida per il nostro tempo.

Il termine "globalizzazione" (processo economico che ha dato vita ad un unico mercato mondiale) viene spesso associato ad una ideologia di matrice utilitarista che esalta l'efficienza produttiva senza tener conto delle esigenze umane Contro questa ideologia - che comporta il rischio di una visione del mondo priva di valori forti e che vorrebbe ridurre sotto il segno della produttività economica anche taluni settori della vita come salute, scuola e cultura - occorre porre in atto un atteggiamento critico, capace di coglierne i rischi, pur accettandone la sfida, e di affermare il primato dell'etica sulla tecnica Anche la famiglia è chiamata a raccogliere questa sfida.

Il termine "globalizzazione" dice anzitutto riferimento a una serie di processi economici che hanno dato vita alla nascita di un unico mercato mondiale. A determinare tale nascita ha concorso (e tuttora concorre) un insieme di fattori di ordine strutturale e culturale tra loro strettamente intrecciati: dallo sviluppo di tecnologie sempre più sofisticate e potenti, che consentono di agire a enormi distanze "in tempo reale" - si pensi soltanto al ruolo di Internet - alla crescente interdipendenza tra i popoli della terra per la caduta delle distanze fisico-geografiche (non solo sul terreno dell'informazione), al prevalere infine, nell'ambito dell'economia, del settore finanziario su quello produttivo. Questi fenomeni, che sono alla radice della sostanziale unificazione del mondo moderno, avvengono all'interno di un sistema - quello capitalista (o neocapitalista) - che ha preso decisamente il sopravvento dopo la crisi dei sistemi a economia pianificata e le cui logiche liberiste esercitano una grande influenza, in senso trasversale, sulla vita umana in tutti i suoi aspetti. Per questo molti giustamente associano il termine "globalizzazione" all'affermarsi di un "pensiero unico" che sembra essere diventato il criterio esclusivo di giudizio di tutte le scelte umane. Si tratta di una ideologia di matrice utilitarista, che fa dell'efficienza produttiva il metro di misura per la valutazione dell'agire nei diversi campi dell'attività umana e che rischia pertanto di condurre a trascurare altri (e più importanti) valori ai quali è d'obbligo riferirsi se si vogliono promuovere forme di vera (e piena) umanizzazione. A questo versante propriamente ideologico della globalizzazione, che ha ricadute immediate sulla formazione del costume e sull'articolarsi della vita sociale, intendiamo qui riferirci per offrire qualche spunto di riflessione, che aiuti a fare un accostamento critico nei confronti dei processi in corso e individui le piste positive da percorrere - soprattutto sul terreno educativo - per evitare di lasciarsi da essi radicalmente catturare e puntare invece su una crescita umana globale, che, senza sottovalutare il momento economico, si proietti tuttavia ben al di là di esso.

1. Salute, scuola e cultura nel segno della produttività

La riprova della fondatezza dei rilievi appena accennati è anzitutto costituita dai cambiamenti intervenuti, in questi ultimi anni, in alcuni settori della vita associata, in particolare in quelli della salute e della scuola. Le riforme attuate all'interno di tali settori appaiono largamente ispirate a una visione della realtà dominata dall'egemonia del mercato, e dunque strettamente legata ai valori (o disvalori) che ad esso si riferiscono. La trasformazione degli ospedali in "aziende" e dei direttori dei distretti sanitari in manager è già di per sé eloquente. Ma ancor più eloquenti sono i parametri in base ai quali vengono giudicate le opzioni: ad avere la prevalenza è infatti il profitto, con pesanti discriminazioni nei finanziamenti tra settore e settore e con la penalizzazione di forme di malattia la cui cura comporta costi economici elevati senza ricadute positive soddisfacenti, e soprattutto con la tendenza da parte degli operatori a moltiplicare quantitativamente le prestazioni senza la dovuta attenzione alle dimensioni più propriamente qualitative dell'azione curativa.

La necessità di dare maggiore funzionalità ed efficienza al sistema sanitario, evitando inutili sprechi e semplificando procedure burocratiche, che provocavano (e spesso provocano tuttora) insopportabili lentezze, è fuori discussione. Ma non si può pensare che questi valori siano gli unici cui affidarsi per rispondere adeguatamente ai bisogni della gente. La salute è un bene fondamentale, che va tutelato e promosso per se stesso, e che deve essere garantito a tutti indipendentemente dalle condizioni di età, di ceto sociale e di gravità della malattia. Non esistono (e non possono esistere) al riguardo cittadini di serie A e cittadini di serie B, come non si danno (e non si possono dare) malati incurabili (anche i cosiddetti "inguaribili", coloro cioè la cui diagnosi clinica è infausta e che si trovano magari in uno stadio terminale della malattia, non possono, e non devono, essere trascurati e tanto meno abbandonati). Purtroppo l'oggettivo limite delle risorse impone spesso l'esigenza di decisioni difficili circa la loro destinazione e talvolta anche l'obbligo di scegliere i soggetti da privilegiare. Ma è evidente che, anche in questi casi, il criterio non può essere puramente economico, ma deve avere di mira, in ultima analisi, il perseguimento della crescita umana considerata tanto nei suoi riflessi personali che sociali.

Analoghe riflessioni valgono sul fronte della scuola, e più in generale della formazione culturale. I tentativi di riforma in atto - dall'autonomia alla revisione dei cicli, al collegamento più stretto con la società - sembrano troppo ricalcati su modelli aziendalistici. Gli aspetti strutturali e funzionali hanno spesso il sopravvento sull'interesse per i contenuti, che dovrebbero invece rappresentare l'elemento qualificante. La stessa figura del direttore d'istituto è pensata più in prospettiva manageriale che di competenza pedagogico-didattica o di animazione culturale. Ma ancora più grave è il tentativo di istituire un troppo rigido corto circuito tra scuola e lavoro, concependo istruzione e formazione al servizio esclusivo dell'inserimento nel mondo del lavoro e della professione. Non si può certo negare in proposito l'importanza di una maggiore efficienza del sistema scolastico con una verifica costante dei risultati nell'ottica del rapporto costi/benefici; come non si può negare la necessità di un pieno coinvolgimento della scuola nella società e la ricerca di sbocchi lavorativi, che esigono una adeguata formazione professionale: l'acquisizione, nel curriculum della scuola dell'obbligo, della formazione professionale (fino ad ora lasciata ad altre agenzie che agivano in parallelo) è un fatto altamente positivo.

Anche in questo caso tuttavia la portata dei fattori economico-produttivi non va radicalizzata; si incorrerebbe infatti in una visione puramente utilitarista della cultura, che è in contrasto con la sua vera natura. La formazione offerta dalla scuola deve avere anzitutto di mira la crescita globale della persona, la sua reale maturazione umana, perciò lo sviluppo del senso critico e della capacità creativa del soggetto, che viene in tal modo abilitato a entrare pienamente nella società assumendosi autonomamente le proprie responsabilità. La cultura è anzitutto espressione di libertà e ha un carattere assolutamente gratuito così da non potere essere asservita a nulla, neppure all'esercizio della professione; esercizio che del resto impone un severo apprendimento tecnico, ma esige anche (e soprattutto) una grande maturità umana. Rendere la cultura del tutto funzionale al lavoro, privilegiando pertanto anche nella scuola l'offerta di nozioni scientifico-tecniche e sottovalutando l'apporto dei valori umanistici, non significa soltanto far torto alla cultura, nella sua accezione più alta, ma nuocere in definitiva alla stessa possibilità di sviluppo dell'attività professionale.

2. Il rischio di una mentalità riduttiva e avaloriale

L'esemplificazione non riguarda ovviamente solo i due settori segnalati, ma può estendersi anche ad altri ambiti dell'attività umana, dove l'ideologia del pensiero unico si fa sentire in modo altrettanto pervasivo, così da riflettersi consciamente o inconsciamente - sulle scelte che in essi vengono operate. t come dire che la globalizzazione coincide con il farsi strada, in modo più o meno consistente, di una mentalità e di un costume, di un vero e proprio modo di essere-al-mondo, caratterizzato dall'assegnazione del primato al fare e all'avere sull'essere e sul ricevere; in altre parole, dal prevalere di logiche utilitariste e funzionaliste con le quali ci si accosta alla realtà e se ne valuta la consistenza. Questa mentalità è talmente diffusa e socialmente accettata da non essere spesso neppure fatta oggetto di conoscenza riflessa, o da far sentire chi ad essa non si adegua come appartenente ad un mondo del tutto sorpassato. Ogni momento dell'esistenza, non esclusi quelli nei quali si sviluppano le più profonde esperienze relazionali, è coinvolto in questo processo: l'altro e il mondo vengono letti secondo ottiche meramente funzionali o di semplice efficienza produttiva, che finiscono per mortificare la vera comunicazione. Laddove la domanda "che senso ha?" è sostituita da quella "a che cosa serve?" è naturale che si assista ad un forte ridimensionamento delle prospettive di realizzazione personale e, più radicalmente, alla crisi dei rapporti interpersonali la cui possibilità di attuazione è legata all'esperienza della gratuità e all'adozione di un linguaggio simbolico-evocativo, non riducibile a quello della pura transazione economica.

Ma, a ben guardare, ciò che soprattutto si nasconde dietro a tale interpretazione della realtà è una concezione del mondo e della vita dalla quale è del tutto assente qualsiasi preoccupazione di ordine etico; o più ancora una concezione che finisce per negare radicalmente la possibilità stessa dell'etica nella sua definizione più seria. L'utilitarismo, che insieme al contrattualismo costituisce il modello etico al quale normalmente si fa oggi appello, ha infatti come unico obiettivo quello di individuare una serie di "regole" per la convivenza umana, non fondate su valori assoluti, di cui si nega (o quanto meno si ignora) l'esistenza, ma sulla mediazione degli interessi soggettivi, sulla massimizzazione cioè dell'utile per tutti. La mancata considerazione della questione del senso implica il rifiuto di un'etica basata su valori forti e irrinunciabili e comporta il semplice ricorso a criteri pragmatici, che definiscono il comportamento umano su basi puramente fattuali. La tradizionale distinzione tra "fatti" e "valori", tra "essere" e "dover essere" viene qui definitivamente a cadere in forza dell'assorbimento dei valori nei fatti, cioè nella loro radicale negazione. E' questo ovviamente il livello più profondo e più allarmante dell'ideologia del pensiero unico: ideologia che finisce

per cancellare qualsiasi tensione ideale e qualsiasi riferimento valoriale, in nome di una valutazione puramente quantitativa della realtà, la quale non può che produrre gravi forme di alienazione umana.

3. Il ricupero di valori forti come antidoto all'alienazione

La possibilità di reagire a questo stato di cose è strettamente dipendente dalla denuncia del limite della impostazione descritta, di cui va soprattutto sottolineato il riduzionismo antropologico, e dalla capacità di proporre in alternativa un sistema di valori che si faccia realmente interprete delle autentiche esigenze di promozione umana. Nonostante i processi qui descritti sembrino negare - come si è detto - qualsiasi possibilità di ritorno all'etica, emerge tuttavia con insistenza nella nostra società una domanda di valori come conseguenza della presa di coscienza dell'incapacità della scienza e della tecnica di pervenire a forme di autoregolamentazione soddisfacenti. La complessità dei problemi sollevati dall'uso delle nuove tecnologie e la gravità dei rischi cui è possibile andare incontro suscitano interrogativi difficili (e persino inquietanti) la cui risposta va cercata oltre il semplice livello scientifico. Emerge, in altre parole, la necessità del ricorso ad una precisa concezione dell'uomo e l'esigenza del riferimento a un quadro di valori irrinunciabili attraverso i quali fare discernimento di quanto avviene per orientarne positivamente il corso.

La stessa globalizzazione, considerata nella sua valenza strettamente economica, rende trasparente questa esigenza. Si assiste infatti ai nostri giorni a una rinascita di domanda etica motivata da ragioni economiche, cioè da istanze interne all'economia. Fenomeni come lo squilibrio ecologico o la sperequazione crescente tra Nord e Sud del mondo o l'estendersi della disoccupazione a livelli patologici o la persistenza di sacche consistenti di povertà anche all'interno dei paesi sviluppati non sono soltanto eticamente inaccettabili, ma anche economicamente improduttivi. Ciò che, in altri termini, attraverso di essi diviene trasparente è l'insufficienza delle leggi tradizionali dell'economia, considerate per molto tempo "naturali" e persino "sacre" (ma in realtà basate sull'ideologia illuminista del progresso illimitato), a far fronte a situazioni che hanno ricadute fortemente negative sugli stessi sviluppi dei processi economici. Si pensi soltanto alla progressiva riduzione delle risorse, alcune delle quali non rinnovabili, o ai costi del disinquinamento, o ancora alle pesanti conflittualità sociali provocate dall'ingiusta distribuzione dei beni e del lavoro con la determinazione di forme di squilibrio che hanno (e non possono non avere) ripercussioni pesanti anche sull'andamento del sistema produttivo.

D'altra parte (e in questo caso in senso molto più positivo) l'esigenza di eticità si fa sentire nella società come conseguenza del disagio esistenziale, e persino del malessere ontologico, che sembra caratterizzare la odierna condizione umana. La richiesta, sempre più insistita, di puntare sul ricupero della qualità della vita rappresenta una sorta di reazione nei confronti della logica quantitativa dominante, che ha finito per impedire il vero sviluppo umano. I movimenti, che hanno assunto un ruolo sempre più importante in questi ultimi decenni - da quello femminista a quello ecologico, da quello pacifista a quello per i diritti umani - sollevano istanze etiche fondamentali, che stanno prima e oltre la politica e la cui assunzione diventa essenziale per la promozione di una convivenza civile a misura di uomo.

In questa cornice va inserito l'impegno teso a contestare la globalizzazione nella sua accezione più rigidamente ideologica e totalizzante. La strada è infatti quella della riaffermazione del primato dell'etica sulla tecnica, del ripristino della centralità dell'essere sull'avere e sul fare; ma soprattutto della produzione di valori destinati a restituire concreta possibilità di attuazione a questi obiettivi. Il superamento di criteri individualisti e utilitaristi è infatti reso possibile solo dall'affermarsi di valori alternativi, quali la gratuità, la solidarietà e la condivisione: valori che prospettano modalità di giudizio del tutto diverse da quelle ispirate alla logica del cosiddetto "pensiero unico". La sfida che si apre oggi sul fronte della società è dunque rappresentata dalla capacità di reagire alla prospettiva economicistica imperante, senza negare per questo le ragioni dell'economia, ma inserendole piuttosto nel contesto di un progetto più allargato che ha di mira il bene umano integrale. Si tratta di una sfida che esige una forte mobilitazione delle coscienze, la capacità cioè di ciascuno di ritrovare dentro di sé il senso delle cose che contano e di coinvolgersi responsabilmente nella costruzione di una società in cui si rispettino i diritti fondamentali di tutti gli uomini e si dia vita a nuova forma di civilizzazione.

Giannino Piana Teologo morale - Novara