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Qual è il modello di comunicazione instaurato nella Chiesa? Un modello verticistico dall’alto verso il basso senza ritorni comunicativi, oppure un modello circolare basato sull’ascolto e sull’accettazione reciproci? Due contributi in una prospettiva di carità, la grande assente nella Chiesa.

Cari amici,

grazie, anzitutto per l'invito a dire succintamente la mia sulla comunicazione nella Chiesa, e la prima richiesta di me laico che vuol bene alla sua Chiesa è proprio che la comunicazione ci sia, sì proprio questa apparentemente piccola domanda di fondo, perché oggi essa, tranne qualche rara eccezione, in sostanza non c'è. Dico comunicazione come cerchiamo di praticarla nelle nostre famiglie, come suggerisce il buon senso, un po'di ragionevolezza, ossia uno scambio di pensieri tra interlocutori che si considerino veramente tali.

Comunicazione, non monologo

Oggi infatti predomina un flusso di comunicazioni dall'alto verso il basso, dal Magistero verso il popolo di Dio o dai sacerdoti verso i laici durante le omelie, ma noi non siamo di fatto considerati interlocutori, bensì fruitori di quello che ci vien detto senza la possibilità di intervento da parte nostra, un prendere o lasciare, oppure un "mugugnare" per dirla alla genovese. Insomma, lo sappiamo, giganteggia solitamente il principio verticalistico maestroalunno, un maestro che ha la prima e ultima parola, ammesso che conceda di prendere parola senza, dopo, ... prendere cappello! Venendo, poi, a una esplicitazione, c'è comunicazione e non monologo quando sia in atto un ascolto autentico da parte di entrambi gli interlocutori, un ascolto direi laicamente ispirato da una sorta di "simpatia metodologica", quindi dalla disponibilità a mettersi dal punto di vista dell'altro per cercare, almeno, di capire il suo dire secondo le sue categorie, veramente per quello che dice, senza frammettere prevenzioni, diffidenze o interpretazioni secondo il proprio "sistema di riferimento".

E la condizione fondamentale perché ci sia una lettura e/o un ascolto per quanto possibile obiettivo, difficile certo, lo sappiamo tutti, ma senza questo i . impegno si . cade proprio in quel soggettivismo denunciato giustamente dai nostri Vescovi: sarebbe paradossale, per non dire altro, che si pratichi in casa quello che si denuncia fuori. Soggettivismo, in sostanza narcisismo, l'esatto contrario di ogni comunicazione perché non si esce da se stessi, si rimane impigliati nella rete dell'autoreferenzialità.

Assumere questo orizzonte come linea orientativa sarebbe davvero già rivoluzionario perché soltanto in un secondo tempo, dopo aver compreso, pesato, soppesato si dà una valutazione, si dicono anche dei bei no, non sono d'accordo su questo o su quello per tali e talaltri motivi, o rispedisco tutto al mittente, lo accetto, è umano, molto umano, ragionevole. Ma richiede questa disciplina di pensiero e anche del cuore con tutte le sue paure, pregiudizi, voglia di prevalere, che ci sono in alto come in basso, di cui purificarsi.

E sempre la carità... la grande assente!

Se poi, come Luigi mi chiedeva al telefono, vogliamo aggiungere qualche tratto evangelico metterci questi, che sanno un po' ... di Paradiso:

trasformare la laica simpatia metodologica in benevolenza, quella cui Dio ci dice sempre di ispirarci, quel Dio non manicheo che fa piovere su buoni e cattivi, giusti e ingiusti;valutare le idee, mai giudicare le persone;lasciare sempre un margine aperto all'autocorrezione, riconoscendo insomma le ragioni dell'altro, senza per questo temere di perdere la faccia, visto che tutti cerchiamo di mettere in primo piano la ricerca della verità;infine la franchezza, la "parresia" raccomandata dagli Atti degli Apostoli, quindi un esprimere quello che si pensa con chiarezza, accuratezZa, spassionatamente, delicatamente, senza giri di parole, allusioni, contorsioni linguistiche e soprattutto manicheismi, oggi, ahimé, amici, diffusi ovunque come la gramigna che soffoca il "buon grano".

E se poi vogliamo sognare, e perché no visto che mi avvicino alla terza età!, magari non lasciare la comunicazione al caso, ma istituzionalizzarla (non burocratizzarla!), ovvero stabilire tempi, luoghi, temi su cui incontrarsi con fraterna disponibilità, come suggerisce il Vangelo. Concludo con una citazione dotta, credo di Agostino: nelle cose certe unità, nelle dubbie libertà e sempre carità, la grande assente.

Grazie ancora e buona comunicazione intanto fra noi, amici, e buon cammino nell'orizzonte dell'umorismo di Dio.

Carlo Carozzo

Parlare della comunicazione nella Chiesa.

Un argomento vasto, insidioso (saprò "comunicare" attraverso queste mie brevi righe?!). Ostico.

Mi vengono in mente tanti episodi sintomatici, legati alla mia esperienza di prete. Uno, in particolare, recente e bruciante, carico di sottile umorismo e che si presta a un ventaglio enorme di interpretazioni. Desidero riportarlo.

Una "bella predica"...

Una domenica mattina ero a pranzo presso una famiglia della mia Parrocchia.

La mamma, una signora semplice, buona, con una fede di "quelle di una volta", come dice lei, fa capitare il discorso sull'argomento che più le sta a cuore, quello per cui ha insistito con me perché accettassi l'invito a pranzo: il fatto che il figlio e la figlia, due ragazzi sui vent'anni, ormai da tempo tralasciano la pratica religiosa.

Il discorso parte da lontano, dai massimi sistemi. t mancato il nonno da pochi mesi, era un uomo speciale, ha praticamente cresciuto lui i due ragazzi che hanno risentito, e non poco, della sua scomparsa: siamo fatti per che cosa? Da dove veniamo? Dove andiamo? Che sarà ora del nonno? Lo riabbracceremo?

I ragazzi sono un po' a disagio: certo, data la presenza di un prete e conoscendo la mamma, intuivano che la conversazione del pranzo avrebbe necessariamente toccato argomenti religiosi, ma... non si aspettavano un "attacco" così diretto, che strofinava sale su ferite aperte, su qualcosa che per entrambi apparteneva ad una sfera personale, privata, intima.

L'imbarazzo lo si intuiva dalle battutine dei figli, dagli sfottò, dallo schernirsi continuo di fronte ai tentativi maldestri della donna di far decollare il discorso fra un "Passami ancora due ravioli" e "Gradisci un po' di vino, è di quello buono, sai?".

Ad un certo punto la donna, intuendo un varco tra le difese alzate dai figli, di fronte all'obiezione: "Ma se Dio è buono, perché permette il dolore, la sofferenza?", se ne esce con un ammiccante: "Ragazzi, ragazzi: se oggi foste andati a Messa, avreste sentito che belle parole ha detto il Parroco nella predica! ". Io, nella predica, avevo parlato di tutt'altro: di quel ragazzo che mette a disposizione i suoi cinque pani e i due pesci, di come senza questo semplice e paradossale gesto di disponibilità ("Cosa sono per tutte quante queste persone ... ?!") non sarebbe avvenuto il miracolo.

Mi chiedevo: "Ma dove vuole andare a parare?! ".

A quel punto i figli, tra il rassegnato e l'incuriosito, rivolti alla mamma domandano: "Beh, cosa ha detto di così bello, diccelo tu!".

E la mamma, di rimando: "Ah, cosa ha detto di preciso non lo ricordo, ma ha usato parole così belle. Gliele ridica un po', reverendo!".

Per me cristiano comunicare è seguire l'esempio di Gesù...

E' un episodio curioso, sul quale - lo ribadisco - si potrebbe scrivere un fiume di commenti.

Non lo faccio per evitare di essere scontato, o prolisso, e lasciare a ciascuno di analizzare e assaporare il retrogusto di una simile situazione.

Trattando della comunicazione, argomento oggi in continuo cambiamento, che sguscia da ogni classificazione, si modifica di continuo, rompe la griglia di lettura, genera sempre nuovi modelli, sfugge a ogni tentativo di sistemazione organica e definitiva, il rischio è che le considerazioni appaiano presto superate.

Oltretutto io non sono un "esperto": sono solo un Parroco che vive quotidianamente sulla breccia l'esperienza faticosa ed entusiasmante di comunicare Gesù in una società - quella nostra "nordoccidentale" - complessa e spesso incapace di vera comunicazione.

Perché io credo che il modello di ogni vera comunicazione vada ricercato nell'agire di Dio. E Dio ha comunicato se stesso facendosi carne.

Ecco, a questo punto potrei chiudere questo articolo: comunicare per me cristiano è seguire l'esempio di Gesù che "pur essendo di natura divina, non considerò un tesoro geloso la sua uguaglianza con Dio; ma spogliò se stesso, assumendo la condizione di servo e divenendo simile agli uomini; apparso in forma umana, umiliò se stesso facendosi obbediente fino alla morte e alla morte di croce" (Fil 2,6-8).

Non comunicare è quindi quella chiusura su me stesso, che mi fa arroccare sulle mie certezze, che mi fa chiudere agli altri, non comunicare è difetto di incarnazione, è non volermi spogliare per i miei fratelli, fino al limite estremo: quello della croce.

La logica dell'incarnazione

Quando predico all'altare e vedo facce annoiate, sguardi persi nel vuoto, sbadigli malcelati, quando i tentativi di una pastorale rivolta ai ragazzi, ai vani, alle famiglie si frantumano di fronte all'indifferenza, si perdono nelle secche della non partecipazione, quando il sogno di una Comunità incisiva, capace di gesti veramente significativi si sfalda nello stillicidio di una «sacramentalízzazione selvaggia», la prima domanda che deve affiorare al mio cuore di uomo, di cristiano, di prete è: «Quanto ho fatto mia la logica dell'Incarnazione?».

E una domanda affascinante e impegnativa, che ritengo ciascun cristiano «impegnato» dovrebbe porsi di fronte ai successi o agli insuccessi, agli sforzi pastorali che aprono orizzonti meravigliosi o al grigiore di tanta prassi obsoleta e stanca.

Vivere lo sforzo di evangelizzazione della famiglia, quella già fori-nata o quella da formare, il cammino di revisione dei nostri CPM o gli incontri di preparazione rivolti ai fidanzati, per essere momento comunicativo devono passare il vaglio di questo interrogativo essenziale: «Gesù come si comporterebbe, se fosse al posto nostro?».

0 forse, sì, ancora una volta vale il provocante monito: fantasia al potere.

Quella, però, illuminata dal mistero di Dio fattosi uomo. Qual è il modello di comunicazione instaurato nella Chiesa? Un modello verticistico dall’alto verso il basso senza ritorni comunicativi, oppure un modello circolare basato sull’ascolto e sull’accettazione reciproci? Due contributi in una prospettiva di carità, la grande assente nella Chiesa.

Carlo Carozzo e Franco Buono