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L’ipotesi di lavoro che guida questo numero della rivista non è quello deducibile da una raffigurazione mondana della Chiesa,rappresentata dalle metafore dell’isola in mezzo all’oceano,ma è invece basata proprio sulla parola di Dio e su due figure:Sara e Gesù.

"Si è iniziato un processo di incalcolabile portata: la Chiesa rinasce nelle anime". (ROMANO GUARDINI)

In una sua lettera, San Bernardo (1) di Chiaravalle racconta la vicenda di Philip, un prete inglese della diocesi di Lincoln, il quale - presumibilmente nell'anno 1129 - aveva deciso di compiere un pellegrinaggio verso la Terra Santa. Durante il viaggio si era fermato a Clairvaux - Chiaravalle, appunto,località nella Champagne francese - sede di un'abbazia di cui Bernardo era abate e che, con le sue 80 dipendenze e i suoi oltre 700 monaci, divenne un importante centro di irradiazione nel mondo occidentale di vita monastica. Poco dopo l'arrivo di Phílip a Clairvaux, il vescovo di Lincoln ricevette una lettera di Bernardo che gli annunciava l'arrivo a destinazione del prete e la sua intenzione di stabilirsi per sempre in quella abbazia. "Egli - così scriveva Bernardo - è entrato nella Città Santa e ha scelto la sua eredità.Non è più uno spettatore in ricerca, ma un abitante pio e un cittadino di Gerusalemme. Questa Gerusalemme, se volete saperlo, è Clairvaux. Essa è la Gerusalemme unita alla Gerusalemme celeste per la pietà, per la vita conforme e per una certa affinità spirituale". Non v'è dubbio che tra le varie benemerenze del monachesimo vi sia proprio la definizione non solo teorizzata ma vissuta della vera dimora del cristiano, che non è la Gerusalemme terrestre, la città della fatica delle relazioni, ma quella celeste, la città del Sabato. La dialettica inerente alle due città inzia a dire il vero ben prima della lettera di Bernardo al vescovo di Lincoln. Gesù stesso a "deterritorializzare" la vita cristiana perfetta, ovvero la santità,quando, nel quarto capitolo del vangelo di Giovanni, dice alla donna samaritana: "Credimi: viene il momento in cui l'adorazione di Dio non sarà più legata a questo monte o a Gerusalemme; viene un'ora, anzi è già venuta, in cui gli uomini adoreranno il Padre guidati dallo Spirito e dalla verità di Dio. Dio è spirito. Chi lo adora deve lasciarsi guidare dallo Spirito e dalla verità di Dio" (21-24). Affrontare il tema della Chiesa significa dunque collocarsi con timore etremore, all'interno di questa dialettica: Gerusalemme celeste - Gerusalemme terrestre. Di casa - o in pellegrinaggio - nella seconda, ma con lo sguardo fisso sulla prima di cui la seconda non è che un pallido riflesso, una provvisoria prefigurazione. Il timore deriva dalla consapevolezza di doverci confrontare con un mistero che ci supera, e che è in fondo il mistero stesso del rapporto tra il Cristo e il popolo da lui radunato e costituito; e, contemporaneamente, della difficoltà non tanto di vivere in una Chiesa, quanto piuttosto di vivere la Chiesa, sforzandosi di comprenderne e di realizzarne il senso.

Una ricerca di senso da isolati non è forse problematica? Questo percorso dialettico attraversa dunque non solo la bimillenaria storia della Chiesa,con le sue alterne vicende, non sempre esemplari, di relazioni interne o nei confronti delle società, ma la nostra stessa coscienza di uomini e donne in cammino, incapaci di possedere uno sguardo lungo, e di guardare in alto, tentati spesso di cercare "tra i morti colui che è vivo" (Lc 24,5), come ci ricorda Milton nel suo Paradiso perduto:

"Qui vagano pellegrini che si smarriscono tanto lontano a cercare morto sul Golgota colui che vive in cielo ". (2)

E' certo da mettere in conto per le Chiese il rischio di oscurare il Cristo, di non manifestarne il volto piagato e sofferente, e di additare al mondo sé stesse, il proprio volto, la propria potenza, i propri modelli culturali, i propri segni di distinzione, le proprie liturgie, le proprie ricchezze, e d'essere dunque causa talvolta di smarrimento più che sacramento di salvezza; ed è da mettere in conto per il fedele il rischio di ricercare in esse evasioni consolatorie, una salvezza a buon mercato, o all'opposto di paralizzarsi al timore della presenza purtroppo sempre viva, vigile ed inquietante del Grande Inquisitore. Per rappresentare la Chiesa ci si serve spesso di figure, di metafore. Tra le altre, tre ci sembrano emergere con maggiore frequenza.

La Chiesa viene da alcuni rappresentata come un'isola posta in mezzo all'oceano. Essa è l'insieme di coloro che credono, che si riconoscono in Gesù Cristo, Maestro e Salvatore. Attorno le onde dell'oceano - tutti gli altri che non credono, che ne rifiutano il magistero, oggi i portatori noti tanto di eresie quanto di una sorta di "apostasia silenziosa" - la attaccano, la risucchiano, ne erodono a poco a poco la superficie: e così l'isola diviene sempre più piccola, e il rischio è che sparisca tra i flutti, in preda al caos originale, che perda la sua visibilità. Ed occorre dunque costruire attorno ad essa delle alte mura, robuste, capaci di sopportare la violenza dei marosi, e continuamente percorse - come i bastioni di un fortino assediato - da tante sentinelle vigili per controllare che non s'aprano falle e che le onde non abbiano la meglio...

Altre volte la metafora della Chiesa assume la figura di un veliero. Anch'esso è in lotta con le onde del mare che tentano di inghiottirlo, con la violenza inaudita delle tempeste che vi si abbattono. Ma il veliero resiste, procede per la sua rotta, incurante dei pericoli, guidato da una mano forte che tiene ben stretto il timone, e in attesa di una bonaccia che gli consenta di riparare le vele lacerate e le sartie strappate... Rispetto alla prima immagine, quest'ultima esprime una relazione tra i due protagonisti: uscendo di metafora tra Chiesa e mondo si instaura un rapporto dialettico, un'articolazione positiva e non esclusivamente difensiva: d'altronde, che senso avrebbe un veliero se non esistesse il mare, per quanto agitato?

Ma c'è una terza metafora, cui abbiamo già fatto cenno: ed è appunto la metafora del Grande Inquisitore. Nella Leggenda raccontata da Fedor Dostoevskij ne I Fratelli Karamàzov, il cardinale grande inquisitore viene rappresentato come un vecchio quasi novantenne, alto e diritto, dal viso scarno e dagli occhi infossati nei quali però splende una scintilla di fuoco. "Perché sei venuto a disturbarci?" - chiede al Cristo. E aggiunge: "Domani stesso io Ti condannerò e Ti farò ardere sul rogo, come il peggiore degli eretici, e quello stesso popolo che oggi baciava i Tuoi piedi si slancerà domani, a un mio cenno, ad attizzare il Tuo rogo ... ". Perché tanto accanimento? Perché Gesù è venuto nel mondo per dare agli uomini e alle donne la libertà piena e la responsabilità delle loro azioni. Ma la maggior parte degli esseri umani - è la tesi del grande inquisitore - non può sostenere il peso di tanta libertà e responsabilità, non può vivere in modo "spirituale". E dunque la libertà è stata sostituita con la "autorità", lo spirito e la verità con il "miracolo", il mistero con una religione magica. E il popolo vive contento. Ha perduto il messaggio di Cristo, ma ha conquistato pane, piacere, sicurezza, felicità. Chi ha fatto questo? Gli uomini "di Chiesa", in particolare della Chiesa romana, la sua gerarchia. E' essa che ha ipotecato il Cristo il quale, ora, non può più rivolgersi liberamente agli uomini. La sua parola è fissata, inquadrata, rielaborata, interpretata, non può più essere sdoganata. Il Cristo appartiene al passato. Se ritornasse distruggerebbe l'ordine stabilito. Per questo deve essere mandato ancora a morte, come eretico.

Questa è la tesi del Grande Inquisitore. Come nelle altre figure c'è in essa un'anima di verità. C'è nella comunità dei credenti la sindrome dell'accerchiamento. C'è la paura della profezia. E c'è chi si sente investito da un compito di normalizzazione, chi teme la verità dello Spirito e la forza dirompente del silenzio del Cristo - non per nulla "il vecchio vorrebbe che dicesse qualcosa, sia pure di amaro, di terribile" -, chi vuole sostituire la grazia con un sistema di dominio sulle anime, la gratuità della salvezza con un sistema dì formule e di garanzie, la misericordia con H legalismo ed il moralismo. Chi fra noi non ha mai vissuto frustrazioni e sofferenze per tutto questo?

Eppure queste tre figure sono estranee alla nostra ipotesi di lavoro, che non è un'ipotesi di pessimismo, né di vittimismo, bensì un'ipotesi di speranza. E scegliere la speranza, oggi, non pare certo una facile scappatoia.

Due icone bibliche danno ragione di questa speranza che è in noi.

Nella prima icona, Dio visita Abramo e Sara. Entrambi sono vecchi, quasi sazi di anni, di vita, di illusioni. Là, sotto le querce di Mamre, accolto dalla sobria ospitalità di Abramo, Il Signore si appresta a compiere uno dei più grandi miracoli di ogni tempo: rendere feconda una donna sterile. Promette a Sara un figlio. E Sara ride. "Allora Sara rise dentro di sé e disse: "Avvizzita come sono dovrei provare il piacere, mentre il mio signore è vecchio!". Ma il Signore disse ad Abramo: "Perché Sara ha riso dicendo: Potrò davvero partorire, mentre sono vecchia?... "" (Gn 18,12-13).

Sara ride. Riderà ancora, dopo un anno, non più di incredulità, ma di gioia. E' il riso della Chiesa, il popolo che Gesù ha convocato. Il riso di tanti "poveri cristiani" ancora increduli di fronte al miracolo del Concilio. Il riso di tante coppie che pur vivendo situazioni difficili si sentono tuttavia accolte, comprese, amate dal loro parroco e dalla loro comunità cristiana. Il riso affaticato di tante suore, di tanti preti e di tanti volontari laici che hanno imparato a vedere la Chiesa con gli occhi degli immondezzai del mondo, e non più gli immondezzai del inondo con gli occhi della Chiesa o dai balconi degli assassini di innocenti. " ... C'è forse qualche cosa impossibile per il Signore?" (v. 14).

Sì, Sara ride. Pregusta già la gioia di stringere a sé Isacco. Il figlio della Promessa. Nella seconda icona - ce la illustra l'evangelista Marco - Gesù si reca a casa del capo della sinagoga, Giàiro: la figlia di questi è ammalata. Prima di incamminarsi, si attarda un po', la folla lo stringe, e poi la strada è lunga, così quando arrivano in vista della casa vengono a dire a Giàiro che la bambina è morta. " ... Tua figlia è morta. Perché disturbi ancora il Maestro?" (Mc 5,35). Ma Gesù rassicura il padre, che ha il cuore in subbuglio. Credimi, è solo un problema di fede. E a quelli che stanno attorno, interessati o curiosi, angosciati o mossi da una sorta di pruderie, dice: "Perché fate tanto strepito e piangete? La bambina non è morta, ma dorme" (v. 39). Ed essi lo deridono. Perché, ieri come oggi, sarebbe troppo bello poter confondere il sonno con la morte. E Gesù, per tutta risposta: "Talità kum... Fanciulla, io ti dico, àlzati!" (v. 41).

Due donne riescono così a dare un volto alla nostra speranza. Sara, come ognuno di noi, come le nostre comunità, conosce la parabola del fiorire e dell'appassire. Eppure, dal suo seno avvizzito il Signore può fare sbocciare il sogno. L'invecchiamento non è funzione dell'età anagrafica, ma della residua capacità di sognare. Il sogno, questa capacità di visione purtroppo tanto rara, s'apre nel nostro sonno, come pare suggerirci l'anonima ragazza del vangelo di Marco. E Gesù dolcemente dice alle nostre comunità cristiane: Talità kum... àlzati. Non sei morta, stai solo dormendo. Coraggio, sono venuto a svegliarti, a dirti che è possibile una Chiesa senza Grande Inquisitore, una Chiesa non più ostaggio del pessimismo radicale sulla libertà degli esseri umani, ma aperta alla Grazia ed alla profezia. Una Chiesa in festa, aperta al riso di Sara, per ché sta di casa nel Sabato. "Insegnava Rabbi Shimon Ben Jochaj: "Il Sabato disse al Santo, Egli sia benedetto: Signore del mondo, tutti hanno un compagno, ma io non l'ho!". Disse a lui il Santo Egli sia benedetto: L' adunanza di Israele è la tua compagna" (Bere**** Rabbà, XI, 8). Sì, "Lo shabbat è destinato a sposare Israele"!(3)

Questa è la nostra ipotesi di lavoro. Una speranza ardita come le volte e le guglie di una cattedrale gotica, e che ci fa esclamare, insieme con Pietro di Craon, il costruttore di cattedrali devastato dal male e dall'angoscia:

"La luce profana cangia, non quella che io accenderò sotto le vólte, simile alla luce dell'anima umana, perché l'ostia sia nel mezzo". (4)

1) BERNARDO DI CHIARAVALLE, Lettera 64 dell'edizione benedettina (P.L: vol. 182, coll. 169-170),cit. da R.J. Zwi Werblonsky,"Gerusalemme tra fede e politica e mito", in Bozze 85,n.3/85, p. 150. 2) JOHN MILTON, Paradiso Perduto, III, 476-480, Einaudi, Torino 1992. 3) PAOLO DE BENEDETTI, A sua immagine.Una lettura della Genesi, a cura di Gabriella Caramore,Morcelliana,Brescia 2000,p.31. 4) PAUL CLAUDEL, L'annuncio a Maria, Vita e Pensiero,Milano 1963, pp. 35-36.