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Amoris Laetitia

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CPM e Coronaviruscoronavirus

E' di nuovo domenica, il giorno del Signore, ed è la seconda domenica in cui non possiamo partecipare alla Messa.

In questo periodo tacciono i sacramenti, ma non tace il mistero che i sacramenti significano, il mistero del Dio Amore che ama tutti i suoi figli.

 

Ascolteremo la Messa dalla televisione, secondo le tante proposte che ci vengono offerte, e avremo modo di essere guidati dall’omelia nella riflessione sull’episodio evangelico relativo alla guarigione del cieco nato, descritto al capitolo 9 del Vangelo di Giovanni.

Non mi soffermo, quindi, su questo, ma vorrei farvi pervenire il mio ricordo e sentirmi in comunione con voi nella preghiera e nel vivere questo momento prolungato di “deserto”; sono tante le voci che arrivano nelle nostre case attraverso i social e i mezzi di comunicazione in genere e la mia è una umile, piccolissima voce che si aggiunge ad altre molto più autorevoli, però, credetemi, è dettata dall’affetto che nutro per ciascuno di voi e viene dal profondo del cuore: sento la vostra mancanza fisica, ma il pregare insieme colma questo fossato, getta un ponte sulla distanza che ci separa fisicamente.

Qualcuno può chiedersi che senso ha pregare in un momento come questo: è una domanda che nasce dalla ricerca del senso della nostra fede, messa a dura prova dalle drammatiche circostanze che stiamo vivendo.

La tradizione della Chiesa è ricca di preghiere e atti di culto per debellare le pestilenze e le guerre e la storia della Chiesa ci tramanda testimonianze di importanti eventi di preghiera, quali, ad esempio, processioni con reliquie di santi; il Messale romano è ricco di possibilità di scelta per ogni tipo di difficoltà umana, per chiedere al Signore, ad esempio, che mandi la pioggia in tempi di siccità e che non faccia piovere quando l’acqua scende dal cielo con troppa abbondanza mettendo a rischio gli essere umani e i luoghi dove essi vivono e lavorano. La fede sa bene che Dio non abbandona il suo popolo, anche nel caso in cui il popolo dovesse abbandonare Dio.

Credo, però, che, in questo momento di sofferenza che viene vissuto in un contesto ormai post-cristiano, non possiamo eludere domande come queste: come crediamo? In che cosa crediamo quando preghiamo?

Si insinuano in noi le domande tipiche di queste occasioni: davvero il coronavirus è un flagello di Dio per punire la tracotanza umana? Davvero Dio ha bisogno di tante preghiere perché il suo cuore si commuova e venga in nostro aiuto? Davvero solo la nostra preghiera e la nostra insistenza porterà Dio a intervenire e liberarci da questo male? Quali saranno le preghiere più efficaci allo scopo?

Certamente dobbiamo pregare perché Dio ci soccorra in questo momento di precarietà, certamente dobbiamo pregare di più e intensamente, senza stancarci mai.

Quali dovrebbero essere l’effetto, la potenza e l’efficacia della nostra preghiera? Una minore diffusione del contagio? Meno morti? Accorciare i tempi della pandemia? Dobbiamo stare attenti, perché sovente corriamo il rischio di pregare un dio che non esiste, il dio tappabuchi, o il dio deus ex machina, o il dio castigatore, o addirittura il dio guerriero.

Gesù ha insegnato a pregare, ma ha anche detto chiaramente che le preghiere che “funzionano” sono quelle fatte nel suo nome. I cristiani devono pregare, ma solo il Dio di Gesù, che è il Padre del Signore nostro Gesù Cristo e che dona lo Spirito. E’ un Dio che è solo e sempre Amore, che non castiga, non si vendica, non manda il dolore e non terrorizza o piega la volontà degli esseri umani con flagelli come il coronavirus.

Pregare nel nome di Gesù ci mette nella condizione di “lievitare”, ci fa raggiungere il suo cuore di Padre e da lì possiamo vedere con gli occhi stessi di Dio il dolore e la sofferenza di quanti soffrono (anche prima del coronavirus) tutti i dolori del mondo, frutto delle ingiustizie umane che inchiodano ancora continuamente Gesù sulla croce.

Dal Signore morto e risorto emana una luce che può illuminare tutti gli uomini di buona volontà a vivere di amore, perché solo l’amore è il frutto di una preghiera che “funziona”, quell’amore che è luce per le intelligenze degli scienziati che scopriranno l’antidoto, quell’amore che è apertura del cuore di tutti, cioè disponibilità a condividere il dolore di altri e non rinchiudersi in se stessi, cercando di salvarsi da soli, ma offrendo il proprio contributo.

Stiamo vivendo un periodo di deserto e proviamo la fatica di attraversare un mondo ridotto a deserto, come le nostre città così prive di vita. In questo deserto siamo chiamati a vivere la nostra Quaresima, che non è farsi del male, ma combattere il male e lottare per la vita, nella storia concreta degli esseri umani, non nella semplice astrazione di un perfezionismo religioso. Sappiamo che al termine della Quaresima c’è la Pasqua di Risurrezione, sappiamo che il deserto ritornerà ad essere un giardino, forse non tanto quello a cui eravamo abituati prima del coronavirus, ma quello che era in principio, quando la terra era davvero un paradiso.

Il nostro contributo a questa sofferenza generale è costituito dalla preghiera “nel nome di Gesù” e nel superare quella distanza obbligata che ci è imposta e che dobbiamo certamente rispettare. La distanza può essere superata offrendo una carezza, un segno di considerazione, di valore, di ricordo.

La prima carezza di cui possiamo disporre in questo tempo di isolamento è proprio la preghiera: è sentirsi accarezzati quando sappiamo che qualcuno prega per noi.

Le carezze poi possono essere mandate attraverso i mezzi di comunicazione, finalmente usati per unire e non per isolarci dagli altri.

Se sapremo pregare così, se sapremo donare una carezza “telefonica” a chi è solo, a chi aspetta da noi un gesto di amore, di perdono, di riconciliazione, allora sarà veramente domenica, anche nella dolorosa circostanza di non poter partecipare alla Messa.

Il metodo CPM
1. Vedere
sforzarsi di prendere coscienza e di capire le proprie situazioni e atteggiamenti di vita, la qualità della relazione di coppia, i comportamenti della comunità ecclesiale e sociale e le maggiori problematiche odierne.
2. Giudicare
approfondire, conoscere e lasciarsi interpellare dalla Parola di Dio, ricordando che la Parola è Persona e Gesù stesso è Parola incarnata; confrontarsi dunque con Gesù vero interlocutore per poter entrare in intimità e vero dialogo con il coniuge e con gli altri, oltre che per leggere la nostra vita e le varie problematiche in esame con una visione di fede.
3. Agire
cercare di tradurre, con l'aiuto dello Spirito Santo, nella propria vita le acquisizioni maturate, contando anche sulla solidarietà delle altre coppie e del Consigliere spirituale.

L'accoglienza come stile di vita.

I sette punti di PAUL DERKINDEREN. L'Autore, sacerdote, teologo, psicologo, ha rappresentato per molti anni il Belgio in seno al bureau della Federazione Internazionale dei CPM;ne è stato l'Assistente.

Commenti al Vangelo della domenica di Paolo don Squizzato

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